@PaulLewis: come cambia il giornalismo d’inchiesta nell’era digitale

16 marzo 2012

di Francesco Raiola

Paul Lewis è un giornalista del Guardian, Reporter of the Year in Gran Bretagna nel 2010 e vincitore nel 2009 del Bevins Prize per l’eccezionale giornalismo d'inchiesta fatto per la morte del venditore di giornali Ian Tomlinson durante gli scontri al G20 a Londra. Nella motivazione i giudici scrissero che «Paul ha usato tutti i metodi di cui può disporre un giornalista moderno, online e cartaceo, per continuare a premere e insistere sulla storia fino a stabilire cosa era realmente successo».

«Tutti i metodi» scrivono, e uno di quelli, non proprio quello più utilizzato qualche anno fa dai giornalisti, è stato Twitter, come dice lui stesso in un capitolo del libro Investigative Journalism: Dead or Alive?: «Diventare parte di una folla virtuale del G20» dice Lewis, grazie anche a Twitter e al crowdsourcing. È grazie al suo attivismo online che il giornalista ha potuto ricostruire pezzi importanti della storia di Tomlinson interrogando in maniera incalzante quella che era la versione ufficiale (e falsa) della polizia.

By open sharing information online, both through internet stories and Twitter, we became part of a virtual G20 crowd that had coalesced online to question the circumstances of his death.

L’anno successivo sempre Lewis, assieme a Matthew Taylor, fece un secondo scoop sulla morte di Jimmy Mubenga, un richiedente asilo angolano, e anche lì il crowdsourcing si rivelò fondamentale. La branca del giornalismo forse considerata meno appariscente nel lavoro di ricerca, quella delle inchieste e dell’investigazione, che diventa completamente “open”, con i giornalisti che fanno domande alla comunità, si servono di foto e video e costruiscono una realtà, stabiliscono una verità grazie alla moltitudine di pezzi trovati sui social, senza mai perdere di vista, però, quello che fa di un giornalista un “buon” giornalista, ovvero la verifica delle fonti.

Dei social media Lewis si è servito anche per seguire i riots londinesi dell'estate scorsa, andando oltre quelli che erano i comunicati della polizia, e servendosi abbondantemente di Twitter per poi, con la collaborazione della London School of Economics, scoprire come la versione che molti media davano del ruolo dei social negli scontri non fosse proprio vicinissimo alla realtà dei fatti.

Ed è proprio l’intuizione dell’importanza dell’open journalism, del crowdsourcing - e quindi di conseguenza del citizen journalism - ad aver portato il Guardian a fare un passo avanti rispetto a molti concorrenti (che, a breve, volenti o nolenti dovranno seguirlo a ruota).

The newspaper is moving beyond a newspaper. Journalists are finding they can give the whole picture better. Over a year the readership grows – a little in print, vastly in digital. Advertisers like it, too

scrive Alan Rusbridger, direttore del Guardian, il 29 febbraio per chiudere il pezzo su quello che loro intendono per Open Journalism.

Tutti contenti, insomma, e come sottolinea anche Lewis nell'intervista rilasciata al sito del Festival Internazionale del Giornalismo, citizen journalist e giornalisti "tradizionali" «sono al meglio quando lavorano assieme».

Come è cambiato (se è cambiato) il giornalismo investigativo nell’era dei social network?
Penso ci sia una questione “social media” che ha cambiato il giornalismo in maniera molto profonda, e questo vale anche per il giornalismo investigativo. Twitter in particolare dà un modello unico di flusso di informazioni – diverso da qualsiasi cosa abbiamo visto prima – e permette alle fonti di collaborare direttamente coi giornalisti. Il giornalismo investigativo per tradizione è sempre stato "il giornalista che scova la fonte". Credo che nell’era dei social media questo rapporto possa cambiare: le fonti trovano i giornalisti.

Il giornalismo investigativo è per tradizione e storia quello che lavora nell’ombra, per ovvie ragioni. Portarlo alla luce non pone il rischio di far saltare il lavoro di ricerca?
A volte sì. Chiaramente ci sono esempi in cui abbiamo bisogno di mantenere un profilo basso su ciò che stiamo indagando. È cruciale che le fonti sensibili, in particolare, possano essere confidenziali, che possano approcciarsi a un giornalista fidato in confidenza. Ma ci sono altre circostanze in cui adottare un approccio “open” – che significa essenzialmente essere trasparente rispetto a ciò che sai (e che non sai) di una storia – può dare un apporto utile. Credo che il punto di partenza debba essere che a volte i nostri lettori conoscono una storia molto più di noi e se conoscono la domanda alla quale stiamo cercando una risposta, possano aiutarci.

Come ha fatto a dare un filo logico all’enorme quantità di pezzi trovati in rete? Quanto tempo ci ha messo?
Una delle sfide è decifrare tutti i piccoli pezzi di informazione che sono disseminati nel web. Spesso c’è un caos enorme, e sempre più la gente si rivolge ai giornalisti per assimilare e dare un senso a tutto il rumore fluttuante nel web. Questa è, per il giornalista, una funzione utile da assumere, quella che credo le news organisation dovrebbero abbracciare se vogliono servire il loro pubblico nell’era digitale.

Nel suo lavoro di ricerca per i casi Tomsolin e Mubenga quali sono le maggiori difficoltà che hai trovato rispetto al tuo approccio “citizen”?
Entrambe le inchieste sulle morti di Ian Tomlison e Jimmy Mubenga sono state, credo, un testamento di questo approccio “open” alle notizie. Un approccio in cui il giornalista può trarre benefici dalla collaborazione coi cittadini. Allo stesso modo la nostra copertura delle rivolte di Londra dell’estate scorsa è stata profondamente basata sulla cronaca collaborativa, prima usando i social media per raccontare gli scontri nel momento in cui stavano succedendo poi, nei mesi successivi, incontrare i cittadini per meglio comprendere, prima di tutto, perché sono successi.

Come crede si svilupperà in futuro la relazione tra giornalisti professionisti e citizen journalist?
Credo che il rapporto è maggiormante fruttuoso quando c’è collaborazione. I “citizen reporter” possono a volte produrre report inaffidabili e possono non essere credibili. I giornalisti professionisti che lavorano in uno spazio chiuso e rifiutando di collaborare con gli altri si troveranno privati di un’immensa risorsa di storie. Entrambi, credo, sono al meglio quando lavorano assieme

Ha seguito tutta la diatriba sul dare prima le notizie su Twitter o passare prima per il desk? Voi, al Guardian, come vi regolate?
Vi rimando alla politica del Guardian che trovate qui.

Ha seguito e successivamente analizzato il rapporto tra i riots di Londra e Twitter e ha scoperto come a differenza di quello che sostenevano le autorità e alcuni mezzi di informazione, ovvero che Twitter era usato in prevalenza per incoraggiare i rioters non era vero. Come si è spiegato quella lettura superficiale da parte di molti?
Siamo stati fortunati a lavorare in collaborazione con la London School of Economics per studiare i moti. Il nostro progetto, Reading the Riots, è stato l’unico studio a contemplare interviste con un ampio numero di persone direttamente implicate nei disordini – abbiamo parlato in totale con 270 manifestanti. Abbiamo anche analizzato un database di oltre 2.5 milioni di tweet relativi ai disordini, che ci hanno dato un’idea unica del ruolo dei social media durante i moti.

Crede che oggi l’informazione sia più trasparente rispetto a prima? E quali sono i maggiori svantaggi dei social e del citizen journalism?
Credo ci sia solo trasparenza quando i giornalisti e i cittadini curiosi sono proattivi. Ora sono disponibili strumenti per facilitare il reporting collaborativo ed "era digitale" significa che c’è spesso una registrazione – non importa se con un tweet o un video su YouTube – di molti degli eventi controversi che succedono nel mondo. Tutto ciò deve essere un vantaggio per tutti noi – giornalisti inclusi. Il pericolo è che i giornalisti comincino a pensare che possono seguire le notizie principali dallo schermo di un computer in ufficio. Al Guardian siamo soliti dare una ricompensa per le cronache in prima linea e io, ad esempio, ero sul campo durante ogni singolo minuto delle rivolte londinesi. Ma c’è un rischio nella grande industria dei media ovvero che i giornalisti comincino a basarsi sul materiale prodotto dai cittadini dimenticando che il posto migliore per essere un reporter è fuori dall’ufficio

Come ritiene stia andando questo primo periodo di open journalism al Guardian?
Mi sento molto fortunato a lavorare per un’organizzazione che è pioniera nell’approccio digitale al giornalismo. La risposta alla nostra campagna di open news è stata fenomenale; lavorare coi nostri lettori – trattandoli come utenti attivi piuttosto che semplici consumatori passivi di news – ci aiuterà a sostenere il nostro giornalismo.

Paul Lewis sarà uno degli ospiti, assieme a William Langewiesche, corrispondente di Vanity Fair Usa e Francesco Piccinini, digital manager di Caltagirone Editore Digital, al panel "Giornalismo investigativo e crowdsourcing" organizzato da AgoraVox, che si terrà sabato 28 aprile dalle 10.30 alle 12 in occasione del Festival del Giornalismo di Perugia.