Identikit del giornalista moderno tra competenze digitali e cura dei lettori

4 luglio 2015 english version

Questa settimana in RoundUp: che tipo di qualità deve avere il giornalista del presente? Zuckerberg intanto discute del futuro delle news su Facebook, via Facebook, con centinaia di utenti - tra i quali Arianna Huffington, fondatrice dell'Huffington Post, al quale il New York Times Magazine dedica un lungo profilo a 10 anni dal lancio.

di Vincenzo Marino

Che capacità deve avere il giornalista moderno?

Ad oggi il giornalismo è un universo in continua espansione, pur mantendendo immutato il suo ruolo nella società. Ma cosa cambia, invece, nel mestiere del giornalista? Questa settimana Jay Rosen annota un paio di scambi con alcuni direttori ed executive di testate giornalistiche, cercando di trarre - nelle risposte - una tendenza univoca alla domanda: che tipo di figura cerchi, per la tua redazione? Cosa deve saper fare il giornalista ideale, oggi? In sostanza: quali qualità deve avere un giornalista moderno per farsi assumere e fare carriera?

La risposta riportata da Rosen cerca di tracciare un profilo ideale: qualcuno che sia in grado di lavorare con le news (ovviamente), avendo piena coscienza delle abitudini e dei gusti dei lettori per adattarvisi, capace di scegliere lo strumento digitale giusto per declinare la notizia, “and just make good decisions”. Niente di più difficile, niente di più necessario: seguendo l’identikit, questa ipotetica figura ideale dovrebbe essere in grado di coordinarsi autonomamente e destreggiarsi fra sommari e didascalie di foto, live blog, clip audio, conversazione online e commenti originali e veloci. “Se sai fare un bel po’ di questa roba tutta insieme, allora ti assumono”.

Ma come si dovrebbe chiamare questo tipo talento, si chiede Rosen? Michelle McLellan di Knight Digital Media spiega che il suo gruppo lo definisce “digital literacy”, in mancanza di terminologia più precisa. Ma in qualsiasi modo si chiami, è chiaro - continua McLellan - che questo skill set sarà centrale nel giornalismo del futuro, sia nella pratica che nell’insegnamento.

Rispondendo a due domande piuttosto simili - ossia su cosa sia necessario imparare da aspirante giornalista oggi, e quali siano le capacità chiave per questa professione - il direttore del digital news project del Washington Post Greg Barber spiega in sostanza che se da un lato alcune abilità sono e sarebbero necessarie per il giornalista di qualsiasi epoca storica (come il pensiero critico, la capacità di sintesi, l’empatia, la tenacia e la curiosità) dall’altro non bisogna scordare di mantenere sempre un occhio attento all’offerta tecnologica, essendo pronti a scegliere il formato migliore col quale la storia che si intende raccontare verrà resa pubblica, adattando le proprie esigenze ai diversi mezzi messi a disposizione, dalla grafica alle emoji.

Zuckerberg parla del giornalismo su Facebook, su Facebook

Fra questi strumenti ci sono ovviamente i social, specie se si pensa al fatto che - come riporta la rassegna dei “10 numeri per definire il business dell’informazione ad oggi elaborata da Ken Doctor - buona parte delle visite verso siti di news arriverebbe proprio da queste piattaforme, con cifre che arriverebbero fino al 75% in casi come quello di BuzzFeed.

In questo settore a dominare è chiaramente Facebook, con la sua mole imponente di utenti attivi disposti a leggere sulla piattaforma, e i suoi tentativi di avvicinare il mercato dei media proponendosi come interlocutore necessario per sopravvivere alla rivoluzione digitale. Questa settimana Mark Zuckerberg ha lanciato un Q&A su Facebook (una sessione nella quale si risponde alle domande che arrivano in un determinato thread di discussione) che ha virato ben presto verso il tema del futuro dell’informazione, imbeccato anche da interventi di rilievo come quello di Jeff Jarvis.

Alla domanda del professore della City University di New York, che gli chiedeva cosa pensasse del ruolo di Facebook nel panorama giornalistico e su quale prospettiva vedesse dopo il lancio degli Instant Article, Zuckerberg risponde dedicando particolare enfasi al tema delle abitudini del lettore. “Uno dei problemi principali oggi è che la lettura di news è lenta”, spiega: “Se sei su mobile e selezioni una foto, si apre istantaneamente. Se apri un link, invece […] dovendolo scaricarlo ci metti più di 10 secondi. E la gente non vuole aspettare così tanto”.

Da qui, per il fondatore di Facebook, l’idea di continuare a puntare sugli Instant Article, che - essendo precaricati sulla stessa piattaforma, e dall’apertura quasi immediata - dovrebbero facilitare la consultazione dei lettori. L’obiettivo a lungo termine, secondo il CEO, è fare degli Instant Article “the primary news experience people have”. Come dire: in questo presunto futuro solo mobile, le notizie devono passare da Facebook. Uno scenario poco invitante, per il professore della Walter Cronkite School of Journalism Dan Gillmor:

L’improbabile, insaziabile macchina di Arianna Huffington”

Altro intervento “VIP” nel Q&A di Zuckerberg è quello di Arianna Huffington, fondatrice dell’Huffington Post. “Come si evolverà nei prossimi anni il modo in cui le storie vengono raccontate online, secondo la tua esperienza?” chiede Huffington. Così se per Zuckerberg si tratta di far convivere ricchezza di contenuti, velocità e frequenza di pubblicazione, per Arianna Huffington la caccia alla “formula magica” è aperta da un decennio, potendo vantare la fama d’esser stata uno tra i primi e più riusciti modelli di editoria online sin dall’inizio dell’era digitale.

Alla Huffington e alla sua creatura, David Segul del New York Times Magazine dedica questa settimana un lungo profilo dal titolo “Arianna Huffington’s Improbable, Insatiable Content Machine”, che cerca di tracciare un consuntivo sul passato e il presente dell’HuffPost, e di raccontare la macchina dall’interno a dieci anni dal suo esordio - tra intuizioni felici, critiche e accuse di sfruttamento del lavoro non retribuito dei blogger. “Quando Huffington co-fondò il sito nel 2005 - ricorda l’autore - Facebook era solo un network per studenti del college. Oggi i social rappresentano circa metà del suo traffico mobile, Facebook su tutti”, per un totale che ammonta a circa 200 milioni di visitatori unici al mese (dati ComScore), facendone uno dei punti di riferimento per le news in tutto il mondo.

Non a caso, stando alla stima fatta da due anonimi compratori citati da AOL, l’anno scorso Huffington Post sarebbe stato valutato 1 miliardo di dollari, quattro volte il prezzo pagato da Jeff Bezos per acquistare una delle cattedrali del giornalismo mondiale, il Washington Post. Nel 2014 il sito avrebbe racimolato 146 milioni di dollari in entrate, sebbene - e questa sarebbe la notizia più preoccupante per i digital media secondo Michael Sebastian di AdAge - non sarebbe comunque riuscito a generare alcun profitto. Se una testata online, che arriva a 200 milioni di visite uniche mensili e produce 1200 post al giorno, non riesce ad andare in attivo con entrate da 146 milioni, “allora come possono raggiungere la reddittività altri siti finanziati da investitori esterni con audience più ristretta e relazioni meno forti con gli inserzionisti pubblicitari?”

Kenneth Lerer, uno dei cofondatori dell’HuffPost, ritiene che le startup giornalistiche di oggi abbiano molto in comune con le tv private dei primi anni ’80: “piccole e pionieristiche aziende che saranno magnificamente ricompensate per aver trovato il modo di monetizzare sull’attenzione degli spettatori attraverso un nuovo media”. Il problema è che il terreno della competizione è molto affollato, e che nessuno è stato ancora in grado di capire chi - fra pubblicità, crowdfunding, modello delle membership e varie sfumature di paywall - questa ricompensa debba effettivamente conferirla.