Come la tecnologia sta cambiando i media

29 novembre 2014 english version

Questa settimana in RoundUp: qual è il rapporto fra media e tecnologia? E che differenza c’è fra una startup tecnologica e una giornalistica? Il caso esemplare di First Look Media, gruppo nel quale si sarebbe creato «uno scontro fra i dirigenti, che in larga parte provengono dall’ambiente della Silicon Valley, e il giornalismo indipendente che guarda alla cultura corporate e i discorsi in stile manageriale con disprezzo».

di Vincenzo Marino

Cosa succede a First Look?

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First Look Media è il progetto giornalistico lanciato dal CEO di Ebay Pierre Omidyar da circa un anno. Ambizioso negli obiettivi e forte di un investimento iniziale da 250 milioni di dollari, First Look è stato costruito principalmente attorno alle figure di Glenn Greenwald e Laura Poitras, reporter tra i protagonisti del cosiddetto datagate e da sempre impegnati sul tema delle libertà e della sorveglianza. Il piano iniziale comprendeva il lancio di un sito incentrato su queste tematiche e l’ampliamento del gruppo con l’apertura di vari canali multitematici: dopo aver varato The Intercept, nelle intenzioni di First Look c’era anche il lancio di The Racket, altro sito della testata che avrebbe dovuto concentrarsi sui rapporti tra politica e finanza e per il quale erano stati coinvolti il noto giornalista Matt Taibbi e un suo gruppo di lavoro. Questa settimana First Look ha dato l’annuncio della morte del progetto Racket e l’allontanamento del team che ci stava lavorando, dopo l’addio di Taibbi dei giorni scorsi causato da quello che sullo stesso Intercept viene definito «uno scontro fra i dirigenti, che in larga parte provengono dall’ambiente della Silicon Valley, e il giornalismo indipendente che guarda alla cultura corporate e i discorsi in stile manageriale con disprezzo».

Taibbi non è la prima firma a lasciare il progetto, che finora ha avuto molti problemi a rispettare le grandi aspettative che aveva generato. Secondo un report di Chris Lehman dal titolo «Maybe Silicon Valley Shouldn’t Manage Journalists» la struttura redazionale pensata da Omidyar e i manager del neonato gruppo avrebbero sofferto di un’impostazione eccessivamente legata al mondo dell’industria hi-tech, più organizzativa che operativa, al punto da dare maggior priorità agli «strategy meeting» rispetto al «fare effettivamente le cose» - spiegano da dentro la company. Per Lehman, comunque, non si tratterebbe di una sorpresa: «la cultura stile Silicon Valley e la tradizione del giornalismo investigativo non c’entrano molto fra loro. L’ossessione dell’industria tecnologia per i gadget digitali e i vacui discorsi sull’innovazione sono notoriamente contrati ai valori base del giornalismo, come lo scetticismo - basta vedere gli osanna che partono ogni volta che viene lanciato un nuovo iPhone» accusa l’autore - non senza alcune critiche, come quelle di chi parla di una sorta di shadenfreude per i guai di First Look.

Mathew Ingram su Gigaom riprende il post di Lehman e analizza quello che reputa uno dei principali errori commessi dal gruppo dirigente: pensare a una struttura così vasta da dimenticare che il miglior modo per creare qualcosa di nuovo e farlo funzionare è partire da progetti piccoli da affinare e migliorare col tempo - seguendo l’esempio di Vox, Vice, BuzzFeed, aggiunge. 250 milioni di dollari (che erano quelli che Omidyar avrebbe inizialmente speso per rilevare il Washington Post prima dell’acquisto da parte di Jeff Bezos di Amazon, altro nuovo magnate hi-tech) sono una somma così considerevole che necessita d’investimenti mirati e graduali, tanto più in un mercato editoriale come quello di oggi, nel quale - in un modo o nell’altro - ci si reinventa ogni giorno e spesso conviene avere la costanza di ‘andare per tentativi’ - «la regola numero uno delle startup» che forse «First Look ha dimenticato», continua Ingram.

Che differenza c’è fra un giornale e un software?

Il caso di First Look Media riapre il tema del rapporto fra giornalismo e industria tecnologica, lanciato la scorsa settimana da Emily Bell. In un post sul Guardian dal titolo «What’s the right relationship between technology companies and journalism?» Bell cercava di fornire una risposta articolata a chi le chiedeva se davvero esistessero differenze sostanziali fra «journalism and software company». La più immediata risposta - spiega l’autrice - è che il giornalismo dovrebbe tendere ad avere un impatto sociale, indipendentemente dai margini di profitto, un impatto che però sembra quasi ‘delocalizzarsi’ altrove, dove i lettori leggono e discutono di news e delle loro vite. I social network sono passati dall’essere la fonte delle notizie per l’11% degli americani nel 2011 al 30% del 2014 (e per il solo Facebook): è lì che si discute (Reuters pochi giorni fa ne ha fatto uno dei motivi per chiudere i commenti sotto i post del sito) ed è lì che in qualche modo la notizia prende vita, animata dalle code di commenti, verifiche e dibattiti, su una piattaforma tecnologica e non giornalistica in senso stretto. Ma allora «perché i media non sono riusciti a creare una piattaforma social abbastanza decente negli ultimi 20 anni?» si chiede Bell (della ‘dipendenza da Facebook’ abbiamo parlato nelle settimane scorse qui), immaginando uno strumento capace di gestire letture e preferenze dei lettori, mantenendo la discussione nel loro ‘recinto’ editoriale e vincolandole alla testata. Pensare di provarci adesso, però, forse «è troppo tardi, almeno per il momento» continua l’autrice.

Questa settimana BuzzFeed ha pubblicato un post dal titolo «How technology is changing media», che in larga parte analizza il lavoro fatto dal sito per attestarsi nei settori social e mobile, assecondando una tendenza ormai inevitabile (attestata peraltro anche dal famigerato Innovation Report del New York Times): quella del consumo digitale, parcellizzato, giovane, mobile e video delle notizie. Il pezzo mostra come a BuzzFeed la priorità venga ormai data alla condivisibilità del contenuto, più che al posizionamento sui motori di ricerca (cosa alla quale aveva già accennato da Ben Smith qualche settimana fa): «Non ce ne stiamo lì tutto il giorno a pensare alla nostra homepage, ma parliamo di Facebook, di Twitter, di condivisioni» spiega Will Hayward, vice presidente della sezione europea del sito a Catalina Albeanu su Journalism.co.uk. I dati (di cui potete trovare i grafici qui) mostrano il sorpasso dei click provenienti dai social network su quelli dalle ricerche - da sempre dominanti - con una forte influenza del mobile, ormai piattaforma primaria per la consultazione social per il 60% degli americani (60% è anche la porzione di visite conquistate da BuzzFeed che provengono da social media usati da mobile). Non stupisce quindi che il sito di Peretti e Smith intenda cavalcare l’onda.

Lo scontro fra giornalismo e tecnologia

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Ma come spiegare questa distanza fra tecnologie e giornalismo, malgrado i miliardi messi sul tavolo e gli esperimenti più o meno riusciti? In realtà, «gli ultimi 20 anni hanno visto svilupparsi una guerra fra giornalismo e tech» spiega Dave Winer su ScriptingNews, commentando il post di Emily Bell. «Forse perché loro ne sanno poco di giornalismo, così come il giornalismo capisce poco di tecnologia»: spesso il giornalista odia Facebook, blatera di algoritmi, di supremazia di Zuckerberg, dimenticando che spesso il vero ‘algoritmo umano’ adottato per decidere della notiziabilità o meno di una news è ancora piuttosto opaco, quanto meno per chi resta fuori dal suo ciclo produttivo.

Come ricostruire il giornalismo, allora, in mezzo a questo campo di battaglia? Secondo Winer è necessario accettare l’attuale egemonia dei social come canale di distribuzione principale - non potendo fare a meno dei milioni di utenti attivi che li usano ogni giorno - ma allo stesso tempo sarebbe fondamentale cominciare a pensare a un proprio sistema di distribuzione digitale da affiancare a Facebook e Twitter. I mezzi, le forze, le capacità e le risorse umane per farlo ci sono, conclude Winer: «c’è spazio per vari approcci, siamo solo all’inizio».

Eppure sono circa «quindici anni dall’onda digitale che le placche tettoniche» del mondo mediatico «continuano ad allontanarsi» spiega Frederic Filloux nel suo Monday Note. “Da una parte la maggior parte dei media brand - i sopravvissuti che continuano a soffrire in questa fase di transizione infinita. Dall’altra le company digital native» già immerse in un nuovo mondo. Un mondo ancora sconosciuto a tutti, nel quale però i nuovi attori digitali sembrano avvantaggiati dal punto di vista culturale rispetto ai vecchi, strutturalmente più predisposti alla sopravvivenza a causa della loro connaturata agilità, la sfrontatezza nei confronti del rischio, una più snella, scalabile - e probabilmente più meritocratica - struttura gerarchica. «Speravo il vecchio mondo sarebbe stato in grado di trasformarsi in modo rapido e efficace, e affrontare i nuovi tipi di lettori con una più ampia gamma di tecnologie» spiega Filloux, che sogna una fusione armoniosa fra vecchi valori e nuove idee. «E voglio crederci ancora».