Uccidere la carta: ma come?

20 ottobre 2012

di Vincenzo Marino

Questa settimana in RoundUp: lo storico settimanale Newsweek dirà addio a dicembre alla carta stampata, nello scetticismo di molti; la paventata chiusura dell'edizione cartacea del Guardian, smentita dal direttore Alan Rusbridger su Twitter; il New York Times sospende un freelance per atteggiamenti offensivi su Twitter, ritenuti lesivi dell'immagine del gruppo; un articolo dell'ultimo numero della rivista della Nieman Foundation sulla rivoluzione che sta sconvolgendo il mercato dei media; il re dei gattini in rete Ben Huh vuole salvare il giornalismo con la sua nuova creatura: Circa.

L'ultima copia di Newsweek: basterà il digital only?

«Quattro anni fa, in un dibattito pubblico con l'allora media reporter del Newsweek Johnnie Roberts, ho scommesso con lui una cena sul fatto che il Newsweek avrebbe chiuso entro cinque anni», esordisce il columnist del Guardian Michael Wolff sul suo blog martedì scorso. Guadagnandosi una pasto gratis: in questi giorni il settimanale americano ha annunciato (qui il memo interno della Editor In Chief alla redazione) che quella del 31 dicembre prossimo sarà l'ultima edizione cartacea, e che la testata continuerà a sopravvivere sotto forma di magazine ebook per tablet (al costo, pare, di circa 25 dollari al mese), di sito online gratuito, e a ranghi ridotti - sono stati annunciati infatti anche licenziamenti nelle redazioni interne ed estere. Ottant’anni di tradizione giornalistica che non sono stati in grado di reggere lo scenario di crisi del settore, dal momento che - si legge nell'annuncio su The Daily Beast, il blog acquisito e diventato parte integrante in rete della testata - «attualmente il 39% degli americani consulta news da fonti online, secondo uno studio dell'ultimo mese del Pew Research Center». A loro giudizio, continua, sarebbe arrivato il momento di diventare «più efficienti raggiungendo i nostri lettori in un formato all digital».

La crisi economica - e 'identitaria' - di Newsweek non è tuttavia notizia dell'ultim'ora: sebbene, come ricordato da Jim Romenesko, la Editor In Chief Tina Brown abbia parlato solo a luglio di semplice «allarmismo» attorno al futuro della testata, la cessazione delle pubblicazioni su carta dovrebbe aiutare la società a fronteggiare il passivo milionario ereditato di anno in anno e costringere la redazione a convergere su una nuova iniziativa editoriale digitale, Newsweek Global, nonché a contribuire al sito free già esistente. Ma sarà davvero sufficiente abbandonare il vecchio supporto per continuare a sopravvivere? È il dubbio che ha accomunato molti in queste ore: secondo Felix Salmon «le possibilità che Newsweek possa vere successo come pubblicazione digital only e su abbonamento ammontano esattamente a zero». Il rischio sarebbe quello di arrivare tardi su un terreno già percorso da altri in precedenza e con contenuti gratuiti - l'esempio riportato nel post è il magazine di HuffPost Usa ‘Huffington’ - e di cercare di andare faticosamente incontro a una domanda - quella del Newsweek, in crisi d'entrate pubblicitarie ma soprattutto di lettori - che in realtà non esiste.

I motivi di tanto scetticismo sembrano essere chiari nelle parole del Senior Editor di The Atlantic Derek Thompson: creare un prodotto a pagamento, per soli abbonati su tablet, «è la risposta alla domanda sbagliata ‘come faccio a fare il Newsweek senza stampare Newsweek?’. La domanda, invece, dovrebbe essere: ‘Come faccio ad attrarre più gente possibile per fare grandi cose con questa media company?’». La verità, rincara la dose il collaboratore di Washington Post, Guardian e Forbes John McQuaid su Twitter, è che «hanno fatto fatica a trovare una voce editoriale per 15 anni: i problemi sono più profondi della 'rivoluzione digitale'». Anche perché, com'è noto, l'industria mediatica non è stata ancora in grado di trovare un’alternativa profittevole alla stampa: secondo il giornalista Steve Yelvington, dal momento che non esiste un business model in grado di «uccidere la carta», rifugiarsi nell'online only non sarebbe altro che un piano di fuga, e non un percorso conveniente: «Non è una vittoria del digitale sul fallimento della carta. È sintomo di problemi più grossi».

Qui trovate il notebook su Spundge curato da Craig Silverman, con tutti gli aggiornamenti sul caso.

Must Reads About Newsweek Dropping Print Edition

newsweek, "tina brown"

View Must Reads About Newsweek Dropping Print Edition on Spundge

Il Guardian non chiude

Da un passaggio ormai sicuro verso l’all digital ad un altro appena - e per il momento - scongiurato: si tratta del Guardian, la storica testata progressista inglese, che secondo un post tratto dal semisconosciuto blog More About Advertising che cita una presunta fonte interna, starebbe pensando al passaggio definitivo al digitale.«Il sito è uno dei più popolari al mondo - continua il post, poi a quanto pare ripreso dal Telegraph - ma il giornale continua a perdere copie e entrate pubblicitarie». Motivando le preoccupazioni della proprietà.

In settembre, la società che controlla la testata, il Guardian Media Group, ha  infatti annunciato perdite pari a 76 milioni di sterline, poco meno di 100 milioni d'euro, confermando il fatto che gran parte del rosso fosse dovuto proprio alla produzione del giornale. Dall'altra parte, i contatti unici del sito sono passati da 15 a 17 milioni in pochi anni, mentre in edicola le copie vendute calavano dalle 380 mila del 2009 alle 210 mila del 2012. Da qui l'accreditamento di un rumor che si è fatto sempre più legittimo e credibile.

Fino alla smentita del gruppo per bocca del CEO Andrew Miller («Il Telegraph pomeriggio a pubblicato un articolo nel quale si affermava che la decisione da parte della GNM di abbandonare le edizioni cartacee di Guardian e Observer. Posso confermare che si tratta di notizie completamente false»), le precisazioni di Roy Greenslade sul suo blog («Non c’è mai stata alcuna discussione sulla possibilità che il Guardian potesse fermare le pubblicazioni su carta a breve») e la smentita definitiva della notizia su Twitter da parte del direttore Alan Rusbridger: «Numbers for going digital only & junking print just don't add up. So Telegraph has written the opposite of the truth».

Il Nyt sospende il freelance offensivo su Twitter

Mercoledì scorso il New York Times ha annunciato la sospensione dei rapporti di collaborazione per quattro settimane col giornalista Andrew Goldman. Stando al New York Observer, il redattore - freelance, quindi non un membro fisso dello staff - sarebbe stato punito a causa di alcuni suoi tweet ritenuti offensivi in risposta alle critiche ricevute per una sua intervista, e lesivi dell'immagine della testata. Phil Corbett, Associate Managing Editor del Times, ha ricordato in una nota interna che ogni attività pubblica dei collaboratori del gruppo, seppur collaboratori sporadici, rischia di essere inappropriata per un giornalista che pone la propria firma sul giornale.

La Public Editor del New York Times Margaret Sullivan ha deciso di pubblicare sul proprio blog le motivazioni che hanno portato alla sospensione di Goldman e alla redazione di alcune linee guida, prima non 'ufficialmente' codificate, per l'uso dei social media da parte dei collaboratori del gruppo - dal momento che i lettori, in caso di uso non controllato di questi strumenti, «assoceranno inevitabilmente con il Times qualsiasi cosa pubblichiate sui social media». «Siate premurosi - prosegue il memo di Corbett - e fate attenzione a che nulla di ciò che direte online possa minare la vostra credibilità come giornalisti. I membri della redazione dovrebbero evitare di scrivere pezzi d'opinione o di promuovere prese di posizione politiche. E dovremmo essere civili - anche nelle critiche - evitando attacchi personali e osservazioni offensive». Dato che il lettore, fra freelance e collaboratore fisso, non vede alcuna differenza.

La tendenza su Twitter e Facebook, in sostanza, dovrebbe essere pensare ogni volta alle conseguenze di ciò che si sta per pubblicare, chiedersi sempre se ciò che si intende scrivere possa minare l'integrità del gruppo e della figura professionale di chi lo pubblica, e ricordare, a prescindere dal mezzo, che i lettori vanno rispettati in pubblico e in privato essendo, «a ben vedere, i nostri datori di lavoro». Di sicuro - come sollevato dalla stessa Sullivan - le linee guida per l'uso i social network da parte dei giornalisti della testata - e dunque tanto meno per i collaboratori occasionali - non sono mai state chiare, a differenza di molti altri gruppi (come abbiamo già visto in precedenza). La linea del gruppo, aveva spiegato Corbett a Jeff Sonderman su Poynter nel luglio scorso, era non costringere nessuno a seguire specifiche policy restrittive, dato che nello stesso momento si caldeggiava insistentemente l’utilizzo di questi strumenti. Ma a New York, a questo punto, devono aver cambiato idea.

Padroneggiare l'arte dell'innovazione

In questi giorni è stato pubblicato su Nieman Reports un articolo redatto dal professore della Harvard Business School Christensen, dal Managing Editor di Globalnews.ca David Skok e dal collaboratore della Harvard Business Review James Allworth dal titolo «Padroneggiare l'arte dell'innovazione dirompente nel giornalismo». Il pezzo, della lunghezza di sessantamila battute circa, è diviso in tre punti chiave: l'attenzione per il pubblico e per i cambiamenti e l'intuizione delle prospettive future nel business dei media. Il punto di partenza della ricerca è il solito e irrisolto: le entrate derivanti dalla pubblicità online non sono ancora in grado di contrastare l'irreversibile declino del mercato giornalistico 'classico', in un panorama nel quale i vecchi gruppi si trovano svantaggiati dal dover trascinare la pesante eredità di redazioni, spese e schemi irrimediabilmente ancorati a vecchi modelli di produzione giornalistica, a dispetto dei nuovi concorrenti (come BuzzFeed e Huffington Post) più agili, capaci di aggredire il mercato con una nuova offerta - partendo dalla produzione di contenuti a costi più bassi e riuscendo a massimizzare i profitti così come, suggerisce un parallelo, per le automobili giapponesi: dapprima derise per componenti e prezzi e poi in grado di competere anche nel mercato del lusso.

È la cosiddetta 'rottura', quel momento nel quale è possibile sopravvivere alla rivoluzione del mercato sapendone ascoltare i messaggi, oppure soccombere alla propria incapacità o sotto il peso delle strutture obsolete (il concetto del famigerato ‘dilemma dell'innovatore’). In questo senso, secondo gli autori, è fondamentale cogliere la domanda del lettore, pensando principalmente al suo gusto e alle sue abitudini. Il tutto rispondendo a delle semplici domande che dovrebbero animare i processi di rivoluzione nelle redazioni attuali  e la creazione di nuove: cosa vuole il pubblico? Cosa ci manca, in termini di uomini e mezzi, per arrivarci? E qual è il modo migliore per accontentarlo? E non sono pochi gli esempi di natura economica presi ad esame dagli autori che mostrano come sia il prodotto, plasmato dai desideri del pubblico, a tenere in vita i progetti imprenditoriali.

L'ideale, conferma il post, è restare sempre sensibili ai segnali provenienti dal mercato, saper interpretare i flussi e il movimento dei concorrenti, magari diversificando il proprio business o il proprio prodotto, ma mai aspirando ad un ritorno al passato: la ragione per la quale spesso sembra difficile innovare per le redazioni è che, sebbene spesso piene di gente capace, queste lavorano con strutture e processi non ancora tagliati per queste nuove sfide. «Creare una redazione innovativa vuol dire guardare al valore esistente del network e oltre al tradizionale modello di business alla ricerca di nuove esperienze per gli utenti, e quindi riallineare risorse, processi e priorità per affrontare la rottura». Non si tratta, ovviamente, di prescrizioni capaci di essere adottate da tutti, ed è normale che, ‘darwinianamente’, progetti e company muoiano cedendo il passo ai nuovi entranti. «L'innovazione richiede leadership coraggiose, visione chiara e articolata, forza per mantenere la rotta». Da segnalare la posizione critica dell'esperto Joshua Gans, che in un post sul blog Digitopoly replica ai tre autori cercando di sottolineare come, a suo modo di vedere, il problema non sia nell'evoluzione irrimediabile del giornalismo ma nella fase di rottura che starebbe vivendo, in realtà, il mercato pubblicitario.

Il signore dei 'LolCats' vuole salvare il giornalismo

In un post del maggio del 2011 il CEO del Cheezburger Network Ben Huh si chiedeva perché mai, oggi, si debbano consumare le news così come si faceva nel 1899. E sebbene la domanda potesse suonare provocatoria, dato che a farla era il grande capo del gruppo che ha fatto dei gattini divertenti un impero in rete, l'affermazione - con tanto di analisi per punti dei problemi del giornalismo odierno - verrà ricordata come il primo annuncio di un progetto più propriamente ‘giornalistico’ teso a reinventare la lettura delle notizie - solitamente inutili nella loro «ripetititvità», nella sua visione - attraverso un'app per iPhone lanciata proprio in questa settimana. Si tratta di Circa, ed è uno strumento che dovrebbe, nelle intenzioni di chi l'ha pensato, aiutare gli utenti a consultare e tracciare solo le informazioni che interessano, attraverso un lavoro di aggregazione di breaking news - definite «atomic units» - fatto da una redazione di dodici persone.

Il processo di ridefinizione della lettura di news, d'altro canto, sembra effettivamente ormai ad uno stadio avanzato: il reperimento e la consultazione di queste ci viene infatti usualmente suggerito dallo stream dei social network in un accavallarsi di aggiornamenti che tendono ad escludere le altre - simili - versioni dello stesso evento dei network concorrenti. Circa cerca quindi di adattarsi a questo nuovo formato, declinandolo su mobile: una sorta di bookmark attraverso il quale ‘seguire’ (e si vuole intende l'accezione 'Twitter' del termine) l'evento o la notizia desiderata in uno flusso scelto e curato di ‘particelle atomiche’.

«Non è solo un tentativo di ripensare al modo in cui le notizie vengono tradizionalmente date e consumate: Huh e Galligan - i creatori - vogliono ripensare a come è costruito il processo, quasi a livello molecolare, e adattarlo a un'epoca sempre più mobile e soggetta a ritmi frenetici», ha spiegato Mathew Ingram su GigaOM. Più Angry Birds che il pesantissimo e costoso (proprio come i giornali) World of Warcraft, nel paragone fatto da Eric Johnson su AllThingsD. Che per un uomo come Huh, che ha costruito le proprie fortune sui LolCats, è forse l'esempio più calzante.