2015 l’anno del lettore ¯\_(ツ)_/¯

22 dicembre 2014 english version

di Vincenzo Marino

Gli ultimi giorni dell’anno sono da sempre l’occasione per un consuntivo sui 12 mesi trascorsi e per cercare d’immaginare i prossimi. Una rassegna settimanale come questa non può fare eccezione, specie se si pensa a quanto questo 2014 possa esser stato decisivo per decifrare lo scenario mediatico del prossimo futuro: ecco in sequenza alcuni dei temi, dei dati e delle tendenze del 2014 dei giornalismo, con vista sui mesi a venire.

La crisi

Questo - come quelli precedenti - è stato di nuovo un anno di crisi, sia dal punto di vista congiunturale (praticamente tutti i settori economici faticano ancora a ripartire, non ultimo l’editoria) che da quello strutturale (il giornalismo che cambia e i business model ancora indecifrabili). Non ci sono più i soldi, i canali, e i lettori di prima: l’unico dato certo è che il declino della stampa sembra ormai “un dato assoluto” (il numero delle testate orientate a digital e mobile first continua a crescere) e che le redazioni continuano a perdere pezzi: negli Stati Uniti il numero dei giornalisti è sceso dai 55mila del 2008 a 36mila, e persino il New York Times - da sempre riconosciuto come uno dei più solidi e importanti quotidiani al mondo - è stato costretto a tagli a personale e nuovi progetti, e a ridiscutere le proprie strategie nel famigerato “Innovation Report” di maggio scorso. In 10 anni la circolazione dei quotidiani è crollata del 47%, e le entrate derivanti dalla pubblicità del 55%: da gennaio a oggi sono stati lanciati 190 nuovi magazine (185 nel 2013), 99 hanno chiuso (56 l’anno prima).

In uno scenario del genere, la questione della sostenibilità economica è ancora - chiaramente - un dilemma: il sistema del paywall continua a vivere fortune alterne, garantendo una sopravvivenza a medio termine solo per chi se lo può permettere, mentre le inserzioni pubblicitarie - native ads a parte - proseguono nella loro lunga migrazione verso piattaforme come Facebook e Google, che sono le stesse sulle quali si muove la distribuzione dei contenuti. «I media sono stati così tanto democratizzati che tua sorella è in grado di utilizzare gli stessi metodi di distribuzione che usati dalle più potenti case editrici del mondo”, scrive Mat Honan su Wired questa settimana: privati del controllo totale sulla diffusione del proprio prodotto, i vecchi media si trovano costretti ad adattarsi a un nuovo mondo, spesso incapaci di accettarne le regole. Si arriva così all’esasperazione del caso spagnolo, laddove - per riequilibrare questo rapporto e in qualche modo “riappropriarsi” de contenuti - gli editori sono arrivati a chiedere la chiusura di GoogleNews, rea di aggregare articoli altrui (cosa che finora avrebbe paradossalmente prodotto una riduzione rilevante degli accessi su quegli stessi siti).

Ciò non vuol dire che il giornalismo, in sè, sia in pessimo stato: «It’s adapt or dire», spiegava il direttore del Financial Times Lionel Barber in settembre, e adattarsi al digitale può voler dire massimizzare tutto ciò che un ambiente online può offrire come beneficio esclusivo: la ricerca di nuovi canali e di nuovi lettori, l’uso di strumenti innovativi in grado di raccontare e farsi consultare meglio, il rapporto con gli utenti e l’analisi delle loro preferenze.

Facebook

immagine via

Facebook conta 1,3 miliardi di utenti. Allo stato attuale, è il sito internet più visitato al mondo insieme a Google, è costantemente tra le applicazioni mobile più scaricate, è il principale strumento di condivisione e reperimento di news, ed avrebbe persino sorpassato i motori di ricerca come fonte principale di visite verso i siti d’informazione. Con dati del genere, tutti in forte crescita nel 2014, non stupisce che il social di Zuckerberg sia stato uno dei principali temi di dibattito di quest’anno: per il giornalismo online, Facebook è contemporaneamente un concorrente insaziabile - che sta cannibalizzando il mercato delle inserzioni online e tutti gli spazi occupabili, da WhatsApp alla realtà virtuale - e una piattaforma indispensabile, dalla quale passa larga parte della domanda d’informazione online e della diffusione dei contenuti. Il social network sta assumendo infatti un ruolo fondamentale sia nella costruzione che nella distribuzione delle notizie in ragione degli algortimi che condizionano la presenza nella propria home dei post di amici e pagine fan, e che privilegiano la comparsa alcuni contenuti rispetto ad altri in base a dei codici costruiti sulle preferenze degli utenti, che cambiano con una certa continuità. Da qui il dibattito: è giusto basare le proprie strategie editoriali sulla politica - spesso mutevole - di una piattaforma esterna, che fa legittimamente il proprio interesse, e che continua ad accreditarsi come migliore alleato per gli editori? E se gli editori avessero creato un Facebook prima di Facebook, per continuare a godere i benefici del controllo della diffusione e dei comportamenti dei lettori? David Carr ha riassunto la questione con un’immagine piuttosto efficace: Facebook è come un grosso cane che ti corre incontro, non sai mai se lo fa per venire a leccarti o per sbranarti - con l’eventualità che ti possa leccare fino a farti morire.

Il mobile

Il Daily Mail spiega che iCloud non è una nuvola vera - via Guardian

Il settore mobile, al momento, occupa il 25% delle navigazioni mondiali (l’anno scorso era il 14%) e rappresenta (dati del 2013) l’11% della spesa pubblicitaria digitale mondiale, in crescita del 47%. Da mobile, inoltre, sono state lette le notizie da più di metà degli americani intervistati da questo studio dell’American Press Institute. Risultato: “mobile” è stata l’altra parola d’ordine del 2014. Non si tratta più solo di adeguare i siti delle testate al responsive design, ma d’immaginare prodotti nuovi e in grado di adattarsi allo strumento di lettura e al momento della giornata in cui lo si utilizza: se da una parte, infatti, un progetto pensato per questi dispositivi ha chiuso proprio quest’anno - è il caso di NYTnow, che per alcuni avrebbe difettato proprio nella scelta strategica del prodotto offerto - dall’altra gli investimenti hanno premiato chi ha scommesso su piattaforme e contenuti pensati per la lettura ‘in movimento’. È il caso di BuzzFeed, che da mobile vede ormai arrivare circa il 60% delle sue visite, che quest’anno ha pensato a una figura redazionale deputata ad armonizzare questo processo (la “publisher” Dao Nguyen), e che ha ormai raggiunto una valutazione di 850 milioni di dollari. Proprio in questi giorni, peraltro, il sito di Peretti e Smith ha lanciato un nuovo progetto (BFF) pensato per raggiungere i lettori giovani e mobile lì dove sono, su piattaforme come Snapchat, Vine, Instagram. «Make it mobile, or you may not make it at all», «Desktop is the new paper», si è detto quest’anno. E non a caso, se si pensa che gli utenti telefonici del mondo ammontano a più di 5 miliardi, e di questi il 30% possiede uno smartphone: buona parte della vita “digitale” delle persone si muove su di un telefono.

Gli explainer

«The question for news publishers is no longer how to draw an audience to their sites, it’s how to implant themselves into their audience’s lives» spiega ancora Honan in «Inside the Buzz-Fueled Media Startups Battling for Your Attention»: entrare nella vita degli utenti e offrire loro un servizio, che si tratti di messaggi di WhatsApp o di rassegne nelle caselle mail. La sfida è proprio andare a “prendersi” i lettori dove trascorrono larga parte della loro giornata e cercare di catturare la loro attenzione, ma perché una notizia possa essere notata e letta è fondamentale - innanzitutto - che sia interessante, utile, che abbia ‘senso’ per chi la consulta (dei «must read», suggerisce John Battelle). «Il 41% degli adulti ha dichiarato di avere difficoltà a spiegare quali siano notizie importanti, il 40% ha ammesso di non avere tempo per stare al passo con le news, e un quarto degli intervistati ritiene che le notizie siano difficile da capire», spiega questa ricerca citata questa settimana dalla associate professor della Northwestern University’s Medill School of Journalism Rachel Davis Mersey. «Il fatto è che le persone non sono solo alla ricerca di informazioni - ma che stanno cercando di capirle», aggiunge Millie Tran dell’American Press Institute: è in qualche modo il manifesto di Vox.com - il sito di Ezra Klein, ex autore del Washington Post - e del movimento degli explainer: spiegare le cose, renderle accessibile per comprensibilità e struttura (come le Vox Card Stacks, schede informative per avere una serie di nozioni di base sui temi del momento) e rendere commestibile «la verdura», quelle news che si devono conoscere (le verdure che bisogna mangiare) per mantenere una dieta (informativa) equilibrata. La bolla degli explainer è stato uno dei temi dell’anno (ne abbiamo parlato anche qui a #ijf14 con Felix Salmon, che si è inventato l’espressione «wonk bubble») e ha alimentato dibattiti e un piccolo mercato: oltre a Klein, ha coinvolto il nuovo FiveThirtyEight di Nate Silver e i progetti di vari legacy media come The Upshot del NYT.

Il clickbait


Tuttavia per catturare l’interesse di un lettore, com’è ovvio, il modo in cui viene presentata una notizia - tra contenuto, lancio sui social, titolazione e immagini scelte - non è irrilevante: l’ossessiva della ricerca dell’attenzione degli utenti può facilmente condurre a quel fenomeno generalmente definito come “clickbait”, che quest’anno è stato sviscerato in tutti i modi in un dibattito alimentato dal post dell’editor in chief di BuzzFeed Ben Smith «Why BuzzFeed Doesn’t Do Clickbait» (sottotitolo «You won’t believe this one weird trick») e dalla definizione del comico Jon Stewart, che paragonava alcune testate online agli imbonitori di Coney Island (quelli che urlano cose come «venite a vedere uomo con tre gambe!» salvo poi presentare un ragazzo con una stampella). Per alcuni clickbait è il titolo, o il contenuto, che costringe all’apertura dell’articolo proposto (o meglio, urlato), per altri un onesto modo di stare sul mercato ammiccando alla curiosità del lettore (facendo leva sul curiosity gap), meccanismo sopravvive da sempre nei titoli urlati e nel “sangue” delle prime pagine («If it bleeds, it leads»). Di certo la sua esasperazione porta spesso a un vero e proprio mercato parallelo dell’informazione basato su notizie inverificate e bufale lanciate in modo sensazionalistico per incontrare una facile diffusione - notizie che, seppure passate sotto la lente del debunking, difficilmente riescono a perdere di efficacia (qui il progetto di Craig Silverman, Emergent.info, che ha costruito un sito per capire quali delle storie virali siano vere o false, scoprendo che molto spesso quelle false viaggiano più e meglio).

I newcomer

Fare ecologia dell’informazione, in un contesto così inquinabile, diventa necessario: siti alla Vox.com - come visto - cercano di ripartire dalle fondamenta della notizia, proponendosi come approdo sicuro per il lettore. Quello del sito di Klein è uno dei casi di successo di quest’anno: il gruppo Vox Media ha raggiunto una valutazione che attualmente si aggira attorno ai 400 milioni di dollari, e una crescita costante in fatto di visualizzazioni. Ma non è il solo: anche se le vecchie redazioni si restringono, provocando la comprensibile malinconia di chi ne ha fatto parte, nuovi gruppi editoriali continuano a nascere (e a morire), riuscendo ad attrarre investimenti di altissimo profilo, soprattutto per quei progetti che hanno deciso di puntare sui millennial. Da anni i critici dei media si chiedono se questa sia o meno l’età dell’oro per il giornalismo: che sia vero o no, il 2014 ha visto crescere molti new media dal punto di vista economico (Vice Media varrebbe circa 2,5 miliardi e proprio quest’anno ha lanciato Vice News; Quartz continua a insidiare la concorrenza del suo comparto; ci sono il già citato BuzzFeed, Mashable e il caso di Business Insider), e altri sono nati e cresciuti sotto la spinta dell’impegno economico proveniente dai nuovi magnati dell’industria digitale. Se nel 2013 ad aprire la strada è stato il CEO di Amazon Jeff Bezos, il 2014 è stato l’anno del lancio della prima creatura di First Look Media di Pierre Omydiar, capo di Ebay: si tratta di The Intercept di Glenn Greenwald, al quale si sarebbero dovuti aggiungere altri “verticali” che però non sono ancora partiti, fra contrasti interni e dimissioni.

Lo “scontro” con la Silicon Valley

È il caso, per esempio, di The Racket di Matt Taibbi, nota firma di Rolling Stone che aveva abbracciato il progetto di Omidyar per lanciare una testata dedicata alla corruzione tra Wall Street e Washington. Taibbi ha lasciato First Look in novembre a causa di «uno scontro fra i dirigenti, che in larga parte provengono dall’ambiente della Silicon Valley, e il giornalismo indipendente che guarda alla cultura corporate e i discorsi in stile manageriale con disprezzo», si legge proprio su The Intecept, che ha ospitato il caso interno. L’episodio è stato analizzato come emblema dello scontro ‘ideologico’ fra la cultura imprenditoriale dei nuovi editori provenienti dall’industria digitale e le esigenze giornalistiche, fra l’organizzare «strategy meeting» e il «fare effettivamente le cose». Tra gli autori che si sono cimentati, Emily Bell più di altri ha speso le ultime settimane dell’anno sull’argomento: è possibile comparare una startup tecnologica a una redazione giornalistica?, si chiede la firma del Guardian. Di certo può apparire difficile adattare le “visioni” e le parole d’ordine dell’imprenditoria tecnologica a una professione che, secondo Chris Lehman, fa fatica ad adeguarsi ad un mondo fatto «di vacui discorsi sull’innovazione, che sono notoriamente contrari ai valori base del giornalismo come lo scetticismo». Ma come dimostrano anche le dimissioni di massa da The New Republic, avvenute per ragioni simili (ancora, contrasti fra redazione e proprietario, il cofondatore di Facebook Chris Huges), o gli esempi positivi (come quello del Washington Post), il tema esiste e merita una soluzione adeguata: è necessario unificare queste due culture, secondo Bell, e creare qualcosa di nuovo e funzionale.

Il racconto

Immagine via Mashable

Le opportunità per riscrivere la professione non mancano. Il 2014 è stato anche l’anno del lancio, o dell’attestazione, di nuove tipologie di racconto: il data journalism ha rafforzato la sua presenza, con nuovi progetti e un uso sempre più frequente di grafiche interattive per rendere comprensibili dati complessi; l’utilizzo dei droni nel giornalismo ha continuato lentamente a diffondersi, mentre da più parti si scommette su un impiego sempre maggiore dei robot nella produzione di contenuti, già visto quest’anno in redazioni come quella della Associated Press (qui una “meta-previsione” per il 2015 di Matt Waite a riguardo, costruita interamente con degli algoritmi). E se da un lato strumenti ultramoderni come Oculus Rift e altri visori già permettono - per chi può - di proporre scenari virtuali ricreati digitalmente per simulare esperienze di guerra o semplicemente conoscere la vita di una fattoria dell'Iowa (il Virtual Reality Journalism), altri classici del giornalismo - come la radio - trovano nuova vita nell’insospettata rinascita del podcast, dato per morto solo pochi anni fa condividendo la stessa sorte delle newsletter (uno dei trend del 2014, tanto in voga da arrivare a valere, come in questo caso, qualcosa come 6 milioni di dollari). Il factchecking, intanto, continua serenamente ad affermarsi: non bastassero gli strumenti di verifica messi a disposizione dalla tecnologia, esempi come Bellingcat di Brown Moses, o come quello dell’ucraino StopFake.org (un sito antibufale da 1.5 milioni di visite al mese), o ancora come OpenNewsroom di Storyful, dimostrano che il valore aggiunto - a prescindere da piattaforme e tecnologie - proviene anche da chi sta dall’altra parte dello schermo, legge e interagisce, contribuendo alla produzione giornalistica: il lettore.

La comunità

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Vivere online, per una testata, può voler dire costruire una comunità di lettori sulla quale poter contare nel processo di produzione e verifica dei contenuti: se l’espressione “citizen journalist” comincia ad apparire tanto scontata quanto obsoleta (in uno scenario nel quale “platisher” come Medium permettono di pubblicare sulle stesse piattaforme utilizzate da autori di rilievo o da testate intere), c’è chi nella costruzione del racconto insieme a chi segue e partecipa da fuori vuole costruire un progetto tutto nuovo: è il caso di Reported.ly di Andy Carvin (sempre per First Look), che intende raccontare news e avvenimenti sui social in tempo reale con l’aiuto di una rete di utenti e collaboratori sparsi per il mondo, ma anche di Ebola Deeply, di I Fucking Love Science, o ancora del già citato Bellingcat, che sulla propria rete di lettori e amici ha puntato per finanziare il progetto tramite crowdfunding, dimostrando come puntare sul coinvolgimento di una comunità possa diventare essenziale anche dal punto di vista economico. Mathew Ingram in ottobre parlava infatti di contiguità e relazioni da «monetizzare»: è il caso di De Correspondent - il giornale online olandese basato su crowdfunding e sottoscrizioni, che ancora dopo un anno dal lancio continua a sopravvivere tranquillamente e a raccogliere fondi -, o ancora quello di Guardian Membership, progetto lanciato dal Guardian in settembre che demolisce - su abbonamento - il muro fra redazione e lettore per rendere quest’ultimo membro attivo di un giornale-comunità, con tanto di spazio fisico per l’incontro. Nell’era dell’open web - come da speech di Katharine Viner - l’ascolto della propria nicchia di riferimento diventa essenziale: scoprire, ascoltare e discutere storie che abbiano ‘senso’ per un gruppo di persone più o meno grande, unendo «la vista dal terra a quella dall’alto» (come spiegava il fondatore di GroundSource e Public Insight Network Andrew Haeg), può innescare un meccanismo di partecipazione incredibile, e rappresentare una vera miniera d’oro per il futuro.

Il futuro: i lettori

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Non è un caso, infatti, se buona parte delle previsioni degli esperti del settore sul 2015 dei media - che varie testate specializzate stanno pubblicando in questi giorni, come questa di NiemanLab - siano accomunate proprio dall’enfatizzazione del ruolo del lettore, dall’analisi dei suoi comportamenti, e dall’ascolto della community in senso ampio, non più come attore passivo da inondare di proposte e contenuti ma come attore da coinvolgere, anche a costo di sbagliareDigital first, audience foremost»): c’è chi si immagina un futuro con vista su una «audience-centric pespective», in grado di offrire servizi e soluzioni capaci di arricchire l’utente; chi - come il direttore dei contenuti digitali di The Globe and Mail Craig Sala - suggerisce d’imparare da Google sia nella lettura dell’utente che nell’offerta personalizzata; o ancora, chi come Amy Webb consiglia di far fondo alle informazioni collezionate sulle abitudini degli utenti, sui loro dati demografici e lavorare su un’offerta diversa in base allo strumento che viene utilizzato, aderendo perfettamente alle esigenze di chi poi legge (qui c’è un esperimento curioso: si inserisce una o più parole d’interesse, il numero di minuti che si è disposti a spendere perla lettura, e si ricevono informazioni random sul tema scelto). Pensare al 2015 come all’«anno del lettore», insomma: in fin dei conti, l’unica certezza che il giornalismo potrà sempre avere - che sia desktop, mobile o 3D. ¯\_(ツ)_/¯