Guerra al giornalismo

14 settembre 2013

di Vincenzo Marino

Il giornalismo è atteso a un varco che non investe più soltanto la sua parte più “strumentale”, professionale, o semplicemente economica. La contrapposizione tra carta e digitale, che anima ancora le vecchie redazioni e impegna editori e inserzionisti pubblicitari nella ricerca di una via profittevole, è solo uno step antecedente allo stadio di profonda e strutturale incertezza che in realtà lo domina. Sono i tratti di un passaggio epocale: è necessario capire quali siano i veri protagonisti in gioco, sapendo distinguere l'attore dal mezzo, la piattaforma dalla professione (che di per sé, in realtà, se la sta cavando alla grande secondo Mathew Ingram).

"Il giornalismo sta affrontando due crisi che si tengono insieme”, spiega George Brock, Head of Journalism alla City University di Londra: quella del business model, nel quale la pubblicità come mezzo di sostegno economico non funziona più, e una più capillare crisi di fiducia nei media, evidente in tutto il mondo attraverso ben più di qualche sintomo: la questione Leveson Inquiry e lo scandalo intercettazioni in Gran Bretagna, il rapporto difficile fra Obama e stampa in USA, la pressione sui giornalisti - e chi li circonda - coinvolti nell'affare NSA, i livelli bassissimi di credibilità del settore in Italia.

In molti casi si assiste allo stravolgimento di diversi valori (produttivi e non), in un ecosistema ormai quasi indifferente al giornalismo, minando la sua costruzione storica. Una sorta di “guerra al giornalismo” combattuta su più fronti, che minaccia cattedrali costruite nel tempo ormai in inesorabile sgretolamento: quella del ruolo del giornalismo nella società, della sua riproducibilità (e dunque della sopravvivenza) e della sua penetrazione nel mercato.

La guerra al giornalismo

Il racconto, l'analisi e la divulgazione delle notizie provenienti dalla fonte americana Snowden per il caso NSA, per esempio, hanno costretto il Guardian a chiedere l'ausilio del New York Times, tale era la pressione del governo inglese sul giornale di Londra, e accettare la proposta di ProPublica, che si è offerta di garantire il proprio servizio per difendere il prezioso lavoro di raccordo con le fonti, verifica e racconto messo in atto da Greenwald. In qualche modo "fare gruppo", fra testate e giornalisti, contro un sistema che stava ostacolando il processo di disvelamento e diffusione di una notizia di tale portata, e che ha spinto i direttori di diversi giornali mondiali e la World Association of Newspapers and News Publishers a protestare ufficialmente contro il governo Cameron rispetto alla detenzione del partner di Glenn Greenwald David Miranda. Reazione unitaria in risposta a un'azione irrituale e "violenta", quasi un guanto di sfida all'informazione.

La condivisione delle fonti fra più redazioni, come risposta a un attacco così plateale alla libera informazione, è ciò che Jay Rosen ha definito "to make journalism harder, slower, less secure", fare rete e dividere il lavoro, una sorta di “stato d’emergenza” da guerra piena, per accerchiare il sistema e continuare a fare giornalismo in un'epoca oggettivamente ostile in cui, come sottolinea David Carr sul New York Times, personaggi come Assange, Snowden e Greenwald sono essi stessi redazioni autonome - in un certo senso - e decidono in modo del tutto personale come e quando la notizia deve arrivare sulla scrivania del media (e in alcuni casi rispondendo al proprio "attivismo" più che a un puro spirito giornalistico - cosa che comunque non è detto ne svilisca l'operato professionale).

La guerra dei contenuti

L'altro campo di battaglia è, infatti, quello della ridefinizione dello schema-giornale, del lavoro di redazione, del prodotto finale, e con esso tutto il processo di scelta e divulgazione delle notizie. Se da un lato la certezza di un ritorno al glorioso passato sembra ormai perduta - tanto più che secondo alcuni l'irripetibile "golden age" della carta sarebbe da far risalire a metà ‘900, prima dell'espansione televisiva - dall'altro la sicurezza che le armi da mostrare sul campo siano del tutto diverse sembra ormai ovvia: adattarsi o perire, avverte ancora Brock, ammonendo chi si candida a lavorare nell'industria del futuro e chi deve formare le nuove leve.

Il direttore del Global Business Journalism program della Tsinghua University di Pechino James Breiner, su NewsEntrepreneurs, elenca alcune delle skill necessarie nel nuovo mondo dei media per come si sta configurando. Si tratta di capacità - ovviamente - variegate, che vanno dal racconto multimediale (audio, video, foto, slide) all'analisi di grosse quantità di dati, la capacità di fare "marketing" con la propria firma e il lavoro sui social network. Un attore a tutto tondo orientato al digital first e alla creazione di senso e storytelling, di contenuti inimitabili e chiari, dei prodotti-spettacolo - un esempio recente, la timeline di Joshua Eaton di Al Jazeera America sull'affare Snowden - più che all’inseguimento del record di pageview racimolate (numeri che, secondo Felix Salmon e molti altri, non bastano più a convalidare il successo di un articolo o di un'iniziativa editoriale), per un prodotto che conoscerà inevitabilmente nuovi canali di distribuzione, nuovi utenti abituati ai consumi di Internet, a "rituali" diversi.

La guerra del business

La tesi "Internet non ha ucciso i giornali" - e di sicuro non il giornalismo - peraltro ha trovato quest'estate la più grossa grossa conferma con l'acquisto del Washington Post da parte del CEO di Amazon Jeff Bezos (di cui si è parlato ampiamente per settimane - qui trovate una serie di link utili a farvi un'idea del dibattito). Il passaggio del quotidiano è diventato emblematico non tanto per quel che può apparentemente rappresentare - il nuovo media che compra il vecchio, o il famigerato "iceberg che salva il Titanic" - quanto per il futuro che può attendere una testata (o semplicemente un brand) come il WaPost nelle mani di un uomo che proviene da un'esperienza professionale diversa e vincente: chi su Internet, diversamente dagli editori tradizionali, è riuscito a trovare un business model, ma anche colui che, in un certo senso, ha aperto un nuovo - ennesimo - campo di battaglia di questa “guerra al giornalismo” tradizionale: la tendenza all’acquisto di testate da parte di attori nuovi e “estranei” (solo questa estate, con Bezos, sono arrivati Buffet e i suoi ‘nuovi’ 28 giornali e l’imprenditore John Henry che ha rilevato il Boston Globe) che guardano a queste testate come “aziende” per il loro valore intrinseco più che per il loro prodotto "storico".

Una delle chiavi di lettura è infatti la trasformazione del prodotto-giornale (o del prodotto-news) a contenuto commerciale adattabile al mercato di Internet, in un ambiente che ha già visto fiorire modelli di affiliazione eterogenei come quello - appunto - di Amazon Prime. È il senso dell'acquisizione di Bezos, e quello del suo primo discorso alla redazione: mettere i consumatori - e non tanto "i lettori" - al centro del loro lavoro. Con una diffusione che nell'arco di pochi anni è crollata a una media di poco più di 400 mila copie giornaliere, il destino del Post, secondo alcuni come Ken Doctor, potrebbe infatti essere quello di un'assimilazione del modello Prime, l'abbonamento privilegiato offerto da Amazon che garantisce la consegna quasi immediata dei prodotti acquistati e una serie di altri servizi esclusivi a soli 79 dollari all’anno. Pagare poco ma consumare di più: come nota Frédéric Filloux su MondayNote, i clienti Prime spendono mediamente sui 1200 dollari all’anno contro i 524 degli utenti regolari. Un incentivo all'acquisto, che con un brand editoriale forte, un sistema capillare di consegna e uno strumento di lettura diffuso e a basso costo (Kindle) potrebbe aprire una fase tutta nuova per il Washington Post e probabilmente l'intero mercato.

La guerra dei dati

Ma c'è di più. Società come Amazon detengono gigantesche quantità di dati dei propri utenti, così da conoscerne i gusti, il modo in cui vengono acquistati e utilizzati i prodotti acquistati, e poter in qualche modo "ascoltare i lettori" per offrir loro il prodotto che meglio combacia alle aspettative di un preciso mercato. Rispondere ad alcune domande, e semplicemente soddisfarle: “Cosa leggono i nostri utenti? Da dove arrivano? Cosa ne pensano?”. È la tesi di Owen Thomas su ReadWrite, che parla comunque di "consigli" del pubblico da ascoltare con attenzione ma da non ossequiare totalmente, per non incorrere nella “smania da analytics” cinicamente dipinta nelle settimane scorse da The Onion con la finta lettera del Managing Editor di CNN.com per l'articolo su Miley Cyrus ai VMA di MTV. Lo stesso "packaging" delle notizie può diventare oggetto di modifiche sostanziali, in questa corsa al nuovo lettore. E i modelli in rete, Amazon a parte, non sono pochi.

Altro caso di successo - nonché altra azienda ricca di dati sui propri utenti - è Netflix, alla quale questa settimana Markham Nolan, Managing Editor di Storyful, guarda con interesse dal punto di vista editoriale. Potrebbe essere non lontano il giorno in cui le news verranno ridisegnate per compiacere ai gusti, le capacità economiche, la disponibilità di tempo dei lettori. E così come funziona già adesso per le serie tv - per le quali Netflix offre episodi da acquistare singolarmente - molto presto la necessità di un acquisto “spacchettato” potrebbe imporsi anche nel mondo del mercato mediatico, articolo per articolo, in una mediosfera nella quale si possono aggregare, in un carrello virtuale, prodotti di diversa provenienza così come già succede per i contenuti video del portale, una vasta scelta fra titoli originali Netflix e show di diverse case di produzione (perché Netflix ha cominciato a produrre, sfruttando i big data a disposizione sui suoi quasi 40 milioni di utenti e rendendosi allo stesso tempo produttore e piattaforma multicanale).

La guerra dei formati

Nel mondo delle news, nel suo piccolo, il portale di aggregazione TechMeme ha cominciato proprio in questi giorni a riscrivere i titoli degli articoli esterni proposti, dotandosi così di una visone più "editoriale" e meno meccanica di quando gran parte del lavoro di filtraggio e scelta delle news era demandato agli algoritmi. Digg, altro esperimento di cui vi abbiamo già reso conto, viaggia ormai da settimane su questo terreno, riscontrando il consenso di una comunità fedele e crescente che gli riconosce la capacità di collezionare, con mano visibilmente editoriale, notizie di diversa origine con uno stile coerente. E così Circa, l'app che smantella le news in microaggiornamenti che in questi giorni sta "uscendo fuori" dall'iPhone per proporre i propri prodotti a pubblico “da browser" e cominciare a mettersi in competizione seria con altri organi d'informazione; o ancora i micropost di Quartz, la creatura economica di Atlantic Media che da quest’estate è diventata un concorrente serio per autorità del settore come The Economist e Financial Times. È solo una delle armi di questa guerra, che alla fine - forse - vedrà perdere solo la carta come supporto tecnico e chi intendeva accedere alla professione contando su uno scenario ormai in via d’estinzione.