@acarvin: il miglior account Twitter del mondo
14 aprile 2012di Guido Romeo per Wired
Andy Carvin è un ex attivista, ha 41 anni e il 27 aprile sarà al Festival del giornalismo di Perugia per spiegare come si fa buona informazione cinguettando. Ma non parlategli di rivoluzioni in 140 caratteri, sennò si arrabbia…
Ha raccontato la primavera araba dalle piazze del nord africa e dagli studi della National Public Radio di Washington, sempre usando i social media. Ma per il “migliore account Twitter del mondo” (definizione della Columbia Journalism Review) la chiave non sono tanto le tecnologie, quanto il metodo di lavoro che portano ad applicare. Andy Carvin incarna una nuova generazione di giornalisti open source che coinvolge i propri lettori nella raccolta e verifica delle notizie e nel modo di raccontarle.
Come si fa a raccogliere e verificare le notizie di uno scontro al Cairo usando solo Twitter da una scrivania a Washington?
“Il trucco è capire chi è attendibile. In Tunisia ed Egitto conoscevo già alcune persone sul terreno e ho cominciato a prestare attenzione a quelli con cui si connettevano più frequentemente e con cui avevano un legame da più tempo. I singoli sono importanti, ma è essenziale individuare le reti di persone. Una fonte che parla di scontri a fuoco a piazza Tahrir al Cairo non basta, ma quando ne hai 30 o 40 da diversi punti della piazza allora sai che è vero. In più io cerco di avere sempre video e foto perché aiutano a corroborare l’informazione più rapidamente”.
Diresti che il giornalismo fatto attraverso i social media è più efficace di quello tradizionale, fatto sul campo?
“No, sono due cose diverse e secondo me complementari. Quando sei in piazza Tahrir durante una manifestazione – e io ci sono stato – hai un’esperienza molto diretta e viscerale. Puoi sentire cosa succede, l’odore e perfino il sapore di ciò che hai intorno… Stare sul campo produce informazioni importantissime e insostituibili. Con il digitale perdi tutto ciò, ma hai una visione più ampia. Sul campo magari non sai cosa succede due strade più in là, mentre attraverso Twitter riesci ad avere immediatamente il quadro più vasto. In questo senso i social media sono un aiuto formidabile quando è difficile arrivare sul campo, come per esempio in Siria”.
I social media fanno davvero scoppiare le rivoluzioni?
“Sentire parlare di rivoluzione di Twitter o di Facebook è una cosa che davvero non mi piace. Le rivoluzioni come la primavera araba sono fatte da persone che scendono in strada, spesso a costo della propria vita… Non dai social network. Credo che la definizione di Twitter revolution per quello che abbiamo visto in Nord Africa sia altrettanto sbagliata che parlare della rivoluzione americana come di una rivoluzione innescata dal telegrafo. Queste sono tecnologie che vengono utilizzate in certi momenti storici perché sono utili. Possono certamente amplificare molto rapidamente alcuni messaggi, ma non c’è modo di misurare quanto davvero contribuiscano. In Tunisia, per esempio, il 20 per cento della popolazione è su Facebook, mentre in Libia appena il tre per cento era online, ma entrambi i paesi hanno rovesciato una dittatura. È impossibile misurare il peso dei social media. Non sappiamo nemmeno quanto il telefono o Al Jazeera abbiano pesato nella primavera araba”.
Cosa pensi delle critiche di Evgeny Morozov alla fiducia che molti ripongono in queste che sono piattaforme private e non sempre trasparenti?
“Qui ci sono due questioni distinte. Il fatto che Twitter e Facebook siano piattaforme private e quindi controllabili a discrezione di poche aziende non è una ragione per rinunciare a usarle per fare giornalismo. I giornalisti hanno bisogno di essere su Twitter perché è lì che sono le persone. Non possiamo ignorare una piattaforma solo perché è privata. È una piattaforma nello stesso modo in cui lo è Skype, e nessuno solleva la stessa questione su Skype. La questione è l’attendibilità delle informazioni trasmesse attraverso queste piattaforme, non credo ci sia un problema specificamente legato al mezzo. Potrai sempre trovare casi nei quali Twitter ha funzionato per fare buon giornalismo e altri nei quali ha fallito. Ma non è il mezzo che determina la qualità, quanto piuttosto le circostanze nelle quali viene utilizzato. È vero, però, che Twitter ha un enorme effetto amplificatore sulla distorsioni delle notizie”.
Come si costruisce narrazione giornalistica in 140 caratteri?
“Il lavoro che faccio con Twitter cambia a seconda del contesto in cui lo uso. È un po’ come un conduttore radio che ha la sua squadra di giornalisti. Nel mio caso la mia squadra è in giro per il mondo: sono i miei contatti di Twitter. Spesso si tratta di una tradizionale conversazione su ciò che succede. Quando invece esplode qualcosa di grosso, come una protesta che degenera in uno scontro, allora il flusso di informazioni che ricevo attraverso Twitter cambia, diventa più intenso e posso costruirci una una narrazione continua”.
Qual è la lezione della tua esperienza per il giornalismo?
“Ho imparato che non si tratta di sapere come usare uno strumento, per quello bastano poche ore. La vera differenza scatta quanto ti senti a tuo agio nel collaborare con i tuoi contatti fuori dalla redazione, persone che spesso non sono giornalisti. Condividere ciò che faccio e dichiarare che sto cercando informazioni per me non è un problema. So, però, che non tutti i giornalisti condividono questa posizione. Alcuni preferiscono non raccontare su cosa stanno lavorando prima di pubblicare. Per il giornalismo in senso più ampio credo che la sfida sia capire quando questo approccio funziona. Ora sappiamo che quando ci sono eventi che coinvolgono un gran numero di persone i social media diventano un canale interessante. Ma quando non c’è un network di fonti i sistemi tradizionali sono essenziali. Per il futuro la sfida è che nelle redazioni si riesca a liberare almeno il 20 per cento del tempo dei giornalisti che vogliono cimentarsi in questo tipo di indagine open source“.
E come si monetizza il giornalismo fatto attraverso i social media?
“E come monetizzi un reporter che se ne sta seduto a una conferenza stampa? Questa è una metodologia di lavoro e, sul fronte costi, non è una scelta diversa dal numero di persone che scegli di assumere. Io credo di essere molto fortunato, perché Npr mi dà una grandissima libertà di sperimentare ciò che ritengo più interessante. Perché queste nuove metodologie prendano piede è però necessario un grande cambiamento culturale nelle redazioni”.
Qual è il punto di forza di Twitter?
“Per il tipo di giornalismo che faccio, che richiede molti testimoni oculari, Twitter è la scelta obbligata, perché è lì che sono le mie fonti. Google Plus, per esempio, ha molte caratteristiche che lo renderebbero utilissimo, ma purtroppo il numero di persone che lo usa è ancora limitato”.
Quanto usi i social media ogni giorno?
“Circa 15-16 ore, ma non vuol dire che sono perennemente con gli occhi incollati allo schermo del laptop o dello smartphone. Non bisogna diventare ossessionati dagli strumenti. La chiave è mettere a fuoco come costruire qualcosa in maniera collaborativa con le persone che incontro online”.




