Assumere nell’era digitale: serve una nuova ‘razza giornalistica’

22 settembre 2012

di Vincenzo Marino

Questa settimana in RoundUp: gli studi di due ricercatori americani che dimostrerebbero quante informazioni online si perdono per sempre dopo poco tempo - e alla velocità dell'11% annuo; di chi sono i tweet? E cos'è Twitter?

Il chairman Jack Dorsey spiega che ognuno ha la sua risposta; Felix Salmon consiglia agli aspiranti giornalisti, e alle redazioni, di preferire la lettura alla scrittura, mentre Bob Cohn su The Atlantic invita alla formazione di una nuova "razza giornalistica" nella quale ogni redattore è editor in chief di se stesso. E infine, la recente decisione del New York Times di abbandonare le Quote Approval, che costringevano i giornalisti a farsi approvare le citazioni dalle fonti intervistate.

La scomparsa delle informazioni

In ogni momento, quotidianamente, qualsiasi evento viene riportato su Twitter o Facebook, raccontato e scandagliato in ogni minimo particolare, filtrato attraverso gli effetti di Instagram, reso virale, pubblicato e condiviso in ogni parte del mondo. Ma tutto ciò - esordisce Natasha Lennard in un suo articolo pubblicato questa settimana su Salon - potrebbe non durare per sempre. A provocare il sospetto, i dati - citati in questi giorni da un blog della Technology Review del MIT - di due ricercatori della Dominion University in Norfolk, Virginia (Usa), su quanto è stato condiviso in rete in questi ultimi tre anni. La ‘rivoluzione egiziana’, la morte di Michael Jackson, le notizie relative al virus H1N1, le elezioni in Iran: tutti eventi largamente coperti su Twitter, dei quali sono stati analizzati link e contenuti correlati. Giungendo a risultati clamorosi: il 30% di questi è letteralmente scomparso. «Una parte significativa dei siti consigliati sui social media è semplicemente sparita», ammette The Physics Arxiv Blog. «In altre parole, la nostra storia, così come registrata sui social, sta scomparendo lentamente».

Sebbene sulle ragioni pare ancora non esserci nulla di definitivo, la rimozione dei contenuti starebbe avendo luogo a causa della chiusura o dello spostamento dei siti utilizzati come fonti, o dell’archiviazione dei contenuti da parte dei provider. Una media annua dell’11% circa di materiale perso, precisano gli autori. Alla velocità dello 0,02% al giorno. Un flusso costante e gigantesco di informazioni in tempo reale, ma dalla bassa longevità: la prende con filosofia - è il caso di dire - Mathew Ingram su Bloomberg Businessweek, che arriva a citare il fiume di Eraclito nel quale - com’è noto - non è dato di immergersi per due volte. «In altre parole, gran parte di tante informazioni potrebbero scomparire - e verosimilmente lo faranno - con l’arrivo di quelle nuove a sostituirle. Piccoli pezzi di storia finiranno col perdersi».

E mentre da qualche parte nel mondo qualcuno si sta attrezzando per creare un archivio universale dell’Internet, una vera e propria libreria digitale del web da sottrarre al tempo, Ingram si interroga sulla difficoltà nel reperire e consultare i propri ‘prodotti’ su Twitter, dal momento che le funzioni di ricerca sul social network sono limitate, e che la promessa fatta agli utenti dalla corporation di San Francisco di garantire l’accesso all’intero archivio di tweet personali non è ancora stata evasa. Una «amnesia digitale», i cui effetti a lungo termine - conclude l’autore - sono ancora tutti da scoprire.

«Chiedi cosa sia Twitter a 100 persone, avrai 100 risposte»

Di chi sono, allora, i tweet che produciamo? È sempre Ingram, su GigaOM, a chiederselo. Prendendo spunto dalla vicenda che vede coinvolta la proprietà del social network con la richiesta della Corte di New York di fornire i messaggi inviati da un manifestante durante le proteste di Occupy WallStreet. E dalla difesa della stessa, tesa a dimostrare come i tweet - al momento della pubblicazione - restino proprietà dell’utente. Il che porta Ingram, e molti altri, a chiedersi come mai allora l’accesso a questi sia così complicato.

La questione richiamerebbe i due volti conflittuali di Twitter - spesso citati come fazioni in lotta in una guerra intestina. Da una parte il real time network amico della libertà d’espressione, che precisa che «i suoi utenti - come da termini d’uso - posseggono i loro contenuti». Dall’altra la piattaforma che comincia a inibire fortemente l’uso di terze parti - come già raccontato -  e a rendere evidente il desiderio di monetizzare i contenuti cui dà spazio, quasi avesse intenzione «di trarre guadagno da qualcosa che noi abbiamo creato».

Il ruolo dell’utente, per Twitter, è stato d’altro canto fondamentale per la crescita del social network. Lo ricorda questa settimana John Koetsier su VentureBeat: «Non c'è dubbio che nel corso della storia di Twitter, gli utenti abbiano avuto una funzione enorme nel modo di determinare gli usi del sito. Retweet, hashtag, liste, ricerca, e molte altre funzioni sono state avviate dagli utenti e poi integrate dal prodotto non appena hanno preso piede», rammenta l’autore. «Ma è difficile credere che siano stati gli utenti stessi a chiedere la restrizione delle Twitter api», e quindi proibire l’integrazione con alcune applicazioni third part. Così, alla domanda su cosa stesse diventando Twitter, è il Chairman stesso Jack Dorsey a rispondere: «È qualunque cosa vogliano gli utenti. È uno strumento di comunicazione: chiedi a cento persone cosa sia Twitter e otterrai cento risposte diverse. E va bene così».

«Aspiranti giornalisti, imparate a leggere»

Uno degli interventi più interessanti di questi ultimi giorni è quello di Felix Salmon sul suo blog su Reuters.com, dal titolo «Insegnare i giornalisti a leggere». Durante un incontro organizzato dal blog di giornalismo finanziario della Columbia Journalism Review, Salmon pone l’accento su quella che ritiene essere l’evoluzione più importante nel modo di fare giornalismo degli ultimi anni, invitando anche le scuole professionali a seguire il suo consiglio: dare maggiore enfasi alla lettura che alla scrittura. «La ragione - spiega - è che il giornalismo sta diventando sempre più ‘conversazionale’. È cominciata con l’ascesa del blogging, e se i blog si stanno lentamente estinguendo è solo perché le conversazioni li hanno superati. Si sono spostate su Twitter e Facebook, e anche su molti siti mainstream: il web, ora, è ‘sociale’. E non c’è più bisogno di un blog per far parte della conversazione».

Grazie a questi nuovi strumenti, precisa, è infatti molto più facile reperire materiale d’interesse, c’è molto più giornalismo da consultare, e se è vero che «una volta, se non leggevi il New York Times o il Washington Post non avevi letto quel giornalismo», oggi è invece possibile leggere qualcosa di altrettanto interessante su Gawker, o su qualche sconosciuto blog australiano. È su questo, la cura dei flussi, delle notizie e delle fonti, che i nuovi giornalisti sono - e devono essere - all’avanguardia: saper scegliere e interpretare, perché - continua Salmon - la si può mettere così: «la lettura sta alla scrittura cosi come parlare sta all’ascoltare, e chi parla senza ascoltare è sia cafone che noioso: se non sai leggere, non ti voglio in redazione, perché non prenderai parte alla conversazione che ti starà attorno».

Una rivoluzione che dovrebbe formare fin da subito gli aspiranti collaboratori delle testate, fino a modificare i processi di selezione: secondo l’autore, i colloqui e le prove d’ammissione non dovrebbero più basarsi sui test scritti, ma privilegiare l’analisi - per esempio - del profilo Twitter dei candidati. «Cosa pubblicano? Cosa leggono? Se condividono buoni contenuti derivanti da una selezione ad ampio raggio, se seguono i profili persone intelligenti, se partecipano a dibattiti, allora questo diventa estremamente importante».

Una nuova razza giornalistica

D’altra parte il mestiere è totalmente cambiato. E che le capacità dei suoi interpreti richiedano - adesso - nuove competenze, non è una novità. «Non così tanto tempo fa, i direttori di magazine e giornali sapevano esattamente cosa stavano cercando, quando assumevano giovani giornalisti. Posti sicuri per capacità sicure: i reporter a fare i reporter, i ricercatori alle ricerche, i designer a fare design», esordisce il direttore della versione digitale di The Atlantic Bob Cohn in un articolo dal titolo «Assumere nell’era digitale».

La tesi dell’autore è semplice quanto perentoria: ci serve un nuovo metodo, ma forse - più di tutto - ci serve una nuova «razza giornalistica», dal momento che tutti, oggi, devono saper essere «Editor in Chief». Essere in grado di fare più cose, su più fronti, più velocemente, gestire quantità ingenti di informazioni: «Questo passaggio dal lavoro verticale a quello orizzontale è forse il cambiamento più profondo in redazioni già piene di cambiamenti: non so dire se si tratti di un guaio o di un trionfo per il giornalismo. Magari entrambe le cose, ma ormai è così».

L’autore racconta di essere abbastanza soddisfatto dalle recenti assunzioni, che gli hanno fatto conoscere giovani già in grado di saper lavorare con i nuovi strumenti, e combinare vecchie «skill» a nuovi media. Tanto da chiedersi se anche lui, alla stessa età, fosse davvero stato intraprendente e motivato quanto loro. Creatività, curiosità intellettuale: tutte doti già note al buon giornalista, ma che oggi lo mettono alla prova della velocità e delle decisioni immediate, facendo d’ognuno, a strumenti dati, una sorta di “direttore” di se stesso, un operatore capace di lavorare su più fronti e con mezzi diversi, perché «nuove piattaforme e nuovi business adesso richiedono questo passaggio».

Niente più ‘Quote Approval’

La notizia della settimana, per quanto riguarda il giornalismo, è probabilmente l’introduzione della nuova policy del New York Times per quanto riguarda le ‘Quote Approval’, l’approvazione, da parte delle fonti interrogate, dei virgolettati che verranno poi messi in pagina. «La pratica», spiega la Executive Editor Jill Abramson in un memo rilanciato dalla Public Editor Margaret Sullivan, rischiava «di dare ai lettori l'impressione, sbagliata, che stessimo cedendo troppo controllo alle fonti sui nostri articoli».  Dunque i giornalisti della testata saranno invitati a rifiutare le intervista a persone che porranno come condizione il controllo e l’approvazione delle citazioni prima dell’invio del pezzo. «Siamo ben coscienti di perdere così delle interviste», tuttavia, è l'avviso della Executive Editor, il buon giornalista «non dovrebbe supplicare».

La decisione arriva a margine di un lungo dibattito, che nelle ultime settimane si è intensificato a causa della consuetudine, nel seguire la campagna elettorale, di richiede il controllo delle citazioni come condizione per dare interviste da parte dei candidati Obama e Romney. Adottato caso per caso dall'Huffington Post e ignorato da testate come Associated Press e Politico, secondo un sondaggio lanciato da Poynter il 63% dei lettori non permetterebbe mai la revisione delle frasi ricavate da un'intervista e riportate in un pezzo. Intanto su Twitter - scrive il New York Magazine - il direttore della sezione Politics di BuzzFeed Ben Smith avrebbe avuto parole di ringraziamento nei confronti del giornale. «Times will make it a lot easier for the rest of us to push back too. Thanks @nytimes!».