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Bielorussia, bavaglio al web o disinformazione?

6 gennaio 2012

di Fabio Chiusi

Il 30 dicembre è apparso sul sito della Law Library of Congress degli Stati Uniti un articolo dal titolo inquietante: «Bielorussia, navigare su siti stranieri è un illecito». Possibile? Secondo Peter Roudik, autore del pezzo, lo sarebbe diventato grazie alla legge 317-3 del 25 novembre 2011, di cui si è avuta notizia con la sua pubblicazione sull’apposito portale governativo poco prima delle feste natalizie. La legge «impone restrizioni sulla navigazione e/o l’utilizzo di siti stranieri da cittadini e residenti bielorussi», scrive Roudik, pena il pagamento di una sanzione fino a 125 dollari. I titolari di Internet point sono inoltre tenuti a controllare che i propri clienti non visitino siti stranieri. In caso di mancata segnalazione alle autorità (dopo apposita identificazione e registrazione delle navigazioni dei clienti), i titolari di Internet point saranno ritenuti a loro volta colpevoli, e i loro locali chiusi. Ancora, la legge – in vigore dal 6 gennaio – consente alle autorità di stilare una black list di siti a cui i provider debbono impedire l’accesso.

Non solo. Aziende e imprenditori individuali bielorussi potranno usare solo domini Internet domestici per fornire i propri servizi online, dalle vendite al semplice scambio di email, pena subire le attenzioni della polizia tributaria. Lo scenario descritto è da incubo: «Immaginate», scrive Roudik, «che qualcuno in Bielorussia compri qualcosa da Amazon, che non è un’azienda bielorussa e dunque non è registrata in Bielorussia. La transazione è illegale, e così il procuratore invierebbe una nota ad Amazon informandola di stare violando la legislazione nazionale e che dunque potrebbe essere denunciata». A questo punto, conclude, Amazon potrebbe decidere di impedire l’accesso agli utenti bielorussi, così da evitare ulteriori guai.

Una vera e propria legge bavaglio, dunque. Ma lo è davvero? Cyrus Farivar, autore di The Internet of Elsewhere e giornalista per il Deutsche Welle, si è insospettito e ha deciso di sottoporre il testo originale in russo della legge a degli esperti in grado di analizzarlo in lingua originale. Secondo il direttore del Conflict Studies Research Centre di Oxford, Keir Giles, un’analisi più attenta rivela che «non c’è alcuna menzione sull’impossibilità di navigare su siti stranieri». Il che contraddice il pezzo di Roudik fin dal titolo. Inoltre la legge, secondo Giles, non mira alla censura, ma alla raccolta di maggiori entrate (una interpretazione congruente con quella dell’ambasciata bielorussa in Italia, come segnalato da Punto Informatico). In particolare, impedendo che le aziende locali evadano il fisco e si servano dei più economici servizi di hosting russi. A non poter usare i servizi stranieri sarebbero infatti soltanto i soggetti commerciali bielorussi, e anche per loro le restrizioni si applicherebbero solamente per l’esercizio di attività commerciale. Secondo l’analista è poi errato lo scenario che ipotizza la chiusura dei servizi di Amazon: «La legge riguarda solamente le aziende create e registrate in Bielorussia».

Giles definisce l’articolo di Roudik «estremamente fuorviante», perché fa sembrare la legge in questione «un divieto generalizzato e una grave forma di censura quando non lo è». «Nessun ‘Great Firewall’ della Bielorussia», afferma Giles, evocando il sistema di filtraggio dei contenuti online più pervasivo al mondo, quello cinese. «Molti esperti hanno discusso le ragioni per pubblicare un pezzo che allude alla censura quando, di fatto, la nuova legge non menziona alcun divieto all’accesso a siti nazionali o internazionali per i cittadini e residenti bielorussi», scrive John Blau su Deutsche Welle.

Questione risolta con una smentita? Neanche per sogno. Roudik, interpellato da Farivar, ha preferito non commentare. E l’attenzione mediatica (da ZDNet, TorrentFreak, The Next Web a quella di molte testate italiane) è rimasta sulla presunta legge bavaglio, dettagliata nei termini forniti dalla Library of Congress perfino da Reporters Without Borders a sei giorni di distanza dalla pubblicazione della notizia. «La legge 317-3 rappresenta una nuova fase nell’escalation del governo per il controllo di Internet, che aggiunge nuove forme di repressione», attacca RWB, ricordando che la Bielorussia (154esima su 178 paesi nella classifica della libertà di stampa) è già nella lista degli Stati «sotto osservazione». A preoccupare l’organizzazione non governativa è la possibilità – non smentita – di istituire black list di siti a cui impedire l’accesso entro 24 ore dalla notifica. Oltre alle responsabilità e ai compiti attribuiti ai titolari di Internet point, trasformati in veri e propri sceriffi del web.

Anche nell’equilibrata e dettagliata analisi di LawAndIt, che tende a ridimensionare gli allarmi, l’aspetto più problematico resta la limitazione dell’accesso a informazioni «nocive», cioè riguardanti l’incitazione alla violenza, le attività estremiste, la pedopornografia e il traffico illegale di sostanze e armi. È a queste categorie, piuttosto vaghe in molti casi, che si applicano i filtri imposti ai provider secondo le black list. Anche se, ricorda LawAndIt, «il governo non ha bisogno di legalizzare i filtri» per contenere il dissenso politico. Da un lato, infatti, «la maggior parte degli utenti che postano contenuti online praticano una certa quantità di auto-censura», essendo monitorati e controllati. Dall’altro, «attacchi DDos (Distributed-denial-of-service) sono stati sferrati nei confronti di diversi siti di informazioni pro-democrazia nei giorni delle proteste contro il governo e durante le elezioni».

Bene dunque ricondurre il dibattito alla realtà del dettato normativo, ridimensionando la portata di un ipotetico ‘bavaglio’ che Gizmodo, basandosi sulla ricostruzione della Library of Congress, aveva addirittura definito «la legge più folle su Internet». Ma ciò non significa affatto che chi ha a cuore la libertà di espressione abbia buoni motivi per abbassare la guardia.