L’etica giornalistica e gli articoli virali

25 gennaio 2014 english version

di Vincenzo Marino

Questa settimana in RoundUp: la storia dell'articolo di Grantland sul putter 'miracoloso' e il suo inventore suicida; l'articolo più letto del New York Times nel 2013 è in realtà un test sui dialetti negli USA ideato da uno stagista; la ricerca della viralità online e la lettura da dispositivi mobile.

Dr V. e l’etica giornalistica

immagine via Grantland

Caleb Hannan è un giovane freelance e golfista amatoriale che non riesce a dormire. Navigando su Internet si imbatte nella mirabolante Oracle GX1, una mazza da golf che pretende di migliorare, su basi scientifiche, le prestazioni di chi la utilizza. Hannan decide di capirne di più e scopre che l’attrezzo è stato progettato da Essay Anne Vanderbilt, laureata al MIT in Fisica che passa per il nome di Dr V. Il reporter propone il pezzo a Grantland, sezione ‘longread’ del sito sportivo ESPN, decidendo di approfondire ancora la faccenda: incuriosito dal fatto che di Dr. V su Internet si trovi molto poco, Hannan la contatta per chiederle di più sulla mazza, sentendosi rispondere che l’articolo è gradito con la promessa di tenere fuori la sua storia personale dal racconto. Forse ingolosito dalla risposta, il giornalista continua a indagare, ottiene alcuni contatti e in qualche modo scopre che la dottoressa Vanderbilt è in realtà Stephen Krol, nato uomo e transgender molto riservata. Hannan riferisce della cosa agli investitori di YAL, la società di GX1, incurante delle volontà di Vanderbilt e del fatto che in passato abbia già tentato il suicidio. In ottobre Dr V si toglie la vita e il 15 gennaio Grantland pubblica il lungo articolo («Dr. V Magical Putter»), scatenando uno dei casi giornalistici più dibattuti di questo inizio 2014.

Nonostante l’accoglienza inizialmente positiva, il post è diventato spunto per ragionamenti di vario genere: c’è chi ne ha approfittato per tornare sulla figura del freelance in una redazione e la sua naturale mancanza di esperienza e esempi “redazionali” ai quali ispirarsi, la predisposizione dei giovani al racconto enfatico’ per fare colpo su redazioni e lettori, l’importanza dell’anteporre le questioni di carattere etico davanti a tutto il resto (Rob Beschizza su BoingBoing), o ancora la necessità di adeguarsi alla natura dei protagonisti e di mantenere sempre una certa sensibilità (Matt Schiavenza su The Atlantic), specie quando non si tratta di «dittatori di caratura mondiale» né di «leader religiosi» che si espongono contro le minoranze sessuali (Maria Dahvana Headley). C’è ovviamente anche chi richiama il tema della difesa della privacy (Tracy Moore su Jezebel), o della totale mancanza di rispetto nei confronti della comunità trans (Saeed Jones su Buzzfeed) e del codice etico, e chi invece sottolinea la tendenza (dello steso Hannan) a rendere la storia più noir di quanto non fosse, quasi una ricerca ossessiva del sensazionalismo senza «compassione e umanità» (Josh Levins su Slate) tradita dall’uso e dalla scelta degli aggettivi, dalle carenze strutturali «that turned into moral ones» (Steve Silberman su Twitter) e dalla straniante descrizione della dottoressa, come notato dalla dura accusa di Paris Lees su Vice.

Grantland, che secondo Marc Tracy di New Republic rischia di veder per sempre compromessa la propria reputazione, per mano del direttore Simmons ha preparato una lettera di scuse in cui si rammarica del fatto che in più di dieci componenti dello staff, prima della pubblicazione, hanno letto l’articolo e dato il «semaforo verde», non riuscendo a capire la profondità della cosa e ignorando le sue possibili ripercussioni (qui le scuse in 4 punti, sintetizzate da Alyssa Rosenberg su ThinkProgress). Lapidaria la morale tratta da Bronwen Clune sul Guardian: in questa ricerca della trasparenza la verità giornalistica non può essere più grande di quella dei protagonisti di una storia, «ai giornalisti non è concessa per grazia divina l’autorità di decidere cosa è o no verità, e cosa merita o meno di essere approfondito».

L’articolo più letto del NYT nel 2013 non è un articolo

L’altra storia della settimana riguarda il New York Times, testata della quale andamento, iniziative e dati economici vengono sempre analizzati scrupolosamente come termini indicativi per l’intera categoria. A inizio 2014 il Times ha infatti pubblicato la lista dei 10 articoli più visitati dell’anno precedente: Robinson Meyer l’ha esaminata, scoprendo che dei pezzi in ‘top 10’ solo 4 sono «breaking news article (di cui una mappa)», tre sono brani su alimentazione e salute, e ci sono poi un longread sulla povertà a New York e i due editoriali di Putin e Angelina Jolie. Il più letto in assoluto è invece, sorprendentemente, una sorta di gioco-test sui dialetti americani creato da uno stagista, pubblicato il 21 dicembre scorso (“How Y’all, Youse and You Guys Talk”). Meyer quasi non riesce a darsi pace: «In undici giorni una news app ha battuto ogni altro pezzo del Times pubblicato nel 2013. È sconvolgente». Niente di cui stupirsi, commenta Ian Bogost sempre su The Atlantic: c’è da considerare quelli che definisce «schemi dominanti dell’attenzione online», dinamiche diverse da quelle standard, che sopravanzano la natura editoriale di un prodotto premiando l’esperienza di ‘lettura’ a prescindere dal suo produttore (testata giornalistica o portale d’intrattenimento che sia). Alla base di tutto ci sarebbe il tema della «curiosità».

La tesi troverebbe conferma rileggendo l’intera lista fornita dal NYT: la maggior parte dei pezzi in ‘classifica’ soddisfano - appunto - una curiosità (l’editoriale di Putin, quella per il nuovo e ‘bizzarro’ Papa, la cura fisica e il junk food), non ultimo - ovviamente - «How Y’all, Youse and You Guys Talk», che secondo l’autore, oltre ad accattivare per l’aspetto ludico, avrebbe incuriosito chi non si sarebbe mai aspettato un contenuto simile sulle pagine di un quotidiano storicamente serio e moderato come il NYT, contenuti alla «Buzzfeed o Gawker (o persino The Atlantic)». Bogost lo definisce «curiosity journalism», richiamando l’intervista di KnightLab al suo autore, lo stagista Josh Katz. Da questa si apprende della passione del giovane per la riproposizione grafica di news e dati, passione che lo ha condotto, nei mesi precedenti, a pubblicare la mappa di un suo studio sui dialetti negli USA sul sito della North Carolina State University e su RStudio.com, per poi farsi notare dai redattori del Times che in estate gli hanno proposto lo stage e in seguito un posto come staff editor del nuovo progetto di data journalism della testata.

Questo post ti spiegherà cosa funziona in rete

D’altra parte la ricerca del contenuto ‘killer’, quello destinato scientificamente a funzionare in rete, non è ancora stata in grado di portare risultati esaustivi. Maria Konnikova sul NewYorker richiama Aristotele definendo la sua opera come uno dei primi esempi d’analisi attorno a ciò che può essere riconosciuto come persuasivo e memorabile (sebbene nel caso dell’antica Grecia, ovviamente, si trattasse di discorsi): ethos, pathos e logos sarebbero infatti le categorie capaci di muovere la persuasione o, nel caso di Internet, la condivisione. I professori della University of Pennsylvania Johan Berger e Katherine Milkman, raggiunti dalla reporter del NewYorker, hanno analizzato circa 7000 articoli del Times fra agosto e novembre del 2008, cercando di determinare perché alcuni articoli fossero stati condivisi per email più di altri. Esaurito poi un altro esperimento empirico con alcuni studenti, i due sono arrivati ad alcune considerazioni: a spingere alla condivisione sarebbe la propensione delle storie ad accendere forti sentimenti, buoni o cattivi che siano, eccitando talmente tanto il lettore da portarlo alla condivisione (specie se si tratta di storie positive). Ma non è tutto: a contribuire a questo sistema sarebbe anche il senso di ‘complicità’ derivante dalla pubblicazione di contenuti che caratterizzano chi li condivide come “conoscitore” di quella materia, o comunque come qualcuno che - per dirla in altri termini - ha “capito la battuta” (i LOLcat ne sono un classico esempio: «quando tua madre ne vede uno», spiega Berger, non ha alcuna idea di cosa si tratti e perché faccia ridere tanto).

Pochi giorni fa Buzzfeed ha pubblicato un pezzo di 6000 parole dal titolo «Why I Bought a House in Detroit for $500»: un longread che è riuscito a raccogliere più di un milione di condivisioni, il 47% delle quali - straordinariamente - da dispositivi mobile. La cosa sembrerebbe in grado di contraddire la tesi, tanto in voga, della lettura ‘veloce’, da «mangiucchiare» (come dicevamo qui) che ha dato vita a più di un’iniziativa editoriale (Circa, come visto, e in qualche modo anche la recentissima Trove, lanciata proprio questa settimana). Tuttavia, spiega Megan Garber, stando a fonti interne alla redazione, un lettore su due arriva su Buzzfeed da un tablet o da uno smartphone, con una sempre più spiccata e particolare predilezione per quest’ultimo. Secondo il CEO Jonah Peretti si tratterebbe di semplice ‘prossimità’: sempre più gente, spiega, legge dal telefono perché è più comodo, più vicino, c’è da ‘scrollare’ meno e più velocemente. Ogni teoria sull’attention span degli utenti Internet è da rivedere, continua: «c’è chi passa 25 minuti sul telefono a leggere un articolo», quasi il doppio rispetto a quanto si impiega mediamente su tablet per lo stesso contenuto. Un’eternità, per i tempi di internet.