Siria, così funziona l’esercito digitale di Assad

5 febbraio 2012

di Fabio Chiusi

La rivolta in Siria non infuria solo per le strade del Paese. Anche in Rete, infatti, si combatte da mesi una vera e propria guerra digitale tra supporter e oppositori del regime di Bashar Al-Assad. Il network di hacker contro-rivoluzionari più attivo è senza dubbio il Syrian Electronic Army. Un collettivo pro-Assad che ha rivendicato centinaia di cyber-attacchi, dalla semplice interruzione del servizio (DDoS, cioè distributed denial-of-service) a vere e proprie intrusioni nelle homepage bersaglio (defacement), sostituite da messaggi di solidarietà al governo sulle cui coscienze, accusano gli osservatori internazionali, pesano migliaia di morti.

Tra le vittime, dallo scorso dicembre, i siti del Parlamento europeo, della Casa Bianca, dei presidenti Sarkozy e Obama, di Human Rights Watch. Ma anche quelli di star mediatiche come Oprah Winfrey, di svariati servizi online israeliani, dell'Università di Harvard e di canali come Al Arabyia e Al Jazeera. Proprio quest'ultima ha subito l'aggressione online più recente, il 29 gennaio 2012. Segno che la battaglia, che già a giugno 2011 annoverava 995 siti 'defacciati', continua senza soste. E che a condurla non sono solamente la censura e la repressione alimentate dal costante controllo dei netizen siriani dall'alto.

L'immagine postata sul Syria Live Blog di Al Jazeera dal Syrian Electronic Army il 29 gennaio 2012. Fonte: Ars Technica.

Ma se le modalità operative e i blitz dei dissidenti online e del collettivo Anonymous sono note, meno conosciute sono le attività dell'esercito elettronico la cui affiliazione con i vertici del regime non è dimostrata, ma molto probabile. Le prove sono state riassunte in due studi dettagliati del sito Infowar-monitor.net e, in particolare, dal ricercatore del Citizen Lab della Munk School of Global Affairs dell'Università di Toronto, Helmi Noman. «La ricerca dell'Information Warfare Monitor», scrive Noman, «ha scoperto che il gruppo ha una connessione con la Syrian Computer Society (SCS), che era diretta negli anni '90 dall'attuale presidente siriano, Bashar Al-Assad». Il dominio del sito ufficiale degli attivisti pro-regime, infatti, «è stato registrato il 5 maggio 2011» proprio dall'organizzazione del futuro autocrate. Non solo: il sito è anche hostato su SCS-NET, l'Internet Service Provider di SCS. A questo modo, prosegue Noman, «la Siria è diventato il primo Paese arabo ad avere un esercito pubblico su Internet, hostato sui suoi network nazionali, per lanciare apertamente cyber-attacchi ai propri nemici».

Difficile dunque si tratti di un gruppo di giovani spontaneamente unitosi, e strutturatosi, per combattere chiunque «diffonda odio» e «disinformazione» per «destabilizzare la sicurezza» in Siria. Gli attacchi, coordinati a partire da aprile 2011 tramite pagine Facebook appositamente create attraverso le quali era addirittura possibile scaricare il software necessario a prendere attivamente parte alle operazioni, sembrano al contrario emanazione diretta della volontà del regime. Che, inondando di commenti favorevoli svariati post sul social network di Mark Zuckerberg, può dare l'impressione di ricevere un appoggio popolare che di cui con ogni probabilità non dispone. Una tattica già vista all'opera in Cina con il 50 Cent Party (dalla remunerazione fornita dal partito comunista ai suoi partecipanti), nella Russia di Vladimir Putin e in Iran, in occasione della rivoluzione verde del 2009. Non a caso, in alcuni casi gli attacchi sono stati condotti di concerto con un misterioso collettivo di stanza nel regime di Ahmadinejad chiamato 'Iranian Hackers'. Teheran, secondo l'influente blogger Josh Landis, avrebbe inoltre aiutato «enormemente» l'esercito digitale, educandolo a maneggiare correttamente le armi necessarie a un efficace contrattacco online.

Sui social media, dunque, non viaggiano solo le parole della 'primavera araba', ma anche quelle di chi vorrebbe protrarne l'inverno. Facebook, a dire il vero, disabilita i ritrovi degli hacker di regime non appena li scopra. Ma, afferma Noman al sito del Festival Internazionale del Giornalismo, ciò non ha impedito al Syrian Electronic Army «di avere appena creato la sua 137esima pagina». Più in generale, l'esercito digitale «continua a compromettere siti occidentali percepiti come ostili, nonostante molti di questi non abbiano nei fatti niente a che fare con il conflitto in Siria». Inoltre, l'esercito «continua ad organizzarsi tramite pagine Facebook, procedendo allo spamming tramite commenti pro-regime sui siti di mezzi di informazione locali», le cui pagine sono peraltro ripiene di cronache entusiastiche delle loro gesta, «e internazionali».

Ma quanti sono i soldati virtuali arruolati? «Non si sa quanti membri facciano parte del Syrian Electronic Army», risponde Noman, «ma le loro pagine Facebook ottengono una media di 6 mila iscritti ciascuna». In ogni caso, i numeri non sono così importanti, online: «Hackerare un sito non è questione di quanti utenti lo facciano, ma di quanto è sofisticato l'attacco. Una sola persona con le abilità e gli strumenti adeguati può defacciare un sito», spiega il ricercatore, «ma nel caso dello spamming su Facebook i commenti di solito sono tra 30 e 50».

Il Syrian Electronic Army all'opera sulla pagina Facebook di Barack Obama. Fonte: Infowar-monitor.net.

E le abilità non mancano: che sia stato tramite l'aiuto dell'Iran o meno, il regime ha recuperato in fretta il gap con i ribelli digitali. «Non ho mai visto niente di simile», ha spiegato Jillian C. York, dell'Electronic Frontier Foundation, commentando l'imponenza dell'offensiva scatenata. «Internet è diventato un luogo quasi pericoloso quanto protestare per le strade», ha aggiunto l'attivista Amr Sadek a Npr lo scorso settembre. Per questo conoscere i mezzi per sfuggire alla censura è diventato un imperativo a cui i dissidenti non possono sottrarsi. Ma non basta per impedire alle menzogne di diffondersi, perché un vero e proprio rimedio contro gli attacchi DDoS non esiste. Anche se Anonymous non è certo stato a guardare, e se altri collettivi locali, dalla Free Hackers Union a RevoluSec, hanno ribattuto colpo su colpo. Tanto che un coordinatore dei rivoluzionari siriani del Local Coordination Committees, Omar Idilbi, ha dichiarato all'Huffington Post che l'impatto degli attacchi del Syrian Electronic Army è ora meno significativo.

Ma significativo abbastanza da violare, a distanza di mesi, un network imponente come Al Jazeera. Proprio il mezzo dalle cui colonne, soltanto due giorni dopo l'attacco, la docente della New York University, Gabriella Coleman, invitava - ma in riferimento ad Anonymous - a ripensare la legittimità delle campagne a base di DDoS. Che se ne possano servire gli addetti alla propaganda di regime con risultati comparabili al collettivo degli 'anon' è di certo un elemento da tenere in considerazione, quando si valutino l'etica e il significato politico di quella che Coleman definisce «azione diretta digitale». E che, in certi casi, può contribuire a legittimare i crimini dei dittatori.