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	<title>Festival Internazionale del Giornalismo &#187; Reporters Without Borders</title>
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		<title>Cyber-censura, il 2011 l&#8217;anno peggiore per i cittadini digitali</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 11:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabio</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Internet Surveillance]]></category>
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		<description><![CDATA[di Fabio Chiusi
La libertà di espressione online è in pericolo come mai ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-23531" href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/23524/screen-shot-2012-03-12-at-11-57-03-am-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-23531" title="Screen shot 2012-03-12 at 11.57.03 AM" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2012/03/Screen-shot-2012-03-12-at-11.57.03-AM.jpg" alt="" width="400" height="379" /></a>di <a href="https://twitter.com/#!/fabiochiusi">Fabio Chiusi</a></p>
<p>La libertà di espressione online è in pericolo come mai prima d&#8217;ora. Perché chi l&#8217;ha difesa, negli ultimi dodici mesi, ha dovuto subire la contro-offensiva dei censori. E, a livello globale, sono questi ultimi ad avanzare. Per comprenderlo basta scorrere i titoli di alcuni importanti paragrafi del <a href="http://en.rsf.org/beset-by-online-surveillance-and-12-03-2012,42061.html">rapporto di Reporters Without Borders (RWB) sui &#8216;nemici della Rete&#8217; pubblicato oggi</a>: «La sorveglianza diventa più efficace e intrusiva». «Più filtraggio dei contenuti». «Più rimozioni di contenuti e pressioni sui provider». «La propaganda regna sul Web». «La chiusura di Internet e delle comunicazioni via cellulare è diventata ordinaria».</p>
<p>Non ci sono state soltanto la &#8216;primavera araba&#8217;, Occupy Wall Street, la documentazione dei brogli in Russia o le proteste planetarie contro SOPA/PIPA e ACTA, dunque. Anzi. Da un lato, i regimi hanno reagito «rispondendo con misure più severe a quelli che hanno considerato tentativi inaccettabili di &#8216;destabilizzare&#8217; la loro autorità», scrive il rapporto. Dall&#8217;altro, molte democrazie hanno «continuato a dare il cattivo esempio cedendo il passo alla tentazione di dare la priorità alla sicurezza rispetto alle altre preoccupazioni, e adottando misure sproporzionate per tutelare il diritto d&#8217;autore.» Risultato? Bahrain e Bielorussia si aggiungono alla schiera dei «Nemici della Rete» già composta da Cina, Iran, Arabia Saudita, Corea del Nord, Cuba, Birmania e altri, mentre India e Kazakhstan passano «sotto osservazione».</p>
<p>Insomma: dopo le rivoluzioni, la reazione. Così che, scrive RWB, «il 2011 è stato l&#8217;anno più letale per i cittadini digitali»: 199 arresti (+31% rispetto all&#8217;anno precedente), e almeno 120 netizen attualmente in prigione. A volte <a href="http://ilnichilista.wordpress.com/2012/03/09/quando-un-tweet-puo-costarti-la-vita/">per rischiare la morte basta un tweet</a>. Altre alla censura è preferita l&#8217;intimidazione offline, fisica o per vie extralegali (si pensi a quanto sta accadendo al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange &#8211; ma il metodo è <a href="http://www.linkiesta.it/alla-vigilia-del-voto-l-unica-opposizione-contro-putin-e-il-web">prassi consolidata in Russia</a>). Altre ancora è una terribile combinazione di software per l&#8217;identificazione dei dissidenti e polizia segreta che li punisce. Ma non mancano &#8216;troll di regime&#8217; pagati per inondare il web di messaggi propagandistici che sterilizzano il dissenso, che a volte &#8211; come in <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/22540/">Siria</a> e Iran &#8211; si configurano come veri e propri &#8216;eserciti digitali&#8217; al servizio della repressione.</p>
<p>E&#8217; un quadro a tinte fosche, forse mai così fosche. Che ci costringe a comprendere fino in fondo che significhi che «oggi come non mai, la libertà di espressione online è una questione fondamentale per la politica estera e quella interna». Perché certo, «i cittadini digitali nei paesi &#8216;liberi&#8217; (le virgolette sono di RWB, <em>ndr</em>) hanno imparato come reagire per proteggere ciò che hanno guadagnato» (il pensiero corre al blackout di Wikipedia e di migliaia di altri siti per fermare il &#8216;bavaglio&#8217; USA). E, scrive l&#8217;organizzazione non governativa, «i social network complicano la vita ai regimi autoritari che vogliano sopprimere informazioni e notizie sgradite». Ma la tendenza a livello aggregato è &#8211; <a href="http://ilnichilista.wordpress.com/2011/03/11/i-nemici-della-rete-nel-2011/">di nuovo</a> &#8211; il controllo 2.0. E stilare un bilancio preciso sull&#8217;utilizzo dei social media a fini di dissenso e attivismo politico (<em>ha giovato più ai cittadini o ai regimi?</em>) potrebbe essere più complicato di quanto si creda. Per esempio in Cina, scrive uno <a href="http://www.linkiesta.it/cina-censura-internet-rete">studio del Carnegie Mellon di prossima pubblicazione</a>, un modo per censurarli in maniera non invasiva si è trovato &#8211; e funziona.</p>
<p>Soprattutto, perché il problema è molto più ampio, e investe non solo il pubblico, ma il rapporto tra pubblico e privato. «I censori cercano sempre più di arruolare compagnie private del settore Internet per sorveglianza online e censura», ammonisce RWB. Le preoccupanti dimensioni del mercato del &#8216;Grande Fratello digitale&#8217;, dimostrate dalle inchieste di Bloomberg e del Wall Street Journal, ma anche dagli SpyFiles di WikiLeaks e dal lavoro incessante di Privacy International, dimostrano che a cedere sono state abbastanza aziende da generare un giro di denaro da 5 miliardi di dollari. Il tutto in un altrettanto preoccupante vuoto normativo.</p>
<p>La ridefinizione in corso della governance online in materia di diritto d&#8217;autore, privacy, diritto all&#8217;oblio e net neutrality, poi, fa comprendere come il quadro complessivo sia particolarmente incerto. Ad approfittarne sono le spinte repressive: il Pakistan che sta per varare la sua &#8216;Grande Muraglia Elettronica&#8217;; l&#8217;India che vira verso la criminalizzazione dei provider e il monitoraggio in tempo reale del suo traffico online; la Cina e la Russia che premono per un &#8216;codice di buona condotta&#8217; di Internet che «in realtà mira a legittimare la censura». Che sta aggredendo perfino gli strumenti per la protezione dell&#8217;anonimato (https, VPN), e cercando di «neutralizzare l&#8217;encryption».</p>
<p>Da ultimo, è rilevante anche un aspetto non considerato nel rapporto di RWB, e cioè una pericolosa escalation della retorica della &#8216;cyberwar&#8217;. Di una guerra digitale &#8211; ma che si vorrebbe con realissime conseguenze militari e in termini di vittime &#8211; tra Stati combattuta a colpi di attacchi informatici. Al momento RWB si limita a notare l&#8217;incremento degli attacchi DDoS abitualmente associate alle scorribande degli hacktivisti di Anonymous, ma le cifre (+2000% negli ultimi tre anni) fanno pensare che il fenomeno riguardi una platea ben più vasta e misteriosa di soggetti.</p>
<p>Il tentativo di identificare nuovi strumenti di dissenso politico con puri e semplici crimini informatici, e quello di far passare la lotta al cyber-crime per una priorità strategica dei reparti di intelligence e della Difesa dei Paesi in tutto il mondo, sta generando un allarmismo (nutrito da espressioni come «cyber 11 settembre», «Pearl Harbor digitale» e simili) che ha come prodotto una corsa ai cyber-armamenti e un clima di «<a href="http://mercatus.org/sites/default/files/publication/technopanic-Thierer.pdf">tecnopanico</a>» che potrebbe finire per legittimare ulteriori strette repressive nella governance di Internet nel nome della &#8216;sicurezza nazionale&#8217;. Tutto già sentito, ma non per questo meno preoccupante.</p>
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		<title>Libertà di stampa, l&#8217;Italia crolla al 61° posto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 10:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabio</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Censura in Rete]]></category>
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di Fabio Chiusi
Trentacinquesima nel 2007. Quarantaquattresima nel 2008. Quarantanovesima nel 2009 e nel ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-22448" href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/22439/screen-shot-2012-01-25-at-10-51-54-am-2/"><img class="size-full wp-image-22448 alignnone" title="Screen shot 2012-01-25 at 10.51.54 AM" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2012/01/Screen-shot-2012-01-25-at-10.51.54-AM1.png" alt="" width="531" height="388" /></a></p>
<p style="clear:both;">
<p>di <a href="https://twitter.com/#!/fabiochiusi">Fabio Chiusi</a></p>
<p>Trentacinquesima nel 2007. Quarantaquattresima nel 2008. Quarantanovesima nel 2009 e nel 2010. Fino al dato del 2011-2012: l&#8217;Italia è al sessantunesimo posto nella <a href="http://en.rsf.org/press-freedom-index-2011-2012,1043.html">classifica della libertà di stampa di Reporters Without Borders</a>, appena dopo la Guyana e prima di Repubblica Centrafricana, Lesotho, Sierra Leone, Tonga e Mozambico.</p>
<div class="mceTemp">
<div id="attachment_22442" class="wp-caption aligncenter" style="width: 343px"><a rel="attachment wp-att-22442" href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/22439/screen-shot-2012-01-25-at-10-45-17-am-1-2/"><img class="size-full wp-image-22442" title="Screen shot 2012-01-25 at 10.45.17 AM 1" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2012/01/Screen-shot-2012-01-25-at-10.45.17-AM-11.png" alt="" width="333" height="248" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Press Freedom Index 2011/2012, Reporters Without Borders</p></div>
<p>Questa la motivazione:</p>
<blockquote><p>«L&#8217;Italia (61esima), in cui una dozzina circa di giornalisti è ancora sotto protezione della polizia, ha voltato pagina dopo diversi anni di conflitto d&#8217;interesse con le dimissioni di Silvio Berlusconi. Ma il posizionamento di quest&#8217;anno reca ancora il suo marchio, in particolar modo tramite un tentativo di introdurre una legge bavaglio e uno di introdurre filtri a Internet senza consultare la giustizia, entrambi bocciati per un soffio».</p></blockquote>
<p>L&#8217;Italia è inoltre citata nel rapporto insieme a Bulgaria (80esima) e Grecia (70esima) tra i «Paesi che non riescono ad affrontare il problema delle violazioni della loro libertà di stampa a causa di una mancanza di volontà politica».</p>
</div>
<div class="mceTemp">&#8212;</div>
<div class="mceTemp">(<em><a href="http://en.rsf.org/IMG/CLASSEMENT_2012/C_GENERAL_ANG.pdf">Scarica il rapporto integrale di Reporters Without Borders &#8211; PDF</a></em>)</div>
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		<title>Bielorussia, bavaglio al web o disinformazione?</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 12:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabio</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Fabio Chiusi
Il 30 dicembre è apparso sul sito della Law Library ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-22179" href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/22177/give-the-people-of-belarus-a-voice/"><img class="alignleft size-full wp-image-22179" title="give-the-people-of-belarus-a-voice" src="http://www.festivaldelgiornalismo.com/wp-content/uploads/2012/01/give-the-people-of-belarus-a-voice.gif" alt="" width="350" height="368" /></a>di <a href="https://twitter.com/#!/fabiochiusi">Fabio Chiusi</a></p>
<p>Il 30 dicembre è apparso sul sito della <a href="http://www.loc.gov/lawweb/servlet/lloc_news?disp3_l205402929_text">Law Library of Congress</a> degli Stati Uniti un articolo dal titolo inquietante: «Bielorussia, navigare su siti stranieri è un illecito». Possibile? Secondo Peter Roudik, autore del pezzo, lo sarebbe diventato grazie alla legge 317-3 del 25 novembre 2011, di cui si è avuta notizia con la sua pubblicazione sull&#8217;apposito portale governativo poco prima delle feste natalizie. La legge «impone restrizioni sulla navigazione e/o l&#8217;utilizzo di siti stranieri da cittadini e residenti bielorussi», scrive Roudik, pena il pagamento di una sanzione fino a 125 dollari. I titolari di Internet point sono inoltre tenuti a controllare che i propri clienti non visitino siti stranieri. In caso di mancata segnalazione alle autorità (dopo apposita identificazione e registrazione delle navigazioni dei clienti), i titolari di Internet point saranno ritenuti a loro volta colpevoli, e i loro locali chiusi. Ancora, la legge – in vigore dal 6 gennaio &#8211; consente alle autorità di stilare una black list di siti a cui i provider debbono impedire l&#8217;accesso.</p>
<p>Non solo. Aziende e imprenditori individuali bielorussi potranno usare solo domini Internet domestici per fornire i propri servizi online, dalle vendite al semplice scambio di email, pena subire le attenzioni della polizia tributaria. Lo scenario descritto è da incubo: «Immaginate», scrive Roudik, «che qualcuno in Bielorussia compri qualcosa da Amazon, che non è un&#8217;azienda bielorussa e dunque non è registrata in Bielorussia. La transazione è illegale, e così il procuratore invierebbe una nota ad Amazon informandola di stare violando la legislazione nazionale e che dunque potrebbe essere denunciata». A questo punto, conclude, Amazon potrebbe decidere di impedire l&#8217;accesso agli utenti bielorussi, così da evitare ulteriori guai.</p>
<p>Una vera e propria legge bavaglio, dunque. Ma lo è davvero? Cyrus Farivar, autore di <em><a href="http://internetofelsewhere.com/">The Internet of Elsewhere</a></em> e giornalista per il Deutsche Welle, si è <a href="http://cyrusfarivar.com/blog/2012/01/03/belarus-not-restricting-internet-access-after-all/">insospettito</a> e ha deciso di sottoporre il testo originale in russo della legge a degli esperti in grado di analizzarlo in lingua originale. Secondo il direttore del Conflict Studies Research Centre di Oxford, Keir Giles, <a href="http://www.dw-world.de/dw/article/0,,15648186,00.html">un&#8217;analisi più attenta</a> rivela che «non c&#8217;è alcuna menzione sull&#8217;impossibilità di navigare su siti stranieri». Il che contraddice il pezzo di Roudik fin dal titolo. Inoltre la legge, secondo Giles, non mira alla censura, ma alla raccolta di maggiori entrate (una interpretazione congruente con <a href="http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2012/01/bielorussia-ambasciatore.PDF?uuid=ac8a7796-3633-11e1-9ff4-5385958819b7">quella dell&#8217;ambasciata bielorussa in Italia</a>, come segnalato da <a href="http://punto-informatico.it/3383991/PI/News/bielorussia-autarchia-internet.aspx">Punto Informatico</a>). In particolare, impedendo che le aziende locali evadano il fisco e si servano dei più economici servizi di hosting russi. A non poter usare i servizi stranieri sarebbero infatti soltanto i soggetti commerciali bielorussi, e anche per loro le restrizioni si applicherebbero solamente per l&#8217;esercizio di attività commerciale. Secondo l&#8217;analista è poi errato lo scenario che ipotizza la chiusura dei servizi di Amazon: «La legge riguarda solamente le aziende create e registrate in Bielorussia».</p>
<p>Giles definisce l&#8217;articolo di Roudik «estremamente fuorviante», perché fa sembrare la legge in questione «un divieto generalizzato e una grave forma di censura quando non lo è». «Nessun &#8216;Great Firewall&#8217; della Bielorussia», afferma Giles, evocando il sistema di filtraggio dei contenuti online più pervasivo al mondo, quello cinese. «Molti esperti hanno discusso le ragioni per pubblicare un pezzo che allude alla censura quando, di fatto, la nuova legge non menziona alcun divieto all&#8217;accesso a siti  nazionali o internazionali per i cittadini e residenti bielorussi», scrive John Blau su <a href="http://www.dw-world.de/dw/article/0,,15648186,00.html">Deutsche Welle</a>.</p>
<p>Questione risolta con una smentita? Neanche per sogno. Roudik, interpellato da Farivar, ha preferito non commentare. E l&#8217;attenzione mediatica (da ZDNet, TorrentFreak, The Next Web a quella di <a href="http://www.google.com/search?sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8&amp;q=la+stampa+bielorussia+bavaglio#sclient=psy-ab&amp;hl=en&amp;tbm=nws&amp;source=hp&amp;q=bielorussia&amp;pbx=1&amp;oq=bielorussia&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;gs_sm=e&amp;gs_upl=2366l3204l1l3354l2l2l0l0l0l0l570l570l5-1l1l0&amp;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&amp;fp=a025ca59f15bfbcd&amp;biw=1127&amp;bih=706">molte testate italiane</a>) è rimasta sulla presunta legge bavaglio, dettagliata nei termini forniti dalla Library of Congress perfino da <a href="http://en.rsf.org/belarus-belarus-authorities-turn-up-the-06-01-2012,41634.html">Reporters Without Borders</a> a sei giorni di distanza dalla pubblicazione della notizia. «La legge 317-3 rappresenta una nuova fase nell&#8217;escalation del governo per il controllo di Internet, che aggiunge nuove forme di repressione», attacca RWB, ricordando che la Bielorussia (154esima su 178 paesi nella classifica della libertà di stampa) è già nella lista degli Stati «sotto osservazione». A preoccupare l&#8217;organizzazione non governativa è la possibilità – non smentita – di istituire black list di siti a cui impedire l&#8217;accesso entro 24 ore dalla notifica. Oltre alle responsabilità e ai compiti attribuiti ai titolari di Internet point, trasformati in veri e propri sceriffi del web.</p>
<p>Anche nell&#8217;equilibrata e dettagliata analisi di <a href="http://www.itlaw.by/eng/belarus/24.php">LawAndIt</a>, che tende a ridimensionare gli allarmi, l&#8217;aspetto più problematico resta la limitazione dell&#8217;accesso a informazioni «nocive», cioè riguardanti l&#8217;incitazione alla violenza, le attività estremiste, la pedopornografia e il traffico illegale di sostanze e armi. È a queste categorie, piuttosto vaghe in molti casi, che si applicano i filtri imposti ai provider secondo le black list. Anche se, ricorda LawAndIt, «il governo non ha bisogno di legalizzare i filtri» per contenere il dissenso politico. Da un lato, infatti, «la maggior parte degli utenti che postano contenuti online praticano una certa quantità di auto-censura», essendo monitorati e controllati. Dall&#8217;altro, «attacchi DDos (Distributed-denial-of-service) sono stati sferrati nei confronti di diversi siti di informazioni pro-democrazia nei giorni delle proteste contro il governo e durante le elezioni».</p>
<p>Bene dunque ricondurre il dibattito alla realtà del dettato normativo, ridimensionando la portata di un ipotetico &#8216;bavaglio&#8217; che <a href="http://gizmodo.com/5872499/belarus-is-now-home-to-the-internets-most-insane-law">Gizmodo</a>, basandosi sulla ricostruzione della Library of Congress, aveva addirittura definito «la legge più folle su Internet». Ma ciò non significa affatto che chi ha a cuore la libertà di espressione abbia buoni motivi per abbassare la guardia.</p>
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