Startuplandia: c’è già grossa crisi?

8 novembre 2014 english version

Questa settimana in RoundUp: se i vecchi media sono in crisi, come se la passano invece i nuovi progetti digitali? Secondo alcuni non molto bene, e la strada per la sopravvivenza sarebbe ancora lunga. Qualcuno intanto cerca di darsi da fare per ristabilire la centralità dei prodotti giornalistici e della professione, in uno scenario nel quale il concetto di autorevolezza sta facendo i conti con quello della trasparenza.

di Vincenzo Marino

«Si sta facendo brutto a startuplandia»

immagine via Piero Glina

Negli ultimi mesi ci siamo soffermati spesso sulla crisi dei legacy media, le vecchie testate alla prova della rivoluzione digitale. Ma come stanno i nuovi attori? Il futuro per le startup giornalistiche sarebbe tutt’altro che roseo, secondo il fondatore di PaidContent e Skift Rafat Ali in un post dal titolo «It’s About To Get Ugly in Media Startupland». Basterebbe dare un’occhiata agli aggregatori di notizie su informazione e nuovi media per accorgersi «dei progetti falliti negli ultimi due mesi, delle redazioni che chiudono, dei licenziamenti» - per non parlare dell’incidenza ambigua e ancora poco chiara di piattaforme come Facebook «che possono staccare la spina e andarsene, appena gli va» (pericolo del quale abbiamo parlato la settimana scorsa). Effettivamente negli ultimi tempi casi e aggiornamenti poco confortanti, in questo senso, non sono mancati. Non bastasse la sofferta e strenua resistenza degli old media, è difficile non pensare alla partenza lenta di progetti come FiveThirtyEight di Nate Silver (che secondo alcuni non avrebbe ‘portato a casa’ i risultati attesi nei primi mesi, dopo tanta eccitazione per il lancio), o ancora alle difficoltà incontrate finora da FirstLookMedia di Pierre Omidyar, impantanata in un quadro di strutturazione più contorto del previsto (la cruda differenza fra aspettative e realtà, secondo Mathew Ingram) e alcune defezioni importanti, non ultima quella dell’ex autore di Rolling Stone Matt Taibbi (sulla questione, da leggere anche «The Pierre Omidyar Insurgency» su NewYorkMag).

In una settimana dominata dalle elezioni di midterm negli USA e da come queste sono state raccontate (Lego compresi), l’argomento sopravvivenza è infatti stato uno dei temi principali nel dibattito giornalistico - persino Gawker, col suo tono ironico, cerca di tracciare un quadro sulle possibilità di salvezza dei newcomer nel futuro scenario mediatico, analizzandoli uno per uno. E se da una parte l’ex Executive Editor del New York Times Jill Abramson dichiara proprio in questi giorni di voler lanciare una nuova creatura editoriale con retribuzioni da 100mila dollari a pezzo e prodotti «più lunghi di un articolo ma più corti di un libro» (incontrando un certo scetticismo - «Good luck with that»), dall’altro un progetto elogiato da sempre come Homicide Watch D.C. annuncia la prossima chiusura per mancanza di fondi (qui potete trovare alcuni dibattiti ai quali la cofondatrice Laura Amico ha preso parte durante l’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo). Come a voler simboleggiare il fatto che la traversata verso la terra dei modelli vincenti è ancora lunga e che, come ricorda ancora Rafat Ali, è necessario concentrarsi su cosa può funzionare per lettori e business, tenendosi alla larga da «diva-star» e contenuti di basso livello: «Perseverance, above all else. Keep your head down, build stuff, focus on building a business, and good things will happen».

Fare per fermare il declino (cit)

Immagine via Mashable

Jaron Gilinsky, evidentemente, ci sta provando. Corrispondente freelance per Current e New York Times, Gilinsky ha messo su una piattaforma in stile Airbnb per il giornalismo, sulla quale i freelance possono offrire i propri pitch e gli editori commissionare i pezzi. Si chiama Storyhunter ed è online in forma privata dal 2012, un beta test riservato ad alcuni partner (come Fusion, MSNBC e AlJazeera) che è stato reso pubblico solo da pochi giorni. In sostanza, si tratta un punto d’incontro online nel quale il corrispondente estero propone la propria idea di articolo agli editori iscritti, che a loro volta possono trovare facilmente annuncio e autori con portfolio e pagine profilo. «Una mia grossa frustrazione era proprio: come faccio a raggiungere tutti quegli editori che probabilmente sarebbero interessati dai miei articoli, se non sanno neppure che esisto?» spiega Gilinsky alla WebSummit Conference di Dublino questa settimana. «Poi ho visto AirBnb, ed è stata un’ispirazione vedere come hanno creato questo mercato per fare incontrare di compratori e venditori». Il servizio al momento si occupa anche di offrire assicurazioni («insurance is no longer a privilege: It’s a right») e di gestire la transazione economica fra le parti. Ma non vuole essere un canale per citizen journalist: più precisamente, «vogliamo rendere più facile la vita a chi fa questo come mestiere».

E mentre - sempre fra i nuovi media - c’è chi come Fusion sta cercando di entrare nella mischia proponendo nuovi format (e lanciando un messaggio alla concorrenza, dopo l’assunzione di autori come Alexis Madrigal e Felix Salmon), altri servizi “per” giornalisti continuano a nascere e attestarsi. È il caso di Beacon, che proprio in queste settimane compie il suo primo anno di vita (ne avevamo parlato qui): questa settimana ha annunciato un accordo con Newsweek, che utilizzerà il sistema di raccolta di fondi dal basso per articoli e contenuti giornalistici, e lanciare un proprio progetto dal titolo «Understanding The College Rape Crisis». La notizia, oltre a caratterizzarsi come nuovo esempio di collaborazione tra vecchio e nuovo, diventa tanto più rilevante se si leggono le parole con le quali il direttore della storica testata ha parlato di questa partnership: non si tratterebbe, meramente, di trovare il denaro per l’articolo - cosa della quale era già stata accusato l’HuffingtonPost questa estate - ma dimostrare di voler coinvolgere i lettori e rendere pubblico l’intero processo di costruzione del prodotto. Lo stesso cofondatore di Beacon Adrian Sanders ha spiegato la cosa a Mathew Ingram con parole simili: «è un modo per scoprire cosa i lettori considerano davvero importante» e magari scoprire che alcuni prodotti, che in un mercato ad-based non avrebbero avuto senso, in realtà hanno una rilevanza significativa presso il proprio pubblico.

Digital-first, ma «audience-foremost»

«We need to stop being the gatekeepers and find ways to work with people that used to be our audience», ha spiegato il fondatore di Storyfull Mark Little in un incontro con gli studenti di giornalismo dell’Università della Florida. Il Guardian c’ha provato partendo anche dal redesign del sito, chiedendo la collaborazione degli utenti e lasciando aperta la sua costruzione su GitHub (che permette di rendere pubblica la struttura di un software e facilitare la collaborazione). Secondo John Paul Titlow su FastCoLabs, quello del giornale inglese sarebbe un «modello open source» ricco di benefici da emulare il più possibile: i concetti di trasparenza e autenticità, peraltro, diventano fondamentali in uno scenario nel quale il giornalista perde di autorità, e non detiene più narrazione, controllo e flusso della notizia per intero. «I social media ci hanno dimostrato che il modello delle breaking news è andato per sempre», ha spiegato ancora Little, dalla WebSummit Conference. Un sistema che ha funzionato per decenni, ma che rischia di non avere più senso: il concetto che tu sia il primo a dare una notizia «is completely bullshit», continua, «qualcuno lì fuori l’ha già visto» e probabilmente ne avrà già dato notizia al mondo.

Che fare, in un mondo in cui comunque c’è bisogno di giornalisti (e di due tipi, secondo il CEO di Storyful: quelli sul campo e quelli che filtrano le notizie)? Dimenticare la «falsa moneta» dell’autorevolezza, cercando di capire che la realtà che si intende raccontare passa anche da media non propriamente giornalistici - come Twitter, ricorda Matt McAllister, Europe Editor di Time - e attraverso gli interpreti attori più diversi, che si tratti di reporter o meno. Questa settimana su International Journalists’ Network Jessica Weiss racconta la storia del Liverpool Echo, una testata che nel 2009 si è accorta sul campo di questo scarto cercando di riportare la notizia del crollo di una gru in pieno centro, mentre le prime immagini venivano condivise in rete da residenti e testimoni oculari. «La storia era là fuori, in pieno corso d'opera, e se non l'avessimo raccontata in tempo reale non ne avremmo fatto parte» ricorda l’allora membro del digital team del giornale Allison Gow, parlandone come l’episodio chiave che portò poi ad accelerare lo shift digitale della testata, che improvvisò così il suo primo live blogging.

Gow oggi è Editor of Digital Innovation per Trinity Mirror Regionals, e ha otto consigli su come trasformare la cultura digitale del proprio sito e abbracciare il rinnovamento (li trovate qui): approccio digital-first ma comunque «audience-foremost», coinvolgimento dei lettori, accessibilità e interazione, sperimentare ed entrare in contatto con la comunità, cercando di capirne le richieste (magari anticipandole) e accettarne i consigli.