Come sta il giornalismo?

9 maggio 2015 english version

Questa settimana in RoundUp: mentre il report annuale di Freedhom House dimostra come il mestiere giornalistico sia diventato sempre più pericoloso e necessario, lo studio "State of the news media 2015" elaborato dal Pew Research Center conferma ciò che nei fatti sta già avvenendo, e che è tema di dibattito e aggiornamenti all'ordine del giorno: “Newspapers ⬇, smartphones ⬆”.

di Vincenzo Marino

Lo stato della libertà di stampa

Secondo l’ultimo studio della ONG Freedom House uscito la settimana scorsa, la libertà di stampa nel mondo si sarebbe ridotta notevolmente, registrando il peggior dato degli ultimi 10 anni. Nel rapporto si legge che solo il 14% della popolazione mondiale godrebbe attualmente di un’informazione libera, e che l’indipendenza dei media, nel resto del mondo, sembrerebbe essere sempre più minacciata dall’intrusione di stato, finanza, politica, e malaffare nella privacy e nel lavoro dei giornalisti. Secondo la ricerca, su 199 paesi solo 63 sarebbero da ritenere “liberi”, 71 i “parzialmente liberi” e 65 i “non liberi”.

Passa sull'immagine per confrontare i dati del 2015 con quelli del 1995

In “Ti presento #ijf15” scrivevamo che, negli ultimi anni, mai come in questo momento la libera espressione sembra essere ancora più minacciata da censure e violenze. Ali Abdulemam, Khalid Albaih, Anabel Hernández e Farida Nekzad, per esempio, hanno portato al Festival Internazionale del Giornalismo le loro esperienze, tutte diverse ma accomunate dalla stessa voce.

Il trend registrato dalla ONG dimostrerebbe infatti un deciso peggioramento negli ultimi tempi della già delicata situazione della libertà di stampa nel mondo.

Per di più, molti paesi con una solida tradizione democratica - tra i quali la Grecia - avrebbero conosciuto un decisivo deterioramento delle libertà dei media negli ultimi 5 anni. L’Italia è ancora considerato paese “Parzialmente non libero”.

Tra i paesi “non liberi” c’è invece l’Egitto, dalla quale proviene la lettera del fotogiornalista di Time, Die Zeit, Demotix Mahmoud Abou Zeid. Il reporter - noto come “Shawkan” - è stato fermato dalla polizia nell’agosto del 2013 durante un sit-in a Rabaa, e da allora è in prigione senza accuse a suo carico. In occasione del “World Press Freedom Day”, che cade proprio in questi giorni, ha mandato una lettera al sito di Deutsche Welle dal titolo “I am a journalist, not a criminal”.

Lo stato dei media, oggi

State of the news media” è un altro dei report che vengono generalmente pubblicati in questo periodo dell’anno, e analizza il panorama giornalistico da un punto di vista tecnico ed economico. Il report, prodotto dal Pew Research Center, evidenzia in buona sostanza l’affermarsi di un trend già acquisito negli anni scorsi, confermando la tendenza che Joseph Lichterman su NiemanLab riassume col titolo “Newspapers ⬇, smartphones ⬆”.

Qualche dato: a partire da gennaio, 39 dei 50 siti di news più popolari hanno ricevuto più visite da mobile che da desktop. Sulla stessa scia anche gli inserzionisti pubblicitari, che avrebbero investito 19 miliardi di dollari in mobile advertising nel 2014, contro i 10,7 dell’anno precedente (+ 78% in 12 mesi). E mentre la spesa pubblicitaria su carta, al 2014, è stimata attorno ai 16,4 miliardi (meno 4% su base annua), ad oggi le inserzioni su mobile comprendono il 37% della spesa digitale nel settore, guadagnando un buon 12% dal 2013.

Ma cosa vuol entrare in questo mercato da “semplice” news media company? In poche parole, significa cercare di farsi largo fra i giganti: le 5 più grandi compagnie Internet al mondo (Google, Facebook, Yahoo, AOL e Twitter) dominano largamente il mercato, fagocitando da sole la maggior parte delle entrate per digital display ad.

Su mobile, peraltro, il 64% delle inserzioni proviene da Facebook, Google, Twitter, Pandora e Apple, che rappresentano da sole 6,4 miliardi dei 9,6 spesi in totale. Dal 2013 al 2014, in questo senso, Facebook è cresciuta del 131%.

Non a caso, sulla Columbia Journalism Review, il 30 aprile scorso Emily Bell paragonava Google e Facebook a dei frenemy da tenere sotto stretta osservazione (ne avevamo parlato anche qui): da una parte la company di Zuckerberg ha già mostrato più di un’attenzione verso il mondo dei media (a partire dall’accordo di recente chiuso con NYT, National Geographic, Buzzfeed) forte del fatto che buona parte delle news e delle entrate pubblicitarie passano da lì. Dall’altra c’è Mountain View, che sta cercando la fiducia di Unione Europea ed editori, siglando accordi con diverse media company e finanziando progetti.

Peraltro proprio dal Festival Internazionale del Giornalismo è stato lo stesso Andy Mitchell - direttore delle news e global media partnerships di Facebook - a chiedere più collaborazione e meno competizione coi media.

La lunga battaglia per il piccolo schermo

Che la corsa al mobile fosse già partita non è di certo una novità (ne abbiamo parlato anche qui). I nuovi dati del report stilato dal Pew Center hanno comunque riacceso il dibattito sul famigerato “futuro delle news”. Su Fortune, Erin Griffith analizza quella che definisce “la battaglia per il piccolo schermo”, ripercorrendo le strategie di brand ad oggi affermati come BuzzFeed e VICE Media, per i quali si è rivelata essere una scelta vincente:

- Mettere in piedi delle vere e proprie case di videoproduzione con mezzi da tv via cavo, ma lavorando per un pubblico social,
- Mantenere sempre una “voce” distinguibile, con un target definito e mobile oriented,
- Offrire forme diverse d’informazione e intrattenimento su più piattaforme - un esempio su tutti: Snapchat.

La discussione è stata arricchita da un paio di casi concreti.

Il primo è quello di Periscope, app di proprietà di Twitter che permette la registrazione e la visione di dirette streaming dal proprio smartphone - cosa che ha consentito a molti di assistere all’incontro di pugilato fra Mayweather e Pacquiao, grazie agli utenti che stavano filmando il match dal proprio televisore (contenuto altrimenti visibile solo su abbonamento).

Nè è nata una controversia con le emittenti televisive e un dibattito, con punti di vista anche piuttosto positivi come quello di Christina Warren su Mashable (“I watched the Pacquiao-Mayweather fight on Periscope and saw the future”). A fine gara Dick Costolo di Twitter sembrava piuttosto felice.

Il secondo caso degli ultimi giorni è quello di Circa, l’app (di cui abbiamo parlato in precedenza) che permette di seguire singole news - scomposte in micro-unità informative - ed esser aggiornati tramite notifiche push. La novità è che l’azienda - che ha lanciato il proprio prodotto a metà 2013 - dopo aver raccolto circa 5 milioni di dollari nei mesi precedenti per tenere in vita il progetto, adesso ne cerca altri 8.

Frederic Filloux su MondayNote cerca di analizzare le ragioni del “fiasco”:

- Il poco spazio concesso ai nuovi attori come Circa, che devono necessariamente entrare nel mercato della pubblicità su mobile (mercato che, come sottolinea la ricerca del Pew Center, appare saturato dallo strapotere delle cinque big);
- L’offerta editoriale, evidentemente ancora poco attraente,
- La forte concorrenza dei pure player in migrazione dal desktop al mobile, e della loro strategia social-oriented - che avrebbe “reso la formula magica di Circa sempre più irrilevante”.

Tuttavia, migrare su mobile resta un’operazione non è semplice - qui Judd Slivka della Missouri J-School sul “problema del mobile journalism”. Come dimostrato dalla vicenda Circa, un’opzione potrebbe essere fare il proprio ingresso sul mercato comprando direttamente una media company, piuttosto che imporre il proprio modello: Alyson Shontell su Business Insider riporta l’interesse di Twitter - altro papabile frenemy - per l’acquisto di Circa e di Mic, altra media company con taglio social e mobile. Ma del resto, negli ultimi anni, piattaforme come Twitter, così come Google e Facebook, hanno avuto modo di dimostrare ampiamente quanto possano essere indispensabili per il giornalismo di oggi.