Si avvicina l’era del digital only?

7 marzo 2014 english version

di Vincenzo Marino

Questa settimana in RoundUp: Flipboard acquista Zite e pensa di vendere pubblicità con la CNN; l'articolo più letto nella storia di Slate non è un articolo ma un gioco, una tendenza ormai conclamata che passa dai quiz ai test online; priorità al digitale: il Guardian va in terreno positivo dal punto di vista economico, il New York Times e The Economist pensano a nuovi prodotti digital only.

Flipboard e la conquista del settore mobile

La notizia della settimana è sicuramente l’acquisto di Zite da parte di Flipboard per 60 milioni di dollari. Si tratta di due applicazioni molto simili per smartphone e tablet che aggregano contenuti da testate e social network e ne facilitano lettura e condivisione. Flipboard, che conta attualmente più di 100 milioni di utenti e che nell’ultimo anno ha usufruito di un aumento di capitale che l’ha portata a un valore complessivo di 800 milioni, ha sottratto la concorrente Zite alla CNN, che a sua volta ne aveva rilevato la proprietà per un terzo del suo valore attuale (attorno ai 20 milioni di dollari, nel 2011). Stando a diverse fonti, la stessa CNN lavorerà insieme a Flipboard dal punto di vista pubblicitario ed editoriale: l’accordo, come si legge su AdWeek, potrebbe rappresentare un vantaggio sia per la società che detiene Flipboard, che potrà avvalersi di forza lavoro e tecnologie già rodate provenienti da un prodotto concorrente destinato alla chiusura, sia per la testata americana, che vedrebbe migliorare notevolmente la propria presenza nel settore mobile facilitando la diffusione di contenuti digitali presso nuove fette d’utenza, tutti potenziali destinatari di contenuti giornalistici e pubblicità.

Il territorio mobile è sicuramente quello più ambito, in un mercato che ha bisogno di spazio e tecnologie per crescere e misurarsi con nuovi utenti: è lo scenario che ha animato le riflessioni dell’imprenditore dei media Mark Andreessen poche settimane fa (prima via Twitter, poi per esteso), secondo il quale, per una serie di fattori compromessi dall’irruzione digitale, l’industria delle news sarebbe destinata a crescere di 10 se non 100 volte da qui a 20 anni. Affermazione che è valsa lo scettico fact checking di Rick Edmond su Poynter e di Ryan Chittum sulla Columbia Journalism Review («Is the news going to become a $5 trillion industry? No. That would be one-third of the US economy»). Aziende come Google e Facebook, rammentano i due, dominano il mercato pubblicitario (mobile e desktop) e non hanno bisogno dei giornali, tanto meno di un mercato dell’informazione particolarmente forte, per sopravvivere. In più attori di questa natura guadagnano in particolar modo grazie agli user generated content, offrendo tecnologie gratuite agli utenti in cambio di preziose informazioni. Come rispondere a questo scenario, e tenere in vita un’industria senza più punti di riferimento commerciali e economici come quella dei media? Che tipo di contenuti è necessario offrire? Gli esperimenti non mancano.

Il non-giornalismo che serve al giornalismo

È la notte degli Oscar: John Travolta deve presentare la cantante Idina Menzel, ma sbaglia e la chiama Adele Dazeem scatenando le più ovvie ironie (da Kevin Spacey agli utenti Tumblr). L’errore di Travolta diventa un gadget su Slate: basta inserire un nome nella stringa e questo viene storpiato come, verosimilmente, farebbe un Travolta confuso sul palco degli Oscar. È Travoltify, è semplicemente un gioco, ed è uno degli “articoli” che ha incuriosito di più la critica giornalistica questa settimana. Slate è infatti sito sobrio e rigoroso, non nuovo a trovate di questo genere ma ancora piuttosto lontano da una deriva iper-buzzfeediana: malgrado ciò «The Adele Dazeem Name Generator» è diventato il prodotto online con più visite uniche nella sua quasi ventennale storia, con numeri che indicano (dati di mercoledì scorso) quasi 10 milioni di contatti individuali (con una media di 100 mila visite all’ora) e che hanno fatto cambiare idea al direttore del sito, David Plotz, dapprima scettico sull’iniziativa (si era definito addirittura «bemused», sconcertato). Giocare carte del genere rischia di compromettere la credibilità della testata - è il senso del suo discorso - ma i vantaggi che se ne possono trarre potrebbero ben valere l’azzardo: più visite, commenta Leslie Kaufman sul New York Times, possono voler dire un peso contrattuale più forte con gli inserzionisti, nonché la possibilità tutt’altro che remota di allargare la propria base di lettori. Finché il sito pubblica giornalismo serio è accurato, aggiunge Plotz, non abbiamo niente da temere.

La tendenza alla diversificazione verso l’aspetto ludico è tuttavia evidente: al New York Times, per esempio, dove (come già visto) l’articolo più letto del 2013 non era un post ma un test sui dialetti; ancora, l’esempio più recente del gadget «How much time have you wasted on Facebook» di Time Magazine; quello di UsVsThem con il «North-o-Meter» e i già citati quiz di BuzzFeed. È la «gamification dei contenuti» aggiunge Joshua Benton, e si basa sulla stessa natura che anima giochi e simili: attivare meccanismi di dipendenza e condivisione da sfruttare in termini di engagement e pubblicità. Di certo il giornalismo non è nuovo a espedienti di questo tipo - e il riferimento più ovvio è ai cruciverba nei giornali cartacei - ma in questa continua campagna di conquista della soglia dell’attenzione e della propensione alla condivisione dei lettori, strumenti del genere possono aiutare a scoprire testate e firme prima sconosciute, argomenti nuovi e prodotti giornalisticamente rilevanti: «Travolta è esplosivo - conclude Plotz - ma abbiamo pubblicato una cinquantina di articoli quel giorno, compreso uno sui Tatari della Crimea». La vera sfida, semmai, è trovare un equilibrio.

Quando il digitale diventa norma

L’affermazione del giornalismo digitale appare da tempo come un processo ormai inesorabile, un quadro che si arricchisce periodicamente di nuovi dati, trend consolidati ed esperienze (da leggere il memo di Jonah Peretti alla redazione di BuzzFeed). Quella appena conclusa è - per esempio - la settimana del Guardian, che comincia a intravedere i primi risultati della sua svolta digital first: come confermato dall’esperto di media business del giornale Mark Sweney, la società che pubblica Guardian e Observer avrebbe superato entrate pari a 70 milioni di sterline (più di 80 milioni di euro), con un incremento annuo del 25% al marzo 2014. Una crescita accompagnata dal risultato positivo delle impressioni online, attestatosi attorno alle 80 milioni di visite mensili (meno di metà di quelle del Mail Online che comunque, fa notare Sweney, prospetta entrate inferiori a quelle della sua testata entro la fine di settembre). Guardian Media si aspetta di crescere ancora entro la fine dell’anno, per un trend mai così positivo negli ultimi otto e - stando al trust che ne detiene la proprietà - un consolidamento mondiale evidente che negli ultimi mesi ha portato al rafforzamento delle redazioni in USA e Australia e l’esclusiva di notizie di rilevanza globale come sul caso Datagate.

Segnali che non arrivano solo da Londra: il New York Times starebbe per introdurre una serie di nuovi contenuti digitali per attrarre due specifiche categorie di lettori: gli entry level che non hanno mai sottoscritto un abbonamento e chi invece, da abbonato, sarebbe disposto a pagare qualcosa in più per contenuti esclusivi (premium). Uno di questi dovrebbe essere NYT Now, come assicurato dalla manager della Corporate Communication del Times: un prodotto da 8 dollari circa al mese pensato per attrarre nuovi lettori e “abituarli” all’informazione digitale a pagamento. E mentre Time Magazine riscrive la propria presenza online, ricostruendo l’homepage secondo dettami responsive (tra approvazioni e critiche, come quella di Chris Saad che fa notare una certa tendenza del design online all’appiattimento verso lo stile da app per tablet), l’Economist lancia un nuovo tipo di offerta: una serie di interactive feature, piccoli saggi multimediali e monotematici da pubblicare su base periodica. Testo, video, grafici e audio per un’esperienza di lettura che il digital editor del settimanale pretende sia totalmente diversa di quella della carta. Al primo esempio gratuito («Democracy», già online da più di una settimana) faranno seguito altri essay a pagamento.