Commenti online. Per alcuni un problema per altri una risorsa da valorizzare

12 settembre 2012

di Vincenzo Marino

The Independent negli ultimi giorni ha lanciato un progetto che in qualche modo rappresenta una novità sul terreno dei commenti e del dibattito online: ‘Independent Voices’ dovrà «affrontare la generale inadeguatezza dei siti di giornali nel proporre commenti di carattere giornalistico in forma propriamente digitale, e il gap fra il modo in cui i lettori vogliono intervenire su ciò che leggono e gli strumenti a loro resi disponibili», spiega Jack Riley, capo del Digital Audience & Content Development della testata, in un post di presentazione nel quale viene anche pubblicata - in modo eloquente - la foto di una folla presso lo speaker corner dell'Hyde Park di Londra. Una piattaforma per «i commenti, le campagne e la community» del giornale, costruita affinché l'utente possa esprimere i propri «pensieri» su ciò che viene proposto, segnalare e suggerire temi, contribuire alla valorizzazione di un dibattito diffuso.

Il progetto è diviso in due parti: da un lato le opinioni degli autori, quelle che «per alcuni sono l'unica nicchia nella quale i giornali possono sopravvivere sul web», e che troveranno in ‘Voices’ quindi uno spazio dedicato, una sezione intera e indipendente della testata. Dall'altro i commenti degli utenti, le reazioni ai diversi articoli, qualcosa prima possibile «solo in un riquadro nella pagina delle lettere, il giorno dopo», sulla carta. E che adesso, con questo esperimento, dovrebbe arrivare a una nuova definizione di engagement. Il lettore, infatti, si troverà a scegliere tra due diversi box nei quali inserire il proprio commento, ‘for’ e ‘against’, per poi comparire, più sotto, in uno stream tematico organizzato in base all’espressione favorevole o meno rispetto all’articolo commentato. «Non esistono repliche», precisa l'autore, spiegando che si tratta in sostanza di formulare la propria opinione cercando di battere quella contraria, dall'altra parte dello schermo, ottenere più like possibili e, dunque, maggiore visibilità - ogni commento, peraltro, può essere condiviso singolarmente sui social network. Ma non basta: altro strumento fornito dalla piattaforma - in grado di affinare ancora di più il 'sentimento' del lettore - è la possibilità di esprimere la propria reazione alla lettura del post scegliendo tra cinque diverse sfumature di giudizio, che vanno da ‘strongly agree’ a ‘strongly disagree’, passando per il neutrale ‘Don't care’.

Il sistema richiede la creazione di un account ‘Independent’ dedicato, collegabile ai propri profili Facebook, Twitter e Google. Un modo per semplificare le operazioni, per tenere traccia degli utenti e rendere il feedback meno anonimo possibile: «Incoraggiamo le persone a usare le loro vere identità per rendere gli utenti riconoscibili per ciò che dicono», sottolinea il post di presentazione. Ma c'è di più: si tratterebbe, anche, di un modo per condividere sui propri profili social il contenuto che si sta commentando. Se si è collegati a Facebook, infatti, le reazioni appena postate verranno automaticamente pubblicate anche nella timeline del proprio profilo, così da raggiungere un numero maggiore di utenti. Una vera e propria condivisione implicita, sebbene resa più precisa dal giudizio espresso (qui un esempio): un espediente già in uso  da tempo, sebbene rivisitato dal gruppo inglese, che secondo i numeri forniti dall'Online Managing Editor del Los Angeles Times a Jeff Sonderman su Poynter avrebbero fatto crescere i contatti unici sul sito del 5%, e migliorato il livello della discussione. «Trolls don’t like their friends to know that they’re trolls».

In una delle puntate della prima stagione di ‘The Newsroom’, show HBO incentrato sulla vita di redazione del programma giornalistico di punta di un'immaginaria rete tv via cavo americana, l'anchorman protagonista - infastidito dalla banalità e dall'aggressività dei commenti sul blog del suo programma - si chiede se non sia il caso di condurre una sorta di crociata contro i profili anonimi e di richiedere ogni tipo di generalità agli utenti - perfino il titolo di studio - prima di lasciar loro la possibilità di intervenire. Quella che vorrebbe fosse una vera, propria e assurda lotta per cambiare Internet dall'esterno. Ma è sempre vero che l'anonimato, o comunque l'uso di pseudonimi in rete, è sinonimo di offese, inciviltà e flame? Alcuni dati forniti da uno dei servizi più usati da blog e siti per i commenti, Disqus, sembrano dire il contrario. A inizio 2012, Disqus ha dimostrato come gli utenti ‘nascosti’ dietro pseudonimi abbiano postato i commenti più fruttuosi e interessanti nel 61% dei casi, ben dieci punti in più rispetto alle ‘identità reali’ collegate ad un account Facebook - probabilmente «opinioni e punti di vista che non sarebbero mai stati espressi se l’utente avesse dovuto mettere il proprio nome», suggeriva nell'agosto scorso Mathew Ingram su GigaOM. Il punto è che l’interazione coi lettori, come evidenziato anche in uno studio del membro del ‘Reynolds Journalism Institute’ Joy Mayer (qui la versione in pdf), è diventata elemento cruciale nello scenario mediatico attuale, e quanto meno una ragione - per gruppi editoriali e testate - per spingere i propri autori a esser più presenti nei commenti ai loro articoli. Essere in grado di fare aggregazione.

La sfida, per gli editori online, si sposta quindi sempre più verso il coinvolgimento dell'utente sul proprio sito, la valorizzazione dei diversi punti di vista, la creazione di comunità, la creazione di piattaforme di discussione da cominciare a giudicare - ora - su base qualitativa, dal momento che «il numero delle persone che leggono i commenti è enormemente più grande rispetto al numero di quelli che li scrivono», scriveva Felix Salmon sul suo blog su Reuters.com citando l'esperimento, in questo senso, di Gawker. Il modo in cui i commenti sono solitamente presentati, infatti, «non è semplice da consultare», generalmente confusionario. Ed è anche per questo che Gawker, ad aprile, ha presentato un nuovo sistema che - in breve - abbandona il classico schema basato sul posizionamento cronologico dei commenti, spostando letteralmente, dall'alto in basso e viceversa, i contributi dei lettori più interessanti - scelti in base a determinati criteri: numero di repliche, attendibilità, pertinenza. Facendo così dell'intera sezione una nuova porzione della pagina in grado di garantire nuovi contenuti, aumentare gli accessi, dare man forte alla partecipazione dei lettori, perfino trarre dei vantaggi economici. «Il nostro obiettivo è cancellare le tradizionali distinzioni fra autori e lettori, soggetto e fonti», ha spiegato il Media Publisher di Gawker Denton su Columbia Journalism Review poche settimane fa. Ma, allo stesso tempo, un modo per «aiutare i nostri autori a raggiungere maggior influenza con la stessa quantità di lavoro».

Il tema dell'utilità e dei diversi approcci del commento in rete è però tema che a fasi alterne si ripropone nel dibattito giornalistico online, e che incontra ancora oggi lo scetticismo di molti - interessante in questo senso il contributo di Joel Johnson su Animal New York, secondo il quale strumenti del genere non sarebbero altro che un'umiliante perdita di tempo, fatica e denaro («Comments are a dinner party. If I’ve invited you to have a seat at my table, at least have the courtesy to not call me an idiot for serving you food slightly different than you preferred»). Jack Riley promette che le innovazione su ‘Independent Voices’ sono comunque destinate a aumentare, e che il progetto sarà un modo per dare finalmente contenuto e dimensione al formato del commento sul web, spesso costretto a opzioni binarie in stile "Mi piace/Non mi piace". In fondo al suo post, mentre scriviamo, gli strongly disagree sono nettamente in vantaggio rispetto ai pareri positivi.