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26 luglio 2014 english version

Questa settimana in RoundUp: l'ascesa inarrestabile del fact-checking, che domina il racconto online degli ultimi eventi internazionali; alcune recenti e spiacevoli abitudini giornalistiche: l'abuso del termine "breaking news" e dei pezzi in stile "Tutto ciò che devi sapere su X"; "Da Grumpy Cat all'Ucraina": Mashable continua a crescere e punta al settore delle hard news.

di Vincenzo Marino

"L'ascesa globale” del fact-checking

L’abbattimento dell’MH17, la crisi ucraina e la situazione nella striscia di Gaza stanno ovviamente monopolizzando l’attenzione mediatica delle ultime settimane. Avvenimenti del genere, spesso ricchi materiale multimediale in presa diretta da verificare, impongono una certa velocità di lavorazione e di analisi delle fonti. Uno dei protagonisti dell’opera di fact-checking di questi giorni è Brown Moses, o Elliot Higgins, che ha lanciato proprio in quelle ore il suo progetto Bellingcat, di cui abbiamo parlato qui e che potete finanziare su Kickstarter fino al 15 agosto (finora ha raggiunto 18mila sterline su 47mila). Il suo intento è riunire il lavoro di diversi citizen journalist e condividere attraverso la sezione ‘How To’ gli strumenti del mestiere utili a ‘debunkare’ false informazioni e certificare la credibilità di una notizia.

Negli ultimi giorni Mathew Ingram di Gigaom ha passato in rassegna alcune delle pratiche e delle tool più utili per questo tipo di servizio: l’iscrizione alle comunità di verifica di Storyful (Storyful OpenNewsroom) e Grasswire, l’utilizzo metodico di social network come Twitter e Reddit (che ha di recente aperto al live blogging), l’uso di strumenti per verificare immagini come Google Image Search, Tin Eye, e per risalire alla localizzazione geografica e temporale di video o foto (come Suncalc, il classico Streetview, o client come Checkdesk). Quella al fact-checking, quasi fosse una reazione spontanea della comunità online a eventi così forti e notiziabili, è una tendenza giornalistica sempre più forte negli ultimi tempi, analizzata - anche nella sua versione più politica, il controllo di cifre e dichiarazioni - da Glenn Kessler sul Washington Post, con un report dal Global Fact-Checking Summit che parla di “boom mondiale” del settore e racchiude i casi più notevoli (ci sono anche gli ucraini di StopFake, di cui avevamo scritto qui).

"Tutto ciò che devi sapere" sulle brutte abitudini giornalistiche

Quegli stessi eventi, così forti eppure spesso ‘lontani’, per essere pienamente compresi hanno spesso bisogno di un esercizio ‘didattico’ a monte, una sorta di ‘introduzione’ all'argomento utile a educare il lettore a temi che ancora oggi, dopo anni e ripetuti tentativi, appaiono quanto mai controversi e dibattuti. Da qui (anche) la fioritura di articoli che cercano di ‘spiegare tutto’, da zero, a traino di un trend istituzionalizzato (come abbiamo visto) dal cosiddetto explanatory journalism. Proliferano ovunque i post dal titolo “tutto ciò che devi sapere” (“All you need to know”, “Everything you need to know”, “X Will Tell You Everything You Need to Know About Y”, eccetera), e la reazione di Eve Fairbanks, sempre sul Post, è stata chiedersi se questi titoli, e questi articoli - con questo slancio educativo così perentorio - non rasentino la presunzione, quando non la superficialità: non è detto, infatti, che la lettura di un “tutto ciò che devi sapere su” (una specie di “catechismo”, li definisce Jack Shafer di Reuters) sia sufficientemente esaustiva, e che un “elenco puntato sulla Palestina o l’ISIS” sia in grado di comprendere tutti gli elementi davvero essenziali, e le sfumature, per poter governare l’argomento. In un processo che sostituisce il click alla stampa nel famigerato “All the news that’s fit to print”, alcune testate - stando alla critica - si starebbero prendendo in qualche modo il diritto di scegliere cosa sia necessario (o fondamentale) sapere per affrontare la propria esistenza civile e sociale, invece di ‘limitarsi’ a garantire una buona informazione quotidiana al lettore, e costruire mattone dopo mattone il suo senso del mondo.

Mercoledì scorso l’account Twitter della Associated press ha inviato questo tweet

Notizia verificata, lancio non scorretto dal punto di vista grammaticale, ma dubbio in termini linguistici a causa dell’ambiguità della parola “crash” nel contesto (che lasciava intendere, in qualche modo, che l’aereo che trasportava i corpi dell’MH17 fosse a sua volta caduto). L’account ha chiarito poco dopo, quando però il danno era ormai fatto ed era già stato condiviso e interpretato non correttamente da migliaia di persone, scatenando le più diverse reazioni. L’episodio ha spinto Megan Garber su The Atlantic a scrivere un pezzo sull’utilizzo dello strillo “breaking news” a tutti i costi: non era una notizia necessaria, spiega, e sempre più spesso news del genere vengono rilanciate come 'ultim’ora' indispensabili (un aereo è atterrato, in fin dei conti: è una notizia in un articolo, in un contesto, ma probabilmente non una breaking news in sé). Inutile ingolfare l’ecosistema informativo, specie in settimane come queste: “Il termine ‘breaking’ sta perdendo pian piano il suo senso”, continua, in assonanza con quanto spiegava anche Felix Salmon durante l’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo.

Mashable vuole fare sul serio

L’universo dei critici dei media continua ovviamente a interrogarsi sul futuro della professione, sulla sostenibilità economica (Steve Buttry sul modello del crowdfunding), sulla validità della carta (David Carr sul New York Times, e Kevin Sablan di OC Register), su strategie e format da sperimentare - questa settimana, per esempio, su “Trend in Newsroom” di WanIfra ci si chiede se lo strumento dei video possa essere il modo migliore per serializzare l’informazione e conquistare l’attenzione degli utenti, guardando all’esempio di Simon Ostrovsky di ViceNews. Dalle parti dei media digitali, Joseph Lichterman ha analizzato - in un post dal titolo “From Grumpy Cat to Ukraine” - il caso di Mashable, vecchio tech blog che adesso ha tutta l’intenzione di fare sul serio nel territorio delle news. Già dall’assunzione dell’execuitve editor Jim Roberts (della quale, a suo tempo, avevamo già parlato qui) la testata ha cominciato ad approfondire e pubblicare hard news, o comunque argomenti che esulano dal tracciato originale, fino agli esempi recenti su Gaza, mondiali di calcio, crisi ucraina.

Roberts, 26 anni al New York Times, si sta costruendo attorno uno staff di 77 unità (30 in più da ottobre, quando si è seduto dietro la sua nuova scrivania a Manhattan) e sta cercando, insieme a loro, il modo per avvicinarsi all’informazione online partendo dallo specifico bagaglio culturale e strutturale del sito, consci delle abitudini e dei gusti dei loro lettori. Uno dei metodi raccontati nel pezzo di NiemanLab è proprio cercare di combinare la sfera del giornalismo incentrato su innovazione, cultura digitale e tecnologia (il loro core business) e news classiche, sia dal punto di vista produttivo (lavorando su testi come su Snapchat) che da quello tematico: l’esempio perfetto, in questo senso, è quello del blocco di Twitter in Turchia di fine marzo scorso, che ha dato l’opportunità alla testata di affrontare la cosa come gli altri news outlet ma da un’angolatura diversa, non dissimile dal loro tracciato 'ideale,' né troppo lontano dalle preferenze dei loro lettori - generalmente molto giovani. Ad oggi Mashable conta più di 4 milioni di follower su Twitter, 2,6 milioni di like su Facebook e 34 milioni di visite uniche mensili.