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Cyber-censura, il 2011 l’anno peggiore per i cittadini digitali

12 marzo 2012

di Fabio Chiusi

La libertà di espressione online è in pericolo come mai prima d’ora. Perché chi l’ha difesa, negli ultimi dodici mesi, ha dovuto subire la contro-offensiva dei censori. E, a livello globale, sono questi ultimi ad avanzare. Per comprenderlo basta scorrere i titoli di alcuni importanti paragrafi del rapporto di Reporters Without Borders (RWB) sui ‘nemici della Rete’ pubblicato oggi: «La sorveglianza diventa più efficace e intrusiva». «Più filtraggio dei contenuti». «Più rimozioni di contenuti e pressioni sui provider». «La propaganda regna sul Web». «La chiusura di Internet e delle comunicazioni via cellulare è diventata ordinaria».

Non ci sono state soltanto la ‘primavera araba’, Occupy Wall Street, la documentazione dei brogli in Russia o le proteste planetarie contro SOPA/PIPA e ACTA, dunque. Anzi. Da un lato, i regimi hanno reagito «rispondendo con misure più severe a quelli che hanno considerato tentativi inaccettabili di ‘destabilizzare’ la loro autorità», scrive il rapporto. Dall’altro, molte democrazie hanno «continuato a dare il cattivo esempio cedendo il passo alla tentazione di dare la priorità alla sicurezza rispetto alle altre preoccupazioni, e adottando misure sproporzionate per tutelare il diritto d’autore.» Risultato? Bahrain e Bielorussia si aggiungono alla schiera dei «Nemici della Rete» già composta da Cina, Iran, Arabia Saudita, Corea del Nord, Cuba, Birmania e altri, mentre India e Kazakhstan passano «sotto osservazione».

Insomma: dopo le rivoluzioni, la reazione. Così che, scrive RWB, «il 2011 è stato l’anno più letale per i cittadini digitali»: 199 arresti (+31% rispetto all’anno precedente), e almeno 120 netizen attualmente in prigione. A volte per rischiare la morte basta un tweet. Altre alla censura è preferita l’intimidazione offline, fisica o per vie extralegali (si pensi a quanto sta accadendo al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange – ma il metodo è prassi consolidata in Russia). Altre ancora è una terribile combinazione di software per l’identificazione dei dissidenti e polizia segreta che li punisce. Ma non mancano ‘troll di regime’ pagati per inondare il web di messaggi propagandistici che sterilizzano il dissenso, che a volte – come in Siria e Iran – si configurano come veri e propri ‘eserciti digitali’ al servizio della repressione.

E’ un quadro a tinte fosche, forse mai così fosche. Che ci costringe a comprendere fino in fondo che significhi che «oggi come non mai, la libertà di espressione online è una questione fondamentale per la politica estera e quella interna». Perché certo, «i cittadini digitali nei paesi ‘liberi’ (le virgolette sono di RWB, ndr) hanno imparato come reagire per proteggere ciò che hanno guadagnato» (il pensiero corre al blackout di Wikipedia e di migliaia di altri siti per fermare il ‘bavaglio’ USA). E, scrive l’organizzazione non governativa, «i social network complicano la vita ai regimi autoritari che vogliano sopprimere informazioni e notizie sgradite». Ma la tendenza a livello aggregato è – di nuovo – il controllo 2.0. E stilare un bilancio preciso sull’utilizzo dei social media a fini di dissenso e attivismo politico (ha giovato più ai cittadini o ai regimi?) potrebbe essere più complicato di quanto si creda. Per esempio in Cina, scrive uno studio del Carnegie Mellon di prossima pubblicazione, un modo per censurarli in maniera non invasiva si è trovato – e funziona.

Soprattutto, perché il problema è molto più ampio, e investe non solo il pubblico, ma il rapporto tra pubblico e privato. «I censori cercano sempre più di arruolare compagnie private del settore Internet per sorveglianza online e censura», ammonisce RWB. Le preoccupanti dimensioni del mercato del ‘Grande Fratello digitale’, dimostrate dalle inchieste di Bloomberg e del Wall Street Journal, ma anche dagli SpyFiles di WikiLeaks e dal lavoro incessante di Privacy International, dimostrano che a cedere sono state abbastanza aziende da generare un giro di denaro da 5 miliardi di dollari. Il tutto in un altrettanto preoccupante vuoto normativo.

La ridefinizione in corso della governance online in materia di diritto d’autore, privacy, diritto all’oblio e net neutrality, poi, fa comprendere come il quadro complessivo sia particolarmente incerto. Ad approfittarne sono le spinte repressive: il Pakistan che sta per varare la sua ‘Grande Muraglia Elettronica’; l’India che vira verso la criminalizzazione dei provider e il monitoraggio in tempo reale del suo traffico online; la Cina e la Russia che premono per un ‘codice di buona condotta’ di Internet che «in realtà mira a legittimare la censura». Che sta aggredendo perfino gli strumenti per la protezione dell’anonimato (https, VPN), e cercando di «neutralizzare l’encryption».

Da ultimo, è rilevante anche un aspetto non considerato nel rapporto di RWB, e cioè una pericolosa escalation della retorica della ‘cyberwar’. Di una guerra digitale – ma che si vorrebbe con realissime conseguenze militari e in termini di vittime – tra Stati combattuta a colpi di attacchi informatici. Al momento RWB si limita a notare l’incremento degli attacchi DDoS abitualmente associate alle scorribande degli hacktivisti di Anonymous, ma le cifre (+2000% negli ultimi tre anni) fanno pensare che il fenomeno riguardi una platea ben più vasta e misteriosa di soggetti.

Il tentativo di identificare nuovi strumenti di dissenso politico con puri e semplici crimini informatici, e quello di far passare la lotta al cyber-crime per una priorità strategica dei reparti di intelligence e della Difesa dei Paesi in tutto il mondo, sta generando un allarmismo (nutrito da espressioni come «cyber 11 settembre», «Pearl Harbor digitale» e simili) che ha come prodotto una corsa ai cyber-armamenti e un clima di «tecnopanico» che potrebbe finire per legittimare ulteriori strette repressive nella governance di Internet nel nome della ‘sicurezza nazionale’. Tutto già sentito, ma non per questo meno preoccupante.