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	<title>Festival Internazionale del Giornalismo</title>
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		<title>Micro o wall: il futuro è a pagamento</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 10:01:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Marino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa settimana in RoundUp: il New York Times pretende la rimozione di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa settimana in RoundUp: il <em>New York Times</em> pretende la rimozione di un video che riproduce il modello &#8220;Snow Fall&#8221; in un&#8217;ora; l&#8217;analisi del caso e il CEO del gruppo che definisce il paywall la miglior strategia degli ultimi anni &#8211; in consonanza con le critiche al modello <em>free</em> e <em>ad-based </em>di Jaron Lanier; Yahoo compra Tumblr e punta al pubblico giovane; ma i giovani, intanto, cominciano a non sopportare più Facebook.</p>
<p><em>di <a href="http://twitter.com/ungormite" target="_blank">Vincenzo Marino</a></em></p>
<h2><strong>Da “Snow Fall” a “Snow Fail”</strong></h2>
<p style="text-align: left;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-5526" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://www.journalismfestival.com/media/2013/05/snowfail.png" alt="" width="593" height="215" />Snow fall</strong>, il post <em>longread</em> e multimediale del <strong><em>New York Times</em></strong> di cui abbiamo <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/30657/" target="_blank">già parlato</a>, ritorna argomento di dibattito online dopo <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/28077/" target="_blank">esserlo stato nei primi giorni della sua uscita</a> e nei mesi successivi come spunto per più discussioni sul futuro del <strong>giornalismo</strong> in rete. In settimana il fondatore di <a href="https://www.scrollkit.com/" target="_blank">Scroll Kit</a> <strong>Cody Brown</strong> &#8211; una start up di New York specializzata in layout grafici per siti internet – ha lanciato un video con l’intenzione di dimostrare come fosse possibile riprodurre quel tipo di articolo in brevissimo tempo. Il post sul sito dell’azienda di Brown, dal titolo <span style="text-decoration: underline;">«</span><a href="https://www.scrollkit.com/s/0Tg9LHH" target="_blank">The NYT spent hundreds of hours hand-coding Snow Fall. We made a replica in an hour</a>» ha catturato l’attenzione della testata newyorkese, che <a href="http://techcrunch.com/2013/05/21/snow-fail-the-new-york-times-and-its-misunderstanding-of-copyright/" target="_blank">ha contattato l’autore</a> tramite il suo ufficio legale per intimargli di <strong>rimuovere</strong> il video e, in un secondo momento, di eliminare qualsiasi riferimento al <em>New York Times</em> per questioni di copyright (il video, tuttora offline, conteneva infatti pezzi di Snow Fall necessari alla dimostrazione pratica).</p>
<p>Brown ha raccontato l’intera vicenda<a href="https://medium.com/meta/503b9c22080b"> </a><a href="https://medium.com/meta/503b9c22080b">su </a><a href="https://medium.com/meta/503b9c22080b" target="_blank"><em>Medium</em></a>, mettendo in chiaro la sua posizione: il video, ha spiegato, intendeva essere un tributo a quell’esempio di giornalismo che per stessa<a href="http://gigaom.com/2013/05/10/how-the-new-york-times-can-fight-buzzfeed-reinvent-its-future/" target="_blank"> ammissione</a> dell’Executive Editor del NYT Jill <strong>Abramson</strong> adesso tutti vorrebbero replicare. Una sorta di <strong>omaggio</strong> al prodotto, per farne un modello al quale rifarsi. Evidentemente diversa la posizione della <em>gray lady</em>,<a href="http://www.poynter.org/latest-news/mediawire/214142/nyt-scroll-kit-developer-is-bragging-about-copyright-infringement/"> </a><a href="http://www.poynter.org/latest-news/mediawire/214142/nyt-scroll-kit-developer-is-bragging-about-copyright-infringement/" target="_blank">probabilmente turbata</a> dalla dimostrazione di quanto possa essere semplice riprodurre il suo ultimo ‘gioiello’, così tanto osannato: la forza di <strong>Snow Fall </strong>- è stata la tesi di tanti &#8211; è nella natura stessa della casa madre, il<em> New York Times</em>, un modello-giornale irripetibile con un brand forte e il tempo e il denaro per produrre contenuti simili. Argomento che col video di Cody Brown usciva irrimediabilmente compromesso. Un caso controverso, che mette una testata all’avanguardia per innovazioni editoriale e business model alla prova delle critiche. «Sono più curioso della versione di Snow Fall di Cody Brown di quanto non lo fossi prima del coinvolgimento dei legali del NYT»,<a href="http://twitter.com/AntDeRosa/status/337267755621416960"> </a><a href="http://twitter.com/AntDeRosa/status/337267755621416960" target="_blank">ammetteva</a> in quelle stesse ore <strong>Antony De Rosa</strong>, social media editor di <em>Reuters</em>, su Twitter.</p>
<h2><strong>I business model del NYT e le critiche al modello <em>free</em><br />
</strong></h2>
<p><strong><img class="alignnone" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://i.imgur.com/dvcxb.gif" alt="" width="581" height="240" /><br />
</strong></p>
<p>Una figura ai limiti del ridicolo,<a href="http://paidcontent.org/2013/05/22/the-nyt-illustrates-how-not-to-take-a-compliment-send-a-cease-and-desist-notice-instead/"> </a><a href="http://paidcontent.org/2013/05/22/the-nyt-illustrates-how-not-to-take-a-compliment-send-a-cease-and-desist-notice-instead/" target="_blank">ha rincarato la dose</a> su <em>Paid Content </em>Mathew Ingram, che non riesce a spiegarsi la cieca reazione del <em>Times</em>. In uno scambio su <strong>Twitter</strong>, riportato <a href="http://storify.com/SaraMorrison/mathew-ingram-vs-paul-carr" target="_blank">in uno Storify</a> di Sara Morrison su <em>Columbia Journalism Review </em>(<a href="http://www.cjr.org/the_kicker/pass_the_popcorn_ingram_carr.php" target="_blank">«#Pass the Popcorn</a>»), l’Editor in Chief di <em>NSFWcorp</em> Paul Carr ha replicato al blogger di <em>GigaOM</em> difendendo le ragioni del NYT e sottolineando<a href="http://twitter.com/paulcarr/status/337265664538587136"> </a><a href="http://twitter.com/paulcarr/status/337265664538587136" target="_blank">come riprodurre un prodotto altrui</a> &#8211; peraltro ovviamente coperto da copyright &#8211; per pubblicizzare il proprio brand e i propri prodotti possa suonare come<a href="http://twitter.com/paulcarr/status/337273169276723200"> </a><a href="http://twitter.com/paulcarr/status/337273169276723200" target="_blank">un’<strong>operazione scorretta</strong></a>. Su <em>The Awl</em>, in un post dal titolo <span style="text-decoration: underline;">«</span><a href="http://www.theawl.com/2013/05/snow-fall-v-nate-silver-where-would-you-put-your-money" target="_blank">Tutti in segreto odiano Snow Fall</a>», Choire Sicha analizza un altro aspetto della vicenda: Snow Fall non è un modello vincente <em>per sé</em> ma semplicemente il risultato di un <em>hype</em> che ha generato contatti, non letture (a riprova, i dodici minuti di permanenza media sul sito, troppo pochi per una lettura completa del pezzo). E che ha oscurato il fenomeno <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/27190/" target="_blank">del <strong>data journalism</strong> di Nate Silver</a>, che in meno tempo e minor risorse ha ottenuti risultati paragonabili. Per favore, aggiunge Sicha: «a tutti noi piace Snow Fall, ma siamo stufi di doverne sentire parlare dibattito dopo dibattito».</p>
<p>Eppure il modello di business del <em>New York Times</em> in questi anni si è caratterizzato soprattutto per la scelta del cosiddetto <strong><a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/27881/" target="_blank">paywall</a></strong>, che ha portato a risultati soddisfacenti per il gruppo e che abbiamo analizzato qui in RoundUp <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/27900/" target="_blank">in più di un’occasione</a>. La novità è che il CEO Mark <strong>Thompson</strong><a href="http://paidcontent.org/2013/05/20/new-york-times-ceo-calls-digital-pay-model-most-successful-decision-in-years/"> </a><a href="http://paidcontent.org/2013/05/20/new-york-times-ceo-calls-digital-pay-model-most-successful-decision-in-years/" target="_blank">ha spiegato</a> pochi giorni fa agli studenti della Columbia che si è trattato di una scelta vincente, rivoluzionaria, addirittura «la <strong>più importante e felice decisione</strong> presa dal <em>New York Times</em> dal punto di vista del business da molti anni a questa parte». Un «rischio» necessario che trova alcune delle ragioni nell&#8217;analisi di <strong><a href="http://www.jaronlanier.com/" target="_blank">Jaron Lanier</a></strong>, intervistato questa settimana da Eric Allen Been <a href="http://www.niemanlab.org/2013/05/jaron-lanier-wants-to-build-a-new-middle-class-on-micropayments/" target="_blank">su <em>NiemanLab</em></a> per l&#8217;uscita del suo nuovo libro &#8220;<a href="http://www.amazon.com/Who-Owns-Future-JaronLanier/dp/1451654960" target="_blank">Who owns the future?</a>&#8220;. Lanier descrive un sistema economico costretto a trovare nei micropagamenti il paradigma per una sorta di rivoluzione sociale, l&#8217;imporsi di una<em> </em>nuova classe media finora distrutta dal<em> </em>modello<em> free</em>. Una <strong><em>freelance economy</em></strong> fondata sul contributo personale &#8211; equamente retribuito &#8211; alla «humanistic information economy», e nella quale il mercato dei media non può più rincorrere un sistema di raccolta pubblicitaria fallimentare dominato da attori tanto potenti e anomali come Facebook e <strong>Google</strong>. L&#8217;informazione, in sostanza, non può sopravvivere alla gratuità, né alla sussistenza economica <em>ad-based</em>.</p>
<h2><strong>Yahoo compra Tumblr</strong></h2>
<p><strong><img class="alignnone" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://weknowgifs.com/wp-content/uploads/2013/05/tumblr-yahoo.gif" alt="" width="595" height="251" /><br />
</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong>La notizia della settimana, in quel panorama ibrido abitato da web company e media, è comunque l’acquisizione di <strong>Tumblr</strong> da parte di <strong>Yahoo</strong> per 1,1 miliardi di dollari. Una cifra ragguardevole, alla quale il CEO della piattaforma di microblogging David <strong>Karp</strong> non ha potuto non cedere: in un post sul blog ufficiale di Tumblr, Karp ha voluto rassicurare tutti gli iscritti del servizio<a href="http://staff.tumblr.com/post/50902268806/news"> </a><a href="http://staff.tumblr.com/post/50902268806/news" target="_blank">spiegando</a> che il sito non cambierà («We’re not turning purple») e che il controllo e la gestione rimarranno in mano al vecchio team. In quelle ore infatti sono stati numerosi gli <strong>scongiuri</strong> di quegli iscritti che hanno temuto, più o meno scherzosamente, che l’arrivo del gigante del web degli anni duemila rappresentasse – così come successo per Geocities e Delicious – la morte del servizio. A tal proposito, la CEO di Yahoo <strong>Marissa Mayer </strong>ha deciso di replicare utilizzando uno dei linguaggi tipici degli utenti di Tumblr, dando notizia dell’acquisizione sul tumblelog di Yahoo <a href="http://yahoo.tumblr.com/post/50902111638/tumblr-yahoo" target="_blank">con una <strong>GIF</strong></a><strong> </strong>(a proposito, questa settimana<a href="http://www.guardian.co.uk/media/shortcuts/2013/may/22/gif-jif-pronounce"> </a><a href="http://www.guardian.co.uk/media/shortcuts/2013/may/22/gif-jif-pronounce" target="_blank">abbiamo anche scoperto</a> che in inglese “<a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/27440/" target="_blank">GIF</a>” si pronuncia con la “G” dolce). Un modo per presentarsi <strong><em>cool</em></strong> e calmare le acque.</p>
<p>La <em>coolness</em> smarrita di un portale che da un po’ di tempo non gode della miglior fama è stata proprio uno dei punti chiave di questa operazione commerciale, come fanno notare Peter Kafka e Kara Swisher<a href="http://allthingsd.com/20130516/will-yahoo-try-to-get-its-cool-again-by-doing-a-deal-for-tumblr/"> </a><a href="http://allthingsd.com/20130516/will-yahoo-try-to-get-its-cool-again-by-doing-a-deal-for-tumblr/">su </a><a href="http://allthingsd.com/20130516/will-yahoo-try-to-get-its-cool-again-by-doing-a-deal-for-tumblr/" target="_blank"><em>AllThingsD</em></a>. <strong>Tumblr</strong> è un ibrido fra blogging e social network molto in voga fra i giovani (soprattutto nord americani): come si evince<a href="http://www.buzzfeed.com/jwherrman/the-real-reason-yahoo-is-buying-tumblr"> </a><a href="http://www.buzzfeed.com/jwherrman/the-real-reason-yahoo-is-buying-tumblr" target="_self">da questa tabella</a> elaborata da Quantcast, l’indice demografico degli utenti di Tumblr mostra un’evidente sproporzione nei confronti dei ragazzi d’età compresa tra i 18 e i 24 anni, facendo della piattaforma un prodotto appetibile per la fetta di mercato <strong>giovane</strong> e per l’utilizzo che dei loro dati Yahoo può fare per ottimizzare gli altri servizi del gruppo. 300 milioni di ragazzi, <em>mobile user</em>, conquistati in un solo colpo &#8211; nota Felix Salmon<a href="http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2013/05/20/why-yahoo-tumblr-makes-sense/"> </a><a href="http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2013/05/20/why-yahoo-tumblr-makes-sense/">su </a><a href="http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2013/05/20/why-yahoo-tumblr-makes-sense/" target="_blank"><em>Reuters</em></a> &#8211; che rappresentano il futuro dell’utenza internet e un indice dei consumi da utilizzare in chiave <strong>commerciale</strong>: Tumblr è infatti «la piattaforma perfetta per gli inserzionisti di Yahoo da usare nel caso in cui volessero costruire un rapporto diretto coi consumatori, piuttosto che bombardarli di banner pubblicitari».</p>
<p>Operazione riuscita? Non è detto: secondo Jake Lodwick<a href="http://pandodaily.com/2013/04/02/an-acquisition-is-always-a-failure/"> </a><a href="http://pandodaily.com/2013/04/02/an-acquisition-is-always-a-failure/">su </a><a href="http://pandodaily.com/2013/04/02/an-acquisition-is-always-a-failure/" target="_blank"><em>PandoDaily</em></a>, per esempio, «grandi company non sono solo una versione più grande delle piccole» ma altre entità, coi loro ritmi, che finiscono per essere <strong>uccise</strong> dall’acquirente. E c’è chi sostiene che i 15 milioni all’anno di <em>revenue</em> garantite da Tumblr (dati del 2012) rischiano di non giustificare l’esborso «<a href="http://gigaom.com/2013/05/18/why-yahoo-acquiring-tumblr-for-1-billion-makes-a-certain-horrible-kind-of-sense/" target="_blank">disperato</a>» della Mayer.</p>
<h2><strong>Per i più giovani Facebook è un problema</strong></h2>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-30714" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2013/05/fb.png" alt="" width="591" height="228" /></p>
<p>La porzione del mercato social in mano ai giovani è di certo la più attraente: <strong>nuovi</strong> <strong>consumatori</strong> che danno ormai per scontati alcuni servizi online, utilizzandoli come estensione della vita reale. A conferma di questo dato arriva in questi giorni<a href="http://www.pewinternet.org/Reports/2013/Teens-Social-Media-And-Privacy/Summary-of-Findings.aspx"> </a><a href="http://www.pewinternet.org/Reports/2013/Teens-Social-Media-And-Privacy/Summary-of-Findings.aspx" target="_blank">una ricerca</a> del <strong>Pew Research Center</strong>, che ha analizzato il rapporto tra i giovani dagli 11 ai 19 anni e <strong>Facebook</strong>. Scorrendo le cifre si scopre che buona parte teenager guardano al social network con preoccupazione: Facebook è vissuto come una sorta di stress più che un’attività distensiva, un prolungamento delle proprie relazioni pubbliche che porta circa al metà dei <em>teen</em> intervistati a cancellare post e commenti, a dosare e scegliere con cautela i contenuti da pubblicare, più per questioni di <em><strong>social reputation</strong> </em>che di valutazione dei dati e dei contenuti da condividere con altri su una piattaforma proprietaria. Solo il 9% degli intervistati, infatti, si è detto ‘preoccupato’ dell’eventuale accesso di terze parti ai loro dati personali.</p>
<p>A preoccupare di più, invece, la presenza dei <strong>genitori</strong> (‘amici’ dei loro figli nel 70% dei casi analizzati), che porta molti di questi giovani utenti a migrare su altri servizi nei quali sentono di potersi esprimere più liberamente. A trarre beneficio da questo passaggio, secondo i dati, sarebbe <strong>Twitter</strong>: il 24% degli utenti fascia 11-19 anni è infatti iscritto sul social network di San Francisco (contro il 77% attuale di Facebook), con una rilevante crescita dell’8% rispetto all’anno scorso. In sostanza, la vera preoccupazione dei <strong>teenager</strong> sulla piattaforma di Zuckerberg,<a href="http://www.buzzfeed.com/charliewarzel/why-young-people-are-sick-of-facebook"> </a><a href="http://www.buzzfeed.com/charliewarzel/why-young-people-are-sick-of-facebook" target="_blank">riassume</a> la ricerca, starebbe nella crescente presenza di adulti, l’utilizzo incontrollato degli altri utenti e la snervante gestione della propria reputazione ‘pubblica’ (il cosiddetto <span style="text-decoration: underline;">«</span><strong><a href="http://www.theverge.com/2013/5/22/4354768/teens-are-tired-of-facebook-drama-says-pew" target="_blank">Facebook drama</a></strong>») che porterebbe a una perdita di interesse nella piattaforma e <a href="http://www.buzzfeed.com/jwherrman/the-two-types-of-social-network" target="_blank">all’iscrizione a nuovi servizi</a> (ma non all’abbandono definitivo).</p>
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		<title>E se i mass media fossero un’anomalia della Storia?</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 09:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Marino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Marino
Questa settimana in RoundUp: la nuova piattaforma del New Yorker ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="http://twitter.com/ungormite" target="_blank"><strong>Vincenzo Marino</strong></a></em></p>
<p>Questa settimana in RoundUp: la nuova piattaforma del <em>New Yorker</em> per fonti che vogliono mantenere l&#8217;anonimato; la domanda di Mathew Ingram: e se mettessimo in discussione il concetto di &#8216;media di massa?; il ritorno di <em>Snow Fall</em>, con l&#8217;analisi di pro e contro; <em>Fortune</em> passa in rassegna sette casi editoriali online di successo, da <em>HuffPost</em> a <em>Gawker</em>.<em><strong><br />
</strong></em></p>
<h2><strong>Una casa per fonti anonime al <em>New Yorker</em></strong></h2>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-30658" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2013/05/strongbox.png" alt="" width="595" height="206" /></p>
<p>L&#8217;attualità italiana nelle ultime settimane è stata dominata dal dibattito attorno all&#8217;<strong>anonimato online</strong>, con diverse posizioni &#8211; sempre più accettate &#8211; che vedono nella protezione delle proprie generalità e del proprio lavoro in rete un ostacolo alla libera discussione e al vivere civile in Internet. Il diritto alla riservatezza dei dati torna di grande attualità negli Stati Uniti &#8211; ma da un punto di vista diverso &#8211; con <a href="http://www.google.com/url?q=http%3A%2F%2Fwww.newyorker.com%2Fonline%2Fblogs%2Fcloseread%2F2013%2F05%2Fintroducing-strongbox-anonymous-document-sharing-tool.html&amp;sa=D&amp;sntz=1&amp;usg=AFQjCNG-orClN5mruZcYwghgYNUqS3WFoA" target="_blank">il lancio</a>, da parte del <strong><em>New Yorker</em></strong>, di <strong><a href="http://www.newyorker.com/strongbox" target="_blank">Strongbox</a></strong>. Si tratta di una piattaforma di archiviazione di documenti e messaggi che permette di inviare al magazine contenuti in sicurezza e completo anonimato. Basato sul progetto <strong><a href="http://deaddrop.github.io/" target="_blank">DeadDrop</a></strong> messo in piedi da <strong><a href="http://www.journalismfestival.com/news/aaron-swartz-1986-2013/" target="_blank">Aaron Swartz</a></strong> e Kevin Polusen, Strongbox si avvarrà di un sistema di ricezione e consultazione dei documenti studiato su più fasi, che con il passaggio da un supporto all&#8217;altro, l&#8217;utilizzo della rete Tor e la protezione dell&#8217;identità del mittente tramite l&#8217;adozione di username casuali cifrate, dovrebbe portare all’attenzione del <em>New Yorker </em>contenuti &#8211; su server separati dal resto delle infrastrutture Condé Nast &#8211; ‘sensibili’ il cui invio richiede la massima discrezione.</p>
<p>Il primo paragone è ovviamente quello con Wikileaks, la cui sicurezza sui dati, fa notare Alex Fitzpatrick su <a href="http://mashable.com/2013/05/15/new-yorker-strongbox/" target="_blank"><em>Mashable</em></a>, è stata fortemente minata dal caso <strong>Bradley Manninng</strong>, e l&#8217;operatività del progetto compromessa dalla posizione giudiziaria di <strong>Julian Assange</strong>. Semplicemente, si legge su <em>NewYorker.com</em>, un&#8217;estensione del concetto di casella postale, una sorta di evoluzione naturale del <em>contact form</em> che dall&#8217;indirizzo all&#8217;interno della copertina del primo numero, nel 1925, ha portato all&#8217;inserimento del numero di telefono (1928) e dell&#8217;indirizzo email (1998). E adesso, dunque, a una sorta di ‘Dropbox’ per fonti che intendono mantenere una «<strong>certa dose</strong> di anonimato» («a reasonable amount of anonymity»), spiega in modo forse un po&#8217; ambiguo il <a href="http://www.newyorker.com/online/blogs/closeread/2013/05/introducing-strongbox-anonymous-document-sharing-tool.html" target="_blank">post di lancio</a> &#8211; incuriosendo il giornalista Greg Mitchel <a href="http://gregmitchellwriter.blogspot.it/2013/05/how-strong-is-this-strongbox.html" target="_self">che si chiede</a> quanto sia effettivamente ‘forte’ l&#8217;<strong>impenetrabilità</strong> di Strongbox. Con curioso <a href="http://www.newyorker.com/online/blogs/comment/2013/05/how-obama-harms-the-press.html?utm_source=dlvr.it&amp;utm_medium=twitter&amp;mobify=0" target="_blank">tempismo</a>, sicuramente del tutto involontario, il progetto viene varato proprio nella settimana in cui si scopre che l&#8217;amministrazione <strong>Obama</strong>, e in particolare il Dipartimento di Giustizia, ha <a href="http://www.ilpost.it/2013/05/14/intercettazioni-governo-usa-associated-press" target="_blank">segretamente intercettato</a> per due mesi le linee telefoniche della <strong>AP</strong>.</p>
<h2><strong>E se i mass media fossero un’anomalia della Storia?</strong></h2>
<p><strong><img class="alignnone" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://weknowgifs.com/wp-content/uploads/2013/04/darth-vader-no-gif.gif" alt="" width="595" height="225" /><br />
</strong></p>
<p>È la rivisitazione di un rapporto tutto nuovo tra il singolo e l&#8217;universo mediatico, multidirezionale, che fa dei media di massa il terminale ultimo di contenuti e documenti ma non più la piattaforma che detiene l&#8217;appannaggio esclusivo delle notizie e delle fonti, anche le più sensibili. Ma se fosse lo stesso concetto di &#8216;<strong>mass media</strong>&#8216; a esser messo in discussione? Se lo chiede questa settimana Mathew Ingram <a href="http://paidcontent.org/2013/05/11/back-to-the-future-what-if-the-mass-media-era-was-just-an-accident-of-history/">su </a><a href="http://paidcontent.org/2013/05/11/back-to-the-future-what-if-the-mass-media-era-was-just-an-accident-of-history/" target="_blank"><em>Paid Content</em></a>, prendendo le mosse da <a href="http://www.niemanlab.org/2013/05/diaries-the-original-social-media-how-our-obsession-with-documenting-and-sharing-our-own-lives-is-nothing-new/" target="_blank">uno studio di Lee Humphreys</a> sui <strong>modelli</strong> <strong>comunicativi</strong> antecedenti all&#8217;industria dell&#8217;informazione così come la conosciamo. La tesi del post si risolve nella domanda del titolo: e se i mass media fossero solo <strong>un&#8217;anomalia storica</strong>? Siamo infatti portati a pensare che una volta raggiunto questo tipo di produzione mediatica non esistano altre alternative, come se il mercato di tv e giornali del &#8217;900 fosse il risultato vincente, perfetto e definitivo del progresso storico nel settore, destinato a durare per sempre. Certezze che mese dopo mese, in questi anni, cominciano a farsi sempre meno incrollabili per mano di servizi &#8211; e dei nuovi modelli comunicativi &#8211; imposti da strumenti come <strong>Facebook</strong> e <strong>Twitter</strong>.</p>
<p>«C&#8217;è spesso una sorta di pervasiva nostalgia per &#8216;i bei vecchi tempi&#8217;, quando tv e carta dominavano il panorama mediatico», esordisce Ingram. Ma la ricerca di Humphreys descrive come la comunicazione, per lungo tempo, sia stata guidata da un tipo di produzione <strong>monodirezionale</strong>, più personale, trovando il proprio medium nei diari privati, che nel corso del XIX secolo hanno cominciato a esser scambiati e letti divenendo un prodotto a uso <strong>pubblico</strong> e personale allo stesso tempo, trovando poi la più forte affermazione con l&#8217;avvento della psicologia freudiana. Un sistema di scrittura personale &#8211; che trovava riflessi anche nella prima produzione giornalistica e letteraria del ‘900 &#8211; che si può assimilare a quella degli odierni <strong>blog</strong>. O, ancora meglio, a una «più lenta e meno diffusa versione di <strong>Twitter</strong>». La morale, in sostanza, è chiedersi se si debba puntare a un futuro sostenibile ‘a tutti i costi’ per un sistema che ha saputo imporsi nei decenni passati, ma che non è &#8211; nell’ipotesi di Ingram &#8211; necessariamente destinato a sopravvivere per sempre &#8211; dal momento che già oggi i prodotti legati a questo modello riescono difficilmente a trovare un posizionamento vantaggioso sul mercato. Per tornare a un dibattito che ha preso piede nei giorni scorsi, e che a rtimi alternati si riaffaccia sull&#8217;attualità giornalistica online, è <a href="http://paidcontent.org/2013/05/09/is-it-the-best-of-times-or-the-worst-of-times-for-journalism-yes" target="_blank">sia il periodo migliore che il peggiore per fare <strong>giornalismo</strong></a>.</p>
<h2><strong>Perché ‘Snow Fall’ è (o no) il futuro della stampa</strong></h2>
<p style="text-align: left;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-30661" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2013/05/newsweek.png" alt="" width="594" height="234" /></strong>Il settore è infatti alle prese con un processo di radicale ricostruzione del giornalismo come prodotto per lettori e inserzionisti, in un quadro dove i primi sono in grado di sostituire quasi completamente i media, e la pubblicità tende a spostarsi sempre più verso il mobile, <a href="http://stateofthemedia.org/2013/overview-5/" target="_blank">a prescindere dal tipo di contenuto</a>. Pochi mesi fa il <strong><em>New York Times</em></strong> ha pubblicato un articolo <em>longread</em>, multimediale, innovativo e apprezzato da lettori e &#8216;critica&#8217;: si tratta del noto “<strong><a href="http://www.nytimes.com/projects/2012/snow-fall/#/?part=tunnel-creek" target="_blank">Snow fall</a></strong>” di John Branch, visitato da circa 3 milioni di utenti unici e <a href="http://www.journalism.co.uk/news/new-york-times-digital-snowfall-feature-wins-pulitzer/s2/a552683/" target="_blank">vincitore di un <strong>Pulitzer</strong> nell’aprile scorso</a>. Il progetto, di cui abbiamo <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/28077/" target="_blank">già parlato in RoundUp</a>, è tornato d&#8217;attualità in questi giorni, quando Om Malik <a href="http://gigaom.com/2013/05/10/how-the-new-york-times-can-fight-buzzfeed-reinvent-its-future/">su </a><a href="http://gigaom.com/2013/05/10/how-the-new-york-times-can-fight-buzzfeed-reinvent-its-future/"><em>GigaOM</em></a> ne ha parlato come via &#8211; per il <em>New York Times</em>, e quindi per tutta la stampa tradizionale &#8211; per reinventarsi e combattere la concorrenza <em>alla</em> <em>BuzzFeed</em>. Secondo l’Executive Editor del <em>Times</em> Abramson Snow Fall è infatti diventato una sorta di precedente che adesso tutti vorrebbero emulare (<a href="http://adage.com/article/media/newsweek-redesign-aims-snow-fall-weekly/241474/" target="_blank">un esempio di queste ore</a> è quello di <a href="http://www.thedailybeast.com/newsweek.html" target="_blank"><em>Newsweek.com</em></a>), ma che non tutti possono permettersi di mettere in piedi, impegnando mesi e mesi di lavoro per un prodotto sostanzialmente gratuito, e «<strong>25 milioni </strong>di dollari» per serializzare il format e produrre «100 progetti in stille Snow Fall». Un vantaggio che in termini di possibilità e brand solo testate come il NYT possono capitalizzare: il suggerimento di Om è fare di questo formato editoriale un modello dal quale partire, un nuovo core business da piazzare sul mercato come un <strong>prodotto</strong> <strong><em>hollywoodiano</em></strong>, con tanto di <em>product placement</em> (il <em>creative advertising</em>), canali di distribuzione (multipiattaforma), e star (le grandi firme). Esattamente come per i film.</p>
<p>Abbandonare per sempre l&#8217;idea di un giornalismo <strong>stampa-centrico</strong>, lasciandosi alle spalle l&#8217;eredità delle vecchie strutture redazionali e giocare da &#8216;nativi&#8217;, con un team duttile capace di produrre contenuti su più media. Di tutt&#8217;altro avviso Hamish McKenzie <a href="http://pandodaily.com/2013/05/13/sorry-snow-fall-isnt-going-to-save-the-new-york-times/">su </a><a href="http://pandodaily.com/2013/05/13/sorry-snow-fall-isnt-going-to-save-the-new-york-times/" target="_blank"><em>PandoDaily</em></a>, secondo il quale il caso Snow Fall, e la curiosità creatasi attorno al progetto, non sarebbero facilmente <strong>replicabili</strong>. E ben poco potrebbero, in aggiunta &#8211; in uno scenario economico talmente depressivo &#8211; per invertire la rotta della discendente raccolta pubblicitaria: in un mercato nel quale la news industry <a href="http://stateofthemedia.org/2013/overview-5/" target="_blank">non è più appetibile per gli inserzionisti</a>, non sarà «un&#8217;inserzione multimediale per Land Rover in uno &#8216;Snow Fall&#8217; ad aggiustare tutto». È un intero modello da ripensare, secondo McKenzie, in un&#8217;industria che deve imparare a fare i conti con un&#8217;era <strong><em>post-pubblicitaria</em></strong> (a tal proposito, da rivedere il workshop organizzato in collaborazione con la <em>Columbia Journalism Review</em> al <strong>Festival Internazionale del Giornalismo</strong>: “Beyond advertising” &#8211; <a href="http://www.journalismfestival.com/programme/2013/business-models-2.0-beyond-advertising" target="_blank">video</a>). Forse la soluzione è il <strong>paywall</strong>, conclude l&#8217;autore, forse abbonamenti più convenienti e redazioni più piccole, o l&#8217;e-commerce. «Ma di sicuro non 100 variazioni della stessa hit».</p>
<h2><strong>Chi sta facendo i soldi in rete?</strong></h2>
<p><strong><img class="alignnone" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-f" src="http://bit.ly/12exGZW" alt="" width="594" height="256" /><br />
</strong></p>
<p>Gli esperimenti, in tal senso, sono numerosi e non tutti fallimentari. Questa settimana JP Mangalindan analizza <a href="http://tech.fortune.cnn.com/2013/05/10/so-whos-making-money-publishing-on-the-web/">per </a><a href="http://tech.fortune.cnn.com/2013/05/10/so-whos-making-money-publishing-on-the-web/"><em>Fortune</em></a><a href="http://tech.fortune.cnn.com/2013/05/10/so-whos-making-money-publishing-on-the-web/" target="_blank"> della CNN</a> sette casi di media online, i loro risultati in termini di <strong>contatti</strong> e <strong>ritorni</strong> <strong>economici</strong> e le loro <strong>prospettive</strong> future. Si tratta dei gruppi più noti, tutti americani, che in modo diverso e lavorando in più settori cercano di offrire prodotti ben riconoscibili e possibilmente di successo. Il primo caso è quello dell&#8217;<strong><em>Huffington Post</em></strong>, 73 milioni di lettori nel mondo, più di 500 impiegati e noto per la sua associazione di contenuti alti &#8211; che le sono valsi un Pulitzer &#8211; e bassi. Un<em> case history</em> nato da un investimento di un milione di dollari &#8211; cui hanno fatto seguito altri 20, poi i 315 di <strong>AOL</strong> &#8211; redditizio fino al 2010, anno antecedente all&#8217;acquisizione da parte del service provider americano. Secondo caso, quello di <strong>Gawker</strong> <strong>Media</strong>: in rete dal 2001, letto da 40 milioni di utenti e la cui missione, come da tagline del sito, è «Oggi gossip, domani news». Fondato da Nick Denton (da casa propria) conta ora circa 150 impiegati e si basa su un programma di <strong>brand advertising</strong> e e-commerce sui diversi siti della piattaforma (<em>Jezebel</em>, <em>Gizmodo</em>, <em>Deadspin</em>) che concorre ai ricavi, in segno positivo rispetto ai costi, sin dal 2006. In progetto l&#8217;espansione della piattaforma di publishing e discussione <strong>Kinja</strong>.</p>
<p>Proprio un ex collaboratore di <em>Gawker</em>, Choire Sicha, nel 2009 ha dato vita con Alex Balk a <strong><em>The Awl</em></strong>, brillante blog che conta 3 milioni di visite mensili (dati di gennaio) pensato da Sicha dopo aver constatato che nelle altre redazioni, per lui e gente come lui, non c&#8217;era più posto: «We finally just decided to stop working for those people who didn&#8217;t care about us». Business model basato su semplici inserzioni e qualche <strong><em>advertorial</em></strong>, <em>The Awl </em>non fornisce numeri in termini di dollari, ma pare comunque che le finanze siano attualmente sotto controllo. Inizierà a essere redditizio solo da fine anno il gruppo<strong> Vox Media </strong>- online dal 2003, sotto forma di blog a carattere sportivo &#8211; del quale fanno parte il sito specializzato in sport <strong><em>SB Nation</em></strong>, il portale hi tech <strong><em>TheVerge</em></strong> e il recentissimo <strong><em>Polygon</em></strong> (videogame-focused). Il gruppo si sta impegnando nella creazione di progetti pubblicitari innovativi così da invogliare all’acquisto di spazi gli inserzionisti &#8211; per i quali, spiega il CEO Jim Bankoff, «web advertising <em>sucks</em>». È il modello <strong><em>BuzzFeed</em></strong>, altro caso analizzato da Mangalindan, che fa del <strong><em>native advertising</em></strong> e della pubblicità alternativa una grossa fonte d&#8217;attrazione per grandi brand. Più di 40 milioni di visitatori unici a marzo, <em>BuzzFeed</em> (di cui abbiamo <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/26572/" target="_blank">parlato ampiamente</a> e che è stato presentato al Festival Internazionale del Giornalismo dalla Executive Editor <strong>Doree Shafrir</strong> &#8211; <a href="http://www.journalismfestival.com/programme/2013/the-rise-of-social-storytelling" target="_blank">video</a>) nasce dall&#8217;idea del co-founder di <em>HuffPost</em> Jonah Peretti, che con gatti (<a href="http://www.pbs.org/mediashift/2013/05/why-do-cats-dominate-the-internet" target="_blank">qui</a> un&#8217;<em>inchiesta</em> di questa settimana su PBS sul <strong>perché i felini «dominano internet»</strong>) e scoop politici dovrebbe &#8211; <a href="http://blogs.wsj.com/corporate-intelligence/2013/01/04/buzzfeeds-business-model-scale-is-a-problem-and-thats-a-good-thing">secondo il </a><a href="http://blogs.wsj.com/corporate-intelligence/2013/01/04/buzzfeeds-business-model-scale-is-a-problem-and-thats-a-good-thing" target="_blank"><em>Wall Street Journal</em></a> &#8211; arrivare a fine anno con entrate pari a 40 milioni di dollari.</p>
<p>Da seguire, infine, anche i modelli di <strong><em>Business Insider</em> </strong>(24 milioni di lettori, qualche profitto nel primo trimestre del 2013) e <strong>SAY Media</strong>, il gruppo del sito <em>ReadWrite</em> (20 milioni di utenti), che ha intenzioni di puntare alla vendita di prodotti singoli su vari siti.</p>
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		<title>Fare giornalismo senza giornali</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 09:36:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Marino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Marino
Questa settimana in RoundUp, quattro esempi di giornalismo &#8220;senza giornali&#8221;: ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="http://twitter.com/ungormite" target="_blank">Vincenzo Marino</a></em></p>
<p>Questa settimana in <strong>RoundUp</strong>, quattro esempi di giornalismo &#8220;senza giornali&#8221;: l&#8217;esperimento di finanziamento dal basso &#8211; finora fallimentare &#8211; di Andrew <strong>Sullivan</strong>, l&#8217;apertura di una posizione da giornalista presso <strong>Twitter</strong>, il nuovo processo di reperimento e lettura delle <strong>news</strong>, che porta a nuovi prodotti <strong>digital</strong> e <strong>mobile</strong>.<em><br />
</em></p>
<h2><strong>Alti e bassi del crowdfunding</strong></h2>
<p style="text-align: left;"><strong><img class="aligncenter" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://bit.ly/17OOytU" alt="" width="588" height="275" /></strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Una delle novità più rilevanti degli ultimi giorni attorno al tema del giornalismo online e della sua <strong>sostenibilità</strong> è l&#8217;esito <a href="http://paidcontent.org/2013/05/08/andrew-sullivan-says-its-unlikely-the-dish-will-reach-its-900000-goal/" target="_blank">sin qui opaco</a> della raccolta di fondi di <strong>Andrew</strong> <strong>Sullivan</strong>. Il blogger, <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/28077/" target="_blank">come riportato nei mesi scorsi</a>, aveva deciso di abbandonare la piattaforma <em>Newsweek/The Daily Beast </em>che ospitava il suo storico <a href="http://dish.andrewsullivan.com/" target="_blank"><em>The Dish</em></a> per cercare una strada verso l&#8217;autonomia finanziaria. Forte dell&#8217;importante presenza online conquistata con gli anni e di una community fedele, Sullivan aveva chiesto ai propri lettori di appoggiare economicamente la sua «<a href="http://andrewsullivan.thedailybeast.com/2013/01/a-declaration-of-independence.html" target="_blank">dichiarazione di indipendenza</a>» fissando il tetto dei contributi da raccogliere alla ragguardevole cifra di <strong>900mila</strong> <strong>dollari</strong>. Dopo un avvio spedito, nel quale il monte sottoscrizioni aveva raggiunto rapidamente numeri che hanno fatto pensare subito a un precedente storico in grado di indicare una nuova strada per il finanziamento del giornalismo online a tema <strong><em>crowdfunding</em></strong> e <em><strong>personal</strong> <strong>branding</strong></em>, la raccolta <a href="http://puntonave.blogautore.repubblica.it/2013/05/08/gioie-e-dolori-del-crowdfunding-ovvero-quando-il-giornalismo-va-in-colletta/" target="_blank">si è fermata in questi giorni alla cifra di <strong>680</strong> <strong>mila dollari</strong></a>, con un incremento di ‘soli’ 30 mila dollari circa in poco meno di due mesi. «I lettori più fedeli hanno già dato», riassume Sullivan <a href="http://dish.andrewsullivan.com/2013/05/07/camus-as-newsman/" target="_blank">in un pezzo</a> in cui dà notizia dell&#8217;andamento del progetto. «Da qui in poi la vedo dura». Da segnalare il fatto che lo stesso post registri (al momento), in termini di condivisioni sui social, una quarantina di tweet e una manciata di &#8216;like&#8217; su Facebook.</p>
<p>Uno delle critiche più facili da muovere, guardando a iniziative come queste, è il fatto che Sullivan abbia probabilmente preteso dalla capacità di ‘<strong>mobilitazione</strong>’ del proprio lettorato, fissando il <em>break even</em> su quote forse eccessivamente ambiziose. Alcuni esempi di finanziamento dal basso, su cifre più modeste e accessibili, contraddicono invece l&#8217;idea del crowdfunding come modello fallimentare per il finanziamento di attività giornalistiche. In queste ore il giornalista italiano Andra <strong>Marinelli</strong> ha <a href="http://www.kapipal.com/omosessualitainamerica" target="_blank">raggiunto e superato i 3000 dollari richiesti su Kapipal</a> necessari per finanziare il suo viaggio negli <strong>Stati</strong> <strong>Uniti</strong>: obiettivo, raccontare l&#8217;omosessualità in America, in una cesura storico-politica che a fine giugno porterà i giudici della Corte Suprema a esprimersi per la prima volta sui matrimoni gay. Il progetto, che ha già superato i 3500 dollari a pochi giorni dalla chiusura della raccolta, segue un altro omologo esperimento di Marinelli, <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/speaker/andea-marinelli" target="_blank">che nel 2012</a> era già riuscito a farsi finanziare &#8211; anche piuttosto bene &#8211; il viaggio raccontato nel libro <strong><a href="http://www.amazon.it/Lospite-autostop-allinseguimento-elezioni-americane/dp/147935838X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1352068695&amp;sr=8-1" target="_blank"><em>L&#8217;Ospite</em></a></strong> e presentato durante l&#8217;ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo (<a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/programme/2013/lospite.-pullman-divani-e-autostop-allinseguimento-delle-elezioni-americane" target="_blank">video</a>).</p>
<h2><strong>Twitter cerca giornalisti</strong></h2>
<p style="text-align: left;"><strong><img class="aligncenter" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://bit.ly/15tgUfZ" alt="" width="595" height="250" /></strong>È comunque la ridefinizione di <strong>nuove forme di giornalismo</strong>, che cercano di fare a meno delle strutture redazionali &#8211; slegandosi da un&#8217;eredità che sembra colare a picco insieme agli insostenibili costi di gestione &#8211; e di smarcarsi dalla classica forma ‘giornale-sito’ per approcciare a un racconto più fluido e senza intermediari. In un paesaggio talmente rinnovato, le nuove <strong>piattaforme <em>born-digital </em></strong>possono far sentire la propria voce, imponendosi come presenza &#8216;editoriale&#8217; in un nuovo processo di produzione, condivisione e lettura delle notizie. Altra news calda della settimana è infatti l&#8217;<a href="https://twitter.com/jobs/positions?jvi=o5RpXfw2,Job" target="_blank">apertura di una posizione da <strong>Head of News and Journalist</strong></a><strong> presso Twitter</strong>. È la società stessa, quindi, ad aprire la ricerca per una figura editoriale in grado di operare come «responsabile per la definizione e l&#8217;attuazione di strategie che rendano <strong>Twitter</strong> indispensabile per redazioni e giornalisti, e parte essenziale di operazioni e strategia dei network televisivi e delle <em>news organization</em>». L’azienda, in pratica, è cosciente del portato rivoluzionario del suo utilizzo nell&#8217;ambiente giornalistico, «sia per come le notizie vengono date» sia per «il nuovo modo di connettere giornalisti e loro <strong>lettori</strong>». <a href="http://observer.com/2013/05/twitter-wants-to-get-more-journalists-on-twitter/" target="_blank">E sembra volerlo sfruttare</a>.</p>
<p>È la prima volta che una società tecnologica guarda al settore news come funzionalità primaria, fa notare Michael Wolff <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/06/twitter-hiring-head-of-news-journalism">sul </a><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/06/twitter-hiring-head-of-news-journalism" target="_blank"><em>Guardian</em></a>. «Google, Yahoo e Microsoft hanno tutte, a diverse gradazioni, profuso sforzi nel settore vedendovi delle opportunità, ma solo come <strong><em>commodity</em></strong>», una risorsa al servizio di quell&#8217;industria. Mai in funzione di filtro e <em><strong>news</strong> <strong>gathering</strong></em>, che &#8211; continua &#8211; sembra proprio ciò che Twitter sta cercando, in una fase in cui sembra pronto a diventare una sorta di <em>news operator</em> autonomo. E così, conclude, Twitter si è trovata da tool senza funzione specifica a <strong>elemento</strong> <strong>rivoluzionario</strong> del news business. Una posizione che adesso intenderebbe consolidare scientificamente, nello scenario immaginato da Wolff, che in un&#8217;intervista a Mark Glaser <a href="http://www.pbs.org/mediashift/2013/05/mark-luckie-twitter-not-getting-into-news-business">su </a><a href="http://www.pbs.org/mediashift/2013/05/mark-luckie-twitter-not-getting-into-news-business" target="_blank"><em>PBS Mediashift</em></a> viene smentito pochi giorni dopo dal Creative Content Manager Mark Luckie. «Non ambiamo a diventare un operatore del genere. Essendo così centrali nel lavoro giornalistico odierno, naturalmente attorno all&#8217;annuncio si è creato un po&#8217; di rumore», rassicura. «Ma no, non abbiamo un team editoriale, né una redazione: offriamo solo una <strong>piattaforma</strong>». Interessante notare come in questi stessi giorni Facebook abbia voluto affacciarsi su questo mondo con un post &#8211; nello spazio <a href="https://developers.facebook.com/media/" target="_blank">Media on Facebook</a> appena lanciato &#8211; col quale <a href="http://www.journalism.co.uk/news/facebook-publishes-best-practice-guide-for-journalists/s2/a552876/" target="_blank">consiglia delle </a><a href="http://www.journalism.co.uk/news/facebook-publishes-best-practice-guide-for-journalists/s2/a552876/"><em>best practice</em></a> per l&#8217;uso giornalistico del social network. Confermando l&#8217;interesse dei nuovi giganti dei media online per l&#8217;antico &#8211; e in crisi &#8211; settore del giornalismo.</p>
<h2><strong>«Dove trovi le tue news?»</strong></h2>
<p><strong><img class="alignnone" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://bit.ly/15tgarg" alt="" width="595" height="294" /><br />
</strong></p>
<p>In un presente editoriale dove le notizie sono a disposizione di chiunque &#8211; quanto a produzione e diffusione &#8211; l&#8217;area di lavoro, lettura e discussione risulta quindi notevolmente cambiata, fino a riscrivere i confini dell&#8217;<strong>azienda-giornale </strong>e della fabbrica delle notizie nei loro processi più basilari. «Da dove le prendi le notizie?»: è la domanda alla quale cerca di rispondere la Director of Marketing &amp; Communication di <em>VoxMedia</em> Callie Schweizter <a href="https://medium.com/you-are-what-you-share/d2a1f81baeb6?utm_source=newsletter13&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=long13non">su </a><strong><a href="https://medium.com/you-are-what-you-share/d2a1f81baeb6?utm_source=newsletter13&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=long13non" target="_blank"><em>Medium</em></a></strong> (peraltro, per restare in tema, altra piattaforma di <em>self publishing </em>che <a href="http://gigaom.com/2013/04/05/twitter-co-founders-clarify-obvious-corp-structure-say-medium-now-operates-independently/" target="_blank">punta a un’identità editoriale</a>). Dimenticati i tempi nei quali il <em>New York Times</em> aspettava il lettore davanti la porta di casa, assisteremmo in questa fase a un processo di inversione dei termini nel quale non è solo il lettore a cercare la notizia, ma anche &#8211; se non soprattutto &#8211; il contrario. <strong>News</strong> arrivano sui social network, per mail, nei messaggi privati &#8211; nota Schweizter &#8211; annientando la natura della prima pagina di carta come &#8216;manifesto&#8217; in grado di fare agenda (ne parla ampiamente Mathew Ingram nel suo keynote speech al Festival Internazionale del Giornalismo &#8211; <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/programme/2013/keynote" target="_blank">video</a>) e dell&#8217;apertura delle homepage come abitudine per la consultazione routinaria delle notizie. L&#8217;approdo a un giornalismo senza ‘<strong>prima pagina</strong>’ &#8211; <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/30051/" target="_blank">spiegava Ingram</a> &#8211; che trova sempre maggiori conferme.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="270" src="http://www.youtube.com/embed/V0UJgLpmsfY" width="595"></iframe></p>
<p>Justin Ellis <a href="http://www.niemanlab.org/2013/05/every-page-is-your-homepage-reuters-untied-to-print-metaphor-builds-a-modern-river-of-news/">su </a><a href="http://www.niemanlab.org/2013/05/every-page-is-your-homepage-reuters-untied-to-print-metaphor-builds-a-modern-river-of-news/" target="_blank"><em>NiemanLab</em></a> dà notizia del lancio della <a href="http://preview.reuters.com/"><em>preview</em></a><a href="http://preview.reuters.com/" target="_blank"> del nuovo sito di </a><strong><a href="http://preview.reuters.com/"><em>Reuters</em></a></strong>, che sembra abbracciare proprio questa tendenza: la caratteristica del nuovo schema di impaginazione sarebbe infatti la possibilità di fare di ogni singola pagina una sorta di piccola <strong>homepage</strong> nella quale trovare l&#8217;articolo desiderato ma anche una panoramica del resto dei contenuti, aiutando così il lettore arrivato da <em>direct link</em> sparsi per la rete a trovare ciò che senza il passaggio obbligato dalla pagina principale si sarebbe perso. Il tutto con un design ottimizzato per una lettura chiara e una disposizione dei diversi &#8216;richiami&#8217; non troppo invadente. «<strong>Every page</strong> is your homepage», spiega Ellis. E <em>Reuters</em> sta cercando di muoversi prima di altri, con un formato il più possibile adattabile agli strumenti <strong>mobile</strong> &#8211; un settore in salute, economicamente attraente, come testimoniato dai dati di traffico verso i siti dai dispositivi mobile, in crescita dal 25% dell&#8217;anno scorso al 33% circa (e non a caso in <em>New York Times</em> ne <a href="http://www.niemanlab.org/2013/05/the-new-york-times-launched-a-revamped-mobile-site-today/" target="_blank">ha appena lanciato</a> una nuova versione del sito).</p>
<h2><strong>Giornalismo senza giornali</strong></h2>
<p style="text-align: left;"><strong><img class="aligncenter" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 9px;" title="-" src="http://bit.ly/15tgnL2" alt="" width="595" height="274" /></strong>La ricerca e la consultazione delle notizie &#8211; per rispondere alla domanda di Schweizter &#8211; passa anche da qui: un intero settore di <strong>aggregatori</strong> più o meno social, più o meno personalizzabili, sicuramente disponibili in mobilità (Flipboard, Zite, Pulse, Prismatic: questa settimana ne analizza la <a href="http://www.niemanlab.org/2013/05/the-newsonomics-of-the-mobile-aggregator-roundup/" target="_blank"><em>newsonomics</em></a> Ken Doctor) che si adatta perfettamente alle nuove abitudini degli utenti, al mercato tecnologico e in qualche modo, fa notare Doctor, a quell&#8217;ecosistema Internet immaginato da <strong>Steve</strong> <strong>Jobs</strong>, una galassia di app automome pensate per specifiche funzioni da utilizzare in mobilità senza l&#8217;obbligo della navigazione in rete. «Il mondo mobile si muove più velocemente di quanto chiunque si aspettasse, Google compresa», continua: «in un mondo formato app chi ha bisogno degli strumenti di ricerca?». E per quanto possa sembrare iperbolica &#8211; per ammissione dello stesso autore &#8211; la domanda comincia comunque a trovare prime conferme di legittimità nei dati forniti in settimana <a href="http://www.buzzfeed.com/aswini/where-did-all-the-search-traffic-go">da </a><a href="http://www.buzzfeed.com/aswini/where-did-all-the-search-traffic-go" target="_blank"><em>BuzzFeed</em></a>, che registrano un deciso crollo del traffico in arrivo dai <strong>motori di</strong> <strong>ricerca</strong> &#8211; meno 20% da agosto 2012, meno 30% dal solo Google &#8211; contro una crescita sostanziale di quello generato da <strong>Facebook</strong>.</p>
<p>Nel mare aperto dei contenuti in rete e delle ricerche infinite, strumenti come gli aggregatori &#8211; in grado di suggerire notizie più simili ai nostri gusti e a quelli dei nostri contatti sociali, e su più dispositivi &#8211; si impongono quasi naturalmente &#8211; il blogger Robert Scoble su Google+ <a href="https://plus.google.com/+Scobleizer/posts/Z6DgSWjCRxR" target="_blank">parla di &#8220;guerra&#8221;</a>. In questi ultimi giorni il mercato ha conosciuto l&#8217;ingresso di un nuovo attore: con l&#8217;<a href="http://techcrunch.com/2013/04/25/betaworks-instapaper/" target="_blank">acquisto</a> del lettore <em>lean back</em> <strong>Instapaper</strong> e la ridefinizione della <a href="http://techcrunch.com/2013/03/25/digg-hints-its-google-reader-replacement-will-go-beyond-rss-alone-to-include-content-from-social-media-hn-reddit-more/" target="_blank">piattaforma di social reading <strong>Digg</strong></a><strong> </strong>da un punto di vista più &#8220;editoriale&#8221; (e ritorna il tema dell&#8217;industria tecnologica che gioca a fare &#8220;i media&#8221;) <strong>Betaworks</strong> sembra voglia decisamente cominciare a fare ‘ecosistema informativo’ da solo, sfruttando anche l&#8217;imminente chiusura di Google Reader e un settore tecnologico in fermento. Da semplice strumento di social bookmarking, il nuovo Digg punta a fare di semplicità, sincronizzazione fra più device, acquisizione di feed, contenuti dai social e una <a href="http://www.theverge.com/2012/7/31/3207670/digg-redesign-live">forte </a><strong><a href="http://www.theverge.com/2012/7/31/3207670/digg-redesign-live"><em>curation</em></a><a href="http://www.theverge.com/2012/7/31/3207670/digg-redesign-live" target="_blank"> editoriale</a></strong> una nuova piattaforma di lettura, reperimento e discussione. A testimonianza del fatto che nel ‘nuovo mondo’ gli<em> old media</em> devono cominciare a guardarsi da chiunque, anche da chi al prodotto giornalistico online ha sempre pensato come contenuto non troppo dissimile da una ricetta di cucina, una mappa con indicazioni stradali o una foto da conservare e condividere.</p>
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		<title>Auto Draft</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Marino</dc:creator>
		
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		<title>Auto Draft</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela</dc:creator>
		
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		<title>Auto Draft</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Cesarini</dc:creator>
		
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		<title>Auto Draft</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<title>Auto Draft</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>matteo</dc:creator>
		
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		<title>Perugia è la Seattle degli anni &#8217;90</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 12:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele.azzu</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Isola dei Giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[2013]]></category>
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		<category><![CDATA[Festival Internazionale del Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ijf]]></category>
		<category><![CDATA[international journalism festival]]></category>
		<category><![CDATA[l'isola dei cassintegrati]]></category>
		<category><![CDATA[michele azzu]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono cinque giorni che mi alzo per ultimo, all&#8217;hotel Fortuna, eppure qualcuno ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono cinque giorni che mi alzo per ultimo, all&#8217;hotel Fortuna, eppure qualcuno con cui fare colazione lo trovo sempre. Oggi è <strong>Emanuele Midolo</strong>, che vive a Parigi e lavora per Agoravox, e che fa al Festival un panel sui servizi segreti. Mi rivela, infatti, segreti inenarrabili:<br />
“Ma tu lo sai quello scrittore là si è trombato quella giornalista lì?”<br />
“Ma và?”<br />
“Sul serio”<br />
“Ma allora perché fa ancora la vittima?”</p>
<p>Andando verso il Brufani mi rendo conto che è arrivata l&#8217;ora, dopo giorni e giorni di social media curation, di preparare il mio panel sul passaggio de <a href="http://www.youtube.com/watch?v=zUIf272kJM4" target="_blank">L&#8217;Isola dei cassintegrati da blog indipendente a media mainstream</a>, con la partnership con L&#8217;Espresso. Stanno tutti a lamentarsi di quanto non ci siano opportunità per i blogger, a qualcuno fregherà qualcosa di come noi siamo riusciti a fare questo?</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-30604" title="919277_10151640862669382_1983370179_o" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2013/05/919277_10151640862669382_1983370179_o.jpg" alt="" width="421" height="315" />Al bar fuori dal Brufani trovo <strong>Livia Iacolare,</strong> ex social media manager di Santoro che oggi lavora per Twitter.<br />
“Ah, ma quindi gestisci l&#8217;account twitter di chi?”<br />
“Non ci siamo capiti. Io lavoro PER Twitter”<br />
“Ma twitter&#8230; twitter, twitter?”<br />
“Esattamente”<br />
Livia mi regala un adesivo di twitter. L&#8217;attacco sul mio baracchino non apple.<br />
“Ci hai fatto le bolle. Scusa, devo andare a fare una foto al Corriere al bar, c&#8217;era un articolo su twitter che devo twittare a twitter”, dice.</p>
<p>Ci sediamo al bar con <strong>Alessio Jacona</strong> e <strong>Alessandro Gilioli</strong>, per discutere del mio panel.<br />
“Tu non ti devi preoccupare, con me a moderare stai in una botte di ferro”, mi dice Alessio. E lo so che ha ragione: per questo gli ho chiesto di moderare. Alessio è una narratore della madonna, e nel tempo libero scatta foto della madonna.<br />
Alessandro Gilioli, dal canto suo, mostra disimpegno naif:<br />
“Ho 25mila follower su twitter ma non twitto”, spiega.<br />
Come mi giro a parlar male dei giornalisti famosi con Livia, noto che Alessandro si è allontanato per farsi fotografare da Alessio Jacona. Si mette in posa, davanti al Brufani, e intreccia le braccia dietro la testa.</p>
<p>Passano tre tipi con una telecamera che fermano la gente su Corso Vannucci per chiedere loro: “Scusi, ma lei sa cosa è il fact checking? Il fact checking, signora”. Sono i baresi (Valeria con la gamba rotta e Michele che canta tutta notte per le strade di Perugia) feat. Giacomo Cannelli, che stanno girando i video del Festival. “<a href="http://youtu.be/5pR4MbIBh2M" target="_blank">Il giornalismo camminava di qui ma non ce l&#8217;ha fatta, è morto.</a> È stato preso alle spalle da alcuni tweet e uno status”.</p>
<p>I napoletani vanno via. Lasceranno un vuoto enorme, soprattutto Ciro Pellegrino, ma almeno ci saranno più kit kat in giro.<br />
“Vi saluto Guagliù, torno a Napoli a faticà”<br />
Va via anche Ester Castano &#8211; che però vive a Milano &#8211; la giornalista che a 19 anni ha già 6 querele. Il bello è che raccontandolo al bar l&#8217;altra sera rideva, beata innocenza.<br />
“Ma quindi ti va se vi scrivo qualche articolo per L&#8217;Isola?”, mi chiede.<br />
“Certo, volentieri”. Le querele mica le evitiamo, noi, ci piacciono proprio.</p>
<p>Vanno via anche <strong>Giorgio Mennella</strong> di Agoravox, vecchio pilastro della blogfest, e Alessio Viscardi di Fanpage, che non parla mai perché sta montando i video.<br />
“Oh Alè, ma quindi me lo puoi fare quel video di 2 minuti?”<br />
“&#8230;”<br />
“Ok, grazie”<br />
Mennella, invece, da buon rugbysta saluta con una pacca della domenica.<br />
“Non sei venuto a vedere il mio panel però”, dice. Dalla faccia capisco che è meglio assecondarlo.<br />
“No, ma avrei tanto voluto esserci. AVETE PARLATO DI GIORNALISMO, GIUSTO?”</p>
<p>Alle spalle mi arriva un&#8217;altra paccona gigantesca, che inizio davvero a essere stufo di essere nato sardo.<br />
È il gigante buono <strong>Marco Tonus</strong>, il miglior cazzo di vignettista che ci sia oggi in Italia, e se non lo conoscete è solo perché vi siete rincoglioniti a forza di vignettisti settantenni.<br />
“Michele, io torno a Pordenone, è stato un piacere conoscerti”, dice emozionato.<br />
Ci rivedremo fratello, e cerca di non farti acchiappare dalla Naia. Tonus, infatti, come tutti i vignettisti, ha un passato di errori giudiziari e fughe dalla giustizia.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-30608" title="919111_10151640862494382_961018356_o" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2013/05/919111_10151640862494382_961018356_o.jpg" alt="" width="286" height="382" />Si arriva a un punto del festival in cui la stanchezza e le troppe cose fatte e da fare ti rendono un po&#8217; rinco. È il “mal di Festival”. Cominci a guardare le cose e le persone e rischi di commuoverti. <strong>Ho visto gente scoppiare in lacrime al panel di Carlo Freccero</strong>, solo perché era uno degli ultimi. Entro nella sala stampa e vedo lo staff, uno per uno. Francesca, Federica, Daniela, Sauro coi capelli punk. Angelo “Tron” Romano che programma in Dos coi caratteri verdi. I mitici Fabrizio Ulisse e Piero Valente della fucina video, e ricordo Piero che già due anni fa, quando neanche sapevamo dove andare, ci diceva: “Ma io lo so che voi tornerete qui tutti gli anni e diventerete uno più famoso dell&#8217;altro”.</p>
<p>Quando facevo il musicista a Londra, pochi anni fa, pensavo: “Certo sarebbe bello vivere nella Londra degli anni &#8217;60, nella New York dei jazzisti degli anni &#8217;50, o nella Seattle del grunge degli anni &#8217;90. Capitare nel posto giusto al momento giusto, crescere in un ambiente di talento sfrenato e avventure allucinanti”. Bè, il Festival è un po&#8217; così. Sono fiero di essere parte di queste persone, e so che un domani faremo qualcosa di grande. Certo, a parte i napoletani e i calabresi.</p>
<p>Il panel è finito, il festival pure. Vado fuori dall&#8217;incontro con Yoani Sanchez – la blogger cubana dissidente &#8211; dove i castristi romani hanno contestato il Festival. I castristi romani. Neanche i nazisti dell&#8217;Illinois erano così ridicoli. Mi avvicino al banchetto cubano-italiota e ci trovo Matteo Pascoletti, il Grissom di Perugia, intrattenere una discussione coi figli di Fidel: “Guardami negli occhi, sono Matteo Pascoletti. Diceva Pasolini, il tuo amico Pasolini che il fascismo di sinistra è quando hai giustizia senza pietà”. Non mi sento in grado di citare nessuno, quindi vado verso la festa dei volontari. Sulla strada incontro Francesco Nicodemo e Tommaso Ederoclite, i due blogger napoletani. Li trovo a spasso insieme a due giornalisti famosi, di radio e tv. Mi dicono: “Vieni con noi, dai”. Gli faccio il gesto dell&#8217;ombrello: stasera vado dai volontari, niente vips.</p>
<p>Fuori dalla festa è come tutti gli anni: i volontari si salutano per le partenze, bevono, provano a trombare senza riuscirci.<strong> C&#8217;è il cantante dei “Tre Allegri ragazzi morti”, Davide Toffolo, che oggi aveva il panel con Repubblica Xl, che canta per terra coi volontari</strong>: grande. C&#8217;è Alessia, che viene qui da tre anni come volontaria e che a 22 anni è già una vecchia gloria del Festival, ha iniziato a scrivere su L&#8217;Isola a soli 19 anni. Poi si avvicina Silvia Aurino, giovane giornalista napoletana: “Te l&#8217;hanno detto che su Gazebo Diego Zoro Bianchi ha messo un tuo tweet nella top ten dei tweet più scemi del Festival?”. Non lo sapevo. Era un mio tweet a Matteo Renzi per farci una birra.</p>
<p>Il giorno dopo mi alzo convinto di andare via tardi per Bologna, e passare la giornata al Brufani, per salutare tutti. Poi incontro Vincenzo @ungormite Marino, che con Leonardo @captblicero Bianchi (autore de <a href="http://www.laprivatarepubblica.com/" target="_blank">la Privata Repubblica</a>) e l&#8217;informatico del Festival Giorgio Tsiotas prendono il treno per Bologna delle 11.41. Decido di andare con loro. Non riuscirò a salutare nessuno, ma forse è meglio così. Partiamo e con noi c&#8217;è anche Susana, giovane giornalista portoghese volontaria del Festival. Saliamo sul treno di corsa. Dopo 15 minuti il treno è già fermo per un guasto, e non sappiamo se riusciremo a prendere la coincidenza ad Arezzo. Poi si riparte e le ore in viaggio si confondono. Leonardo scende triste come un copertone a Terontola, per andare verso Roma. Noi scendiamo ad Arezzo, lasciando proseguire da solo Ungormite che va a Milano. Spero che ci incontreremo presto, compagni di viaggio, spero sarà in un luogo affollato e di passaggio.</p>
<p>Io, Susana e Tsiotas dobbiamo andare a Bologna, ma l&#8217;intercity ha 200 minuti di ritardo. 200 minuti di ritardo. Decidiamo di mangiare un panino ad Arezzo, e nel mentre discutiamo di com&#8217;è nato il sito della Ciccone, <a href="http://www.valigiablu.it/" target="_blank">Valigiablu</a>: “Partì tutto con la falsa notizia di Minzolini, allora direttore del Tg1, sull&#8217;assoluzione dell&#8217;avvocato Mills, quando invece si trattava di prescrizione. Raccogliemmo 155.000 firme e Arianna le portò con un trolley blu alla Rai”, racconta Tsiotas. Prendiamo il treno verso Bologna e nello scompartimento, complice la stanchezza e l&#8217;euforia dei giorni passati ridiamo per ogni cosa. Susana a un certo punto ride per mezz&#8217;ora di fila e non riesce a guardare Tsiotas in faccia senza scoppiare a ridere, tanto che a un certo punto ci preoccupiamo. Siamo a Bologna, e come ogni volta che arrivo qui i ricordi di tante vite diverse si affollano nella mia testa. Tsiotas prova ad abbordare una tipa all&#8217;uscita dal treno, senza successo. Ci dividiamo. Mancano solo 359 giorni al prossimo Festival del Giornalismo. Ma, in qualche modo, so già che sarò io l&#8217;ultimo a vedere la fine di questo.</p>
<p><em>di <a href="https://twitter.com/micheleazzu" target="_blank">Michele Azzu</a></em></p>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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