Keynote speech di Carlo De Benedetti
15 aprile 2011
La versione integrale del keynote speech di Carlo De Benedetti, presidente Gruppo Espresso.
Non amo cominciare i miei interventi da una citazione, ma ne ho letta una recentemente che ho trovato straordinaria per quanto fosse sbagliata. E’ tratta dall’ottocentesco Walden o la vita nei boschi, l’autore è Henry David Thoreau. “Abbiamo una gran fretta di costruire un telegrafo magnetico dal Maine al Texas – scriveva Thoreau – ma può darsi che il Maine e il Texas non abbiano nulla di importante da comunicarsi”.
Non aveva capito proprio nulla Thoreau. Una volta messi in connessione il Maine e il Texas hanno trovato subito qualcosa da dirsi. E come il Maine e il Texas, anche Pechino e Londra, Roma e Calcutta, New York e Kuala Lumpur.
Non è questa la lezione di Internet? Crea una rete e i contenuti verranno. Metti in collegamento Mario Rossi a Brambate con Gino Bianchi a Viterbo e troveranno informazioni da scambiarsi. E’ il web 2.0. E’ Facebook, Twitter, i blog, i social network, la chat.
Sono i più di 50 miliardi di valore della società di Zuckerberg, i quasi 30 miliardi di fatturato verso cui è ormai lanciata Google, i 490 milioni di utenti di Yahoo!.
Una pietra tombale sulla vita nei boschi che cantava Thoreau. Ma anche un inno funebre ai giornali e al giornalismo?
E’ da questa domanda che voglio partire. E la mia risposta, lo dico subito, è no. Non solo il giornalismo non è destinato a morire nel XXI secolo, ma sarà sempre più un’infrastruttura portante delle nostre imperfette democrazie.
Un’infrastruttura della democrazia, lo ripeto.
Perché nel fluire anarchico dell’informazione on-line, nel bombardamento continuo di dati che ci arrivano sotto forma di byte o di pixel, solo il buon giornalismo può selezionare, ordinare, interpretare e proporre ai cittadini una rappresentazione della realtà che consenta loro di partecipare alla vita pubblica e di esercitare il necessario controllo sul potere. Senza questa funzione essenziale – ed è la storia che stiamo vivendo nelle nostre società occidentali – la moltiplicazione infinita di un apparente sapere si traduce in un invasivo rumore di fondo, nel cui effetto straniante si fanno spazio le peggiori leadership populiste.
Questo è il grande rischio che abbiamo davanti. Nella platea, tra di voi, vedo molti giovani. Non sono io a potervi spiegare cosa è e cosa sarà Internet. Ma fate attenzione a quel rischio. Non credete a chi vi dice che con Internet potete accedere direttamente a tutte le informazioni e non
avete più bisogno di mediatori, non avete bisogno dei giornali, non avete bisogno dei giornalisti, non avete bisogno dei siti gestiti in modo professionale. Un mondo in cui l’informazione è moltiplicata all’infinito, e ogni notizia vale quanto un’altra, sarà uguale a un mondo senza notizie, un mondo dove il pensiero sarà semplificato fino alla rarefazione e la democrazia prosciugata dall’ignoranza.
Perciò io credo nell’importanza del ruolo del giornalismo, del buon giornalismo, in questo nuovo secolo. E perciò sono contento di essere stato invitato a questo Festival che sul giornalismo ci invita a riflettere.
E’ importante riflettere sul giornalismo perché il giornalismo, per continuare a svolgere la sua funzione di presidio della democrazia, deve cambiare. Questo voglio dirlo subito. Non sono qui per difendere un mondo passato. E’ nel futuro che il giornalismo può e deve esercitare la sua funzione.
Alcune settimane fa ho partecipato a un’iniziativa del sindacato dei giornalisti. Lì ho trovato una condivisa consapevolezza delle difficili sfide che ci aspettano sul fronte dell’innovazione. Delle sfide che aspettano editori e giornalisti insieme. Perché solo con un’alleanza tra innovatori riusciremo a difendere e diffondere un’informazione di qualità e, dunque, a difendere e diffondere la democrazia.
Innovazione. E’ una parola chiave. Attardarsi su modelli del passato significherebbe condannarsi alla sconfitta.
Diciamolo allora: i giornali di carta non sono per nulla in buona salute. Il direttore del Financial Times, Lionel Barber, nel numero di fine anno, ha individuato tra le evidenze principali del 2010 il fatto che l’allarme “sulla morte dei quotidiani è stato di molto esagerato”. E c’è anche chi, come Evgeny Lebedev, co-owner dell’Independent e dell’Evening Standard, ha lanciato nel Regno Unito “i”, il primo nuovo quotidiano nazionale su carta dal 1986.
Ma la situazione dei quotidiani cartacei è certamente difficile. Basta qualche dato sull’editoria inglese per rendercene conto.
Il Times ha perso in un anno l’11% delle copie vendute, il Guardian oltre il 7, il Financial Times quasi il 3, il Sun il 5, il Daily mail il 2.
Cito gli inglesi, perché sono oggi il mercato più dinamico, ma la realtà italiana non è molto diversa. La diffusione dei quotidiani è ormai scesa sotto i 5 milioni di copie giornaliere, ai livelli cioè del 1939, quando l’Italia era un paese prevalentemente rurale; gli investimenti pubblicitari sono calati del 16 per cento nel 2009, i ricavi complessivi dei quotidiani nell’ultimo decennio sono diminuiti del 20%.
E’ una realtà di cui prendere atto. Ma se sapremo innovare anche i giornali su carta faranno parte del mondo informativo del futuro. Saranno, infatti, uno dei supporti di un’offerta di informazione integrata che saprà sfruttare diversi canali: su carta l’approfondimento e l’analisi, su internet la velocità delle news, sul video la qualità evocativa dell’immagine e del reportage.
E’ ancora il mercato inglese a offrirci gli esempi più limpidi di questa offerta integrata: con i giornali del gruppo News Corporation, tra cui il Times, che stanno sperimentando con successo la formula a pagamento su internet, creando una comunità cui poi vengono offerti una serie di servizi a pagamento, dai biglietti per il teatro, alle applicazioni i-pad; e con la scelta opposta del Daily Mail, che con il suo sito totalmente gratuito è diventato il più visitato al mondo dopo il New York Times, riuscendo a raccogliere grandi ricavi in pubblicità, e rafforzando al contempo le vendite del giornale cartaceo.
Il Financial Times stesso è tornato a generare utili investendo decisamente sull’edizione on-line e introducendo un mix di paywalls. Nell’ultimo anno i ricavi di FT dagli abbonamenti on-line e dalla pubblicità digitale sono stati pari a 1/5 del totale, già nel 2012 si stima che passeranno a 1/3.
Innovazione, dunque. Mai fermarsi. Abbiamo imparato a lavorare ai computer e in un attimo è arrivata internet, abbiamo imparato a fare informazione su internet e sono arrivati i telefonini e gli sms, poi abbiamo dovuto porci il problema di come fare ad essere presenti su Facebook e ancora su twitter. Quindi l’i-phone e ora l’i-pad, che ci costringe a cambiare ancora, ma che offre anche ai giornali cartacei una straordinaria ancora di salvezza con la sua capacità di diffusione a basso costo.
Tutto in una continua accelerazione temporale. Prima si cambiava il modo di fare informazione ogni 50 anni, poi dieci, oggi i modelli di business ci dicono che ogni due anni nuove tecnologie e nuovi strumenti impongono nuove modalità nell’offerta dell’informazione.
Cambiano gli strumenti, cambiano gli standard, cambiano i modi di lavorare, ma resta la necessità di avere buoni giornalisti. Resta la necessità, per fare buona informazione, di poter contare su persone intellettualmente preparate, che sappiano trovare, selezionare, ordinare e interpretare le notizie. Questa è una funzione essenziale, senza la quale non solo scomparirebbe la grande informazione, ma come dicevo all’inizio sarebbe penalizzata la democrazia stessa.
Era una funzione essenziale ai tempi di Walter Bagehot, quando con la liberaldemocrazia cominciava a nascere un’opinione pubblica informata in grado di vigilare sul potere. Lo è tanto più oggi. Forse ieri il ruolo del giornalista era più nel cercare la notizia, oggi invece è nel selezionarla e interpretarla. Ma la funzione di cane da guardia del potere resta immutata. Anzi si è accresciuta.
Non è un caso se i più acuti analisti della democrazia e delle sue forme abbiano dedicato, negli ultimi decenni, grande spazio nelle loro riflessioni proprio al tema dell’informazione ai tempi di Internet. E l’hanno fatto in una chiave molto problematica.
Intendiamoci: io sono convinto che il web è innanzitutto un grande strumento di libertà. Twitter, Facebook, Youtube hanno dato voce a milioni, miliardi di persone. Ne abbiamo visto tutta la potenza benefica nelle recenti rivolte nel Nord Africa: migliaia di persone sono scese in piazza per abbattere regimi che duravano da decenni. E lo hanno potuto fare grazie alla capacità di mobilitazione acquisita attraverso internet, ma ancor prima, grazie alle idee e ai modelli di vita che attraverso il web quei giovani hanno conosciuto e imparato ad apprezzare.
Non basterà Internet a costruire davvero la democrazia in Egitto o in Tunisia e magari in Siria. Dovranno farlo le donne e gli uomini di quei paesi con il loro coraggio, ma Facebook, Youtube, Twitter rendono senza dubbio più difficile la vita ai tanti dittatori che ancora oggi cercano di tenere i propri popoli segregati dal resto del mondo.
Non si tratta, evidentemente, solo di lotta contro i dittatori. Più l’informazione, con le nuove tecnologie, potrà viaggiare velocemente e connettere il più gran numero di persone, tanto più la qualità delle nostre democrazie potrà essere migliore.
Sono sviluppi straordinari. Ma accanto alle opportunità e alle potenzialità positive, le nuove tecnologie dell’informazione, possono portare ad esiti di tutt’altro segno. Ci sono rischi che non vanno né ignorati né sottovalutati.
Ralf Dahrendorf, uno che sulla democrazia ha scritto più di qualche pagina, nel sottolineare i vantaggi dell’allargamento della discussione pubblica attraverso Internet, ne ha anche evidenziato i pericoli: “Uno dei problemi dell’immensa discussione che si svolge nella rete – dice Dahrendorf – è che noi non ne conosciamo mai né lo stato né gli esiti. Io trovo ottimistiche – continua – quelle tesi di democrazia radicale che guardano a Internet e idealizzano un passato in cui una folla di cittadini si riuniva al mercato e dibatteva lo stato della cosa pubblica. Il governo rappresentativo è un’invenzione che conviene tenerci stretta”.
Come spesso gli è accaduto, anche in questa occasione Dahrendorf ha visto lontano. Internet, dando l’illusione di poter informarsi su tutto e di poter contribuire a decidere su tutto, genera attese, che poi non possono che venire frustrate, rischiando di alimentare ostilità verso chi è chiamato dal tradizionale gioco democratico a rappresentare e decidere; oppure aprendo la strada a demagoghi, che sfruttano cinicamente questa frustrazione, con i loro messaggi populisti e semplificati.
Il dibattito pubblico, avvertiva Dahrendorf, “ha bisogno di luoghi in cui venga condotto in maniera organizzata e meditata”. Eccolo allora il ruolo fondamentale di quei giornali, di quelle grandi imprese editoriali, che gli entusiasti dell’open source hanno condannato alla scomparsa prima del tempo.
Partendo da un fatto che scorre sugli schermi di internet o sul video della tv, il giornale lo organizza restituendo al lettore un paesaggio complessivo di comprensione e di riferimento. Crea quindi un vero e proprio sistema informativo che offre al cittadino-lettore la possibilità di farsi una mappa della vicenda, che lo porterà attraverso la lettura ad un autonomo e compiuto giudizio finale. Questo passaggio è lo scarto tra conoscere e sapere, tra essere informati ed essere consapevoli.
Un giornale non può e non vuole vincolare i lettori alla sua opinione, ma può e deve aiutare i cittadini a farsi un’opinione. E lo può e deve fare non solo portando loro le informazioni, ma anche selezionandole e inserendole in un contesto.
Un giornale, ma direi più in generale un grande gruppo editoriale, non è un partito, è piuttosto una comunità viva, in cui uno influenza l’altro, nell’ambito di un’identità, è un sistema di idee che organizzano, gerarchizzano, ordinano le notizie del giorno. E’ questo il modo in cui io concepisco l’informazione. Non una linea politica, ma una visione del mondo e del proprio Paese, in nome di quella che Piero Gobetti chiamava (con una formula che a noi di Repubblica è cara) “una certa idea dell’Italia”.
Lasciatemelo dire: quell’idea d’Italia non è certamente quella che emerge oggi attraverso gli schermi televisivi del mio paese.
Quando 15 anni fa Sartori scriveva il suo saggio sull’Homo videns coglieva perfettamente i rischi legati ad una possibile ipertrofia del mezzo televisivo, con al primo posto la possibile degenerazione populistica delle democrazie.
Ma la televisione, come l’abbiamo conosciuta finora, è già il passato. In futuro esisterà ancora, ma come parte di internet. È internet il grande media di oggi e del futuro, la grande rete intorno a cui ruoterà tutto il resto.
Il problema del rapporto tra leadership populiste e informazione, però, sarà tutt’altro che superato.
Jaron Lanier, un guru fino a qualche anno fa del valore democratico e progressivo della rete, in un bel libro dell’anno scorso ha lanciato l’allarme sul futuro di internet e la qualità delle nostre democrazie. Lanier denuncia che sul web ha cominciato a viaggiare un mondo anonimo, dove il caos sommerge ogni pensiero chiaro e distinto, dove nella velocità avanza solo l’impoverimento culturale.
L’accesso e l’offerta indistinta finisce così per uccidere ogni cultura critica. La glorificazione di una open culture, di collaborazioni collettive e anonime stile Wikipedia, mortifica quella democrazia che avrebbe dovuto esaltare, premiando la quantità sulla qualità, i messaggi più estremizzati e meno ponderati, le informazioni più urlate e suggestive al di là della loro verità.
E’ un’evoluzione del problema che evidenziava Popper in relazione alla televisione. La democrazia – diceva Popper – ha sempre inteso far crescere il livello dell’educazione. È questa una sua vecchia aspirazione. Con “la televisione però - aggiungeva – questo non conta più, ma conta solo la quantità abbondante di sale e pepe che rende l’offerta ricca di sapori, rappresentati il più delle volte dal sensazionalismo o dall’estremismo dei concetti espressi”.
E’ un problema denunciato recentemente anche da Papa Benedetto XVI. Lo cito perché mi ha colpito per efficacia: ogni giorno – ha detto il Pontefice – attraverso i media “il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare più insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci”.
Anche questo è il problema che oggi abbiamo davanti. Ed è per questo che c’è un urgente bisogno di uno sforzo comune nella difesa di una informazione più critica e consapevole, un’informazione che aiuti a distinguere, a capire, a giudicare. Finanche educare.
L’informazione non può ridursi a istantanee giustapposte della realtà. Moises Naim, l’animatore di Foreign Policy, ha parlato della necessità di sherpa informativi. Ecco, i giornali sono degli sherpa informativi. Ma anche su internet servono gli sherpa. Anzi, nell’oceano di frammenti informativi di cui è costituita la rete è assolutamente necessaria la presenza di isole fatte di informazione di qualità, magari in collegamento e sinergia con i quotidiani, che possano costituire approdi sicuri per una cittadinanza consapevole.
Questa informazione va assolutamente sostenuta e fatta crescere. Perché, lo ripeto, è un’infrastruttura fondamentale della democrazia. Che sia su carta, che sia sul web, che sia in televisione o in radio.
In quello che è diventato un classico sotto il titolo di “La Costituzione inglese”, Bagehot scriveva: “E’ davvero una peculiarità del nostro tempo, che il potere deve dare spiegazioni a tanta gente. Anche se vi fosse uno statista profondo e di ampie vedute, le sue acute idee la sua visione di ampio respiro ci sarebbero inutili, se non fossimo in grado di procurare loro il consenso della massa di persone senza influenza, che assistono alle deliberazioni della nazione, ma che vogliono spiegazioni”. Era la metà dell’800 e stava nascendo l’opinione pubblica.
Fino ad allora chi governava non aveva altro problema se non quello di rispondere a se stesso. Da quel momento chi aveva il timone dovette cominciare a rendere conto della propria condotta a una moltitudine crescente di persone. Fu allora che l’informazione divenne una funzione essenziale della democrazia liberale. Preservarne la qualità oggi, mentre le innovazioni tecnologiche, da una parte, e un potere sempre più personalizzato, dall’altra, la scuotono come una nave nella bufera, significa preservare la qualità di quella democrazia.
Il cittadino di Robert Putnam, quello di “Bowling alone”, che gioca a bowling da solo e si informa su quanto avviene intorno a lui quasi esclusivamente attraverso la televisione e il video del computer, è un cittadino più debole ed esposto a un potere arrogante. Solo un giornalismo libero e di qualità può tenere alta la sua capacità di controllo sul potere. Può quindi difenderlo e farlo crescere libero. Lo dico a voi giovani in platea: è un bel mestiere il giornalismo. Ce n’è un gran bisogno, fa respirare la democrazia a pieni polmoni e, credetemi, è anche divertente.


