Fare giornalismo senza giornali

10 maggio 2013

di Vincenzo Marino

Questa settimana in RoundUp, quattro esempi di giornalismo "senza giornali": l'esperimento di finanziamento dal basso - finora fallimentare - di Andrew Sullivan, l'apertura di una posizione da giornalista presso Twitter, il nuovo processo di reperimento e lettura delle news, che porta a nuovi prodotti digital e mobile.

Alti e bassi del crowdfunding

Una delle novità più rilevanti degli ultimi giorni attorno al tema del giornalismo online e della sua sostenibilità è l'esito sin qui opaco della raccolta di fondi di Andrew Sullivan. Il blogger, come riportato nei mesi scorsi, aveva deciso di abbandonare la piattaforma Newsweek/The Daily Beast che ospitava il suo storico The Dish per cercare una strada verso l'autonomia finanziaria. Forte dell'importante presenza online conquistata con gli anni e di una community fedele, Sullivan aveva chiesto ai propri lettori di appoggiare economicamente la sua «dichiarazione di indipendenza» fissando il tetto dei contributi da raccogliere alla ragguardevole cifra di 900mila dollari. Dopo un avvio spedito, nel quale il monte sottoscrizioni aveva raggiunto rapidamente numeri che hanno fatto pensare subito a un precedente storico in grado di indicare una nuova strada per il finanziamento del giornalismo online a tema crowdfunding e personal branding, la raccolta si è fermata in questi giorni alla cifra di 680 mila dollari, con un incremento di ‘soli’ 30 mila dollari circa in poco meno di due mesi. «I lettori più fedeli hanno già dato», riassume Sullivan in un pezzo in cui dà notizia dell'andamento del progetto. «Da qui in poi la vedo dura». Da segnalare il fatto che lo stesso post registri (al momento), in termini di condivisioni sui social, una quarantina di tweet e una manciata di 'like' su Facebook.

Uno delle critiche più facili da muovere, guardando a iniziative come queste, è il fatto che Sullivan abbia probabilmente preteso dalla capacità di ‘mobilitazione’ del proprio lettorato, fissando il break even su quote forse eccessivamente ambiziose. Alcuni esempi di finanziamento dal basso, su cifre più modeste e accessibili, contraddicono invece l'idea del crowdfunding come modello fallimentare per il finanziamento di attività giornalistiche. In queste ore il giornalista italiano Andra Marinelli ha raggiunto e superato i 3000 dollari richiesti su Kapipal necessari per finanziare il suo viaggio negli Stati Uniti: obiettivo, raccontare l'omosessualità in America, in una cesura storico-politica che a fine giugno porterà i giudici della Corte Suprema a esprimersi per la prima volta sui matrimoni gay. Il progetto, che ha già superato i 3500 dollari a pochi giorni dalla chiusura della raccolta, segue un altro omologo esperimento di Marinelli, che nel 2012 era già riuscito a farsi finanziare - anche piuttosto bene - il viaggio raccontato nel libro L'Ospite e presentato durante l'ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo (video).

Twitter cerca giornalisti

È comunque la ridefinizione di nuove forme di giornalismo, che cercano di fare a meno delle strutture redazionali - slegandosi da un'eredità che sembra colare a picco insieme agli insostenibili costi di gestione - e di smarcarsi dalla classica forma ‘giornale-sito’ per approcciare a un racconto più fluido e senza intermediari. In un paesaggio talmente rinnovato, le nuove piattaforme born-digital possono far sentire la propria voce, imponendosi come presenza 'editoriale' in un nuovo processo di produzione, condivisione e lettura delle notizie. Altra news calda della settimana è infatti l'apertura di una posizione da Head of News and Journalist presso Twitter. È la società stessa, quindi, ad aprire la ricerca per una figura editoriale in grado di operare come «responsabile per la definizione e l'attuazione di strategie che rendano Twitter indispensabile per redazioni e giornalisti, e parte essenziale di operazioni e strategia dei network televisivi e delle news organization». L’azienda, in pratica, è cosciente del portato rivoluzionario del suo utilizzo nell'ambiente giornalistico, «sia per come le notizie vengono date» sia per «il nuovo modo di connettere giornalisti e loro lettori». E sembra volerlo sfruttare.

È la prima volta che una società tecnologica guarda al settore news come funzionalità primaria, fa notare Michael Wolff sul Guardian. «Google, Yahoo e Microsoft hanno tutte, a diverse gradazioni, profuso sforzi nel settore vedendovi delle opportunità, ma solo come commodity», una risorsa al servizio di quell'industria. Mai in funzione di filtro e news gathering, che - continua - sembra proprio ciò che Twitter sta cercando, in una fase in cui sembra pronto a diventare una sorta di news operator autonomo. E così, conclude, Twitter si è trovata da tool senza funzione specifica a elemento rivoluzionario del news business. Una posizione che adesso intenderebbe consolidare scientificamente, nello scenario immaginato da Wolff, che in un'intervista a Mark Glaser su PBS Mediashift viene smentito pochi giorni dopo dal Creative Content Manager Mark Luckie. «Non ambiamo a diventare un operatore del genere. Essendo così centrali nel lavoro giornalistico odierno, naturalmente attorno all'annuncio si è creato un po' di rumore», rassicura. «Ma no, non abbiamo un team editoriale, né una redazione: offriamo solo una piattaforma». Interessante notare come in questi stessi giorni Facebook abbia voluto affacciarsi su questo mondo con un post - nello spazio Media on Facebook appena lanciato - col quale consiglia delle best practice per l'uso giornalistico del social network. Confermando l'interesse dei nuovi giganti dei media online per l'antico - e in crisi - settore del giornalismo.

«Dove trovi le tue news?»


In un presente editoriale dove le notizie sono a disposizione di chiunque - quanto a produzione e diffusione - l'area di lavoro, lettura e discussione risulta quindi notevolmente cambiata, fino a riscrivere i confini dell'azienda-giornale e della fabbrica delle notizie nei loro processi più basilari. «Da dove le prendi le notizie?»: è la domanda alla quale cerca di rispondere la Director of Marketing & Communication di VoxMedia Callie Schweizter su Medium (peraltro, per restare in tema, altra piattaforma di self publishing che punta a un’identità editoriale). Dimenticati i tempi nei quali il New York Times aspettava il lettore davanti la porta di casa, assisteremmo in questa fase a un processo di inversione dei termini nel quale non è solo il lettore a cercare la notizia, ma anche - se non soprattutto - il contrario. News arrivano sui social network, per mail, nei messaggi privati - nota Schweizter - annientando la natura della prima pagina di carta come 'manifesto' in grado di fare agenda (ne parla ampiamente Mathew Ingram nel suo keynote speech al Festival Internazionale del Giornalismo - video) e dell'apertura delle homepage come abitudine per la consultazione routinaria delle notizie. L'approdo a un giornalismo senza ‘prima pagina’ - spiegava Ingram - che trova sempre maggiori conferme.

Justin Ellis su NiemanLab dà notizia del lancio della preview del nuovo sito di Reuters, che sembra abbracciare proprio questa tendenza: la caratteristica del nuovo schema di impaginazione sarebbe infatti la possibilità di fare di ogni singola pagina una sorta di piccola homepage nella quale trovare l'articolo desiderato ma anche una panoramica del resto dei contenuti, aiutando così il lettore arrivato da direct link sparsi per la rete a trovare ciò che senza il passaggio obbligato dalla pagina principale si sarebbe perso. Il tutto con un design ottimizzato per una lettura chiara e una disposizione dei diversi 'richiami' non troppo invadente. «Every page is your homepage», spiega Ellis. E Reuters sta cercando di muoversi prima di altri, con un formato il più possibile adattabile agli strumenti mobile - un settore in salute, economicamente attraente, come testimoniato dai dati di traffico verso i siti dai dispositivi mobile, in crescita dal 25% dell'anno scorso al 33% circa (e non a caso in New York Times ne ha appena lanciato una nuova versione del sito).

Giornalismo senza giornali

La ricerca e la consultazione delle notizie - per rispondere alla domanda di Schweizter - passa anche da qui: un intero settore di aggregatori più o meno social, più o meno personalizzabili, sicuramente disponibili in mobilità (Flipboard, Zite, Pulse, Prismatic: questa settimana ne analizza la newsonomics Ken Doctor) che si adatta perfettamente alle nuove abitudini degli utenti, al mercato tecnologico e in qualche modo, fa notare Doctor, a quell'ecosistema Internet immaginato da Steve Jobs, una galassia di app automome pensate per specifiche funzioni da utilizzare in mobilità senza l'obbligo della navigazione in rete. «Il mondo mobile si muove più velocemente di quanto chiunque si aspettasse, Google compresa», continua: «in un mondo formato app chi ha bisogno degli strumenti di ricerca?». E per quanto possa sembrare iperbolica - per ammissione dello stesso autore - la domanda comincia comunque a trovare prime conferme di legittimità nei dati forniti in settimana da BuzzFeed, che registrano un deciso crollo del traffico in arrivo dai motori di ricerca - meno 20% da agosto 2012, meno 30% dal solo Google - contro una crescita sostanziale di quello generato da Facebook.

Nel mare aperto dei contenuti in rete e delle ricerche infinite, strumenti come gli aggregatori - in grado di suggerire notizie più simili ai nostri gusti e a quelli dei nostri contatti sociali, e su più dispositivi - si impongono quasi naturalmente - il blogger Robert Scoble su Google+ parla di "guerra". In questi ultimi giorni il mercato ha conosciuto l'ingresso di un nuovo attore: con l'acquisto del lettore lean back Instapaper e la ridefinizione della piattaforma di social reading Digg da un punto di vista più "editoriale" (e ritorna il tema dell'industria tecnologica che gioca a fare "i media") Betaworks sembra voglia decisamente cominciare a fare ‘ecosistema informativo’ da solo, sfruttando anche l'imminente chiusura di Google Reader e un settore tecnologico in fermento. Da semplice strumento di social bookmarking, il nuovo Digg punta a fare di semplicità, sincronizzazione fra più device, acquisizione di feed, contenuti dai social e una forte curation editoriale una nuova piattaforma di lettura, reperimento e discussione. A testimonianza del fatto che nel ‘nuovo mondo’ gli old media devono cominciare a guardarsi da chiunque, anche da chi al prodotto giornalistico online ha sempre pensato come contenuto non troppo dissimile da una ricetta di cucina, una mappa con indicazioni stradali o una foto da conservare e condividere.