Usare i social senza vendersi l’anima

12 luglio 2014 english version

Questa settimana in RoundUp: i limiti del data journalism e l'esperienza del giornalismo 'predittivo' di Nate Silver ai mondiali (finora poco felice); gli sponsored content non piacciono ai lettori e minano la credibilità di chi li pubblica, secondo una ricerca; Time Magazine sta correndo su Facebook: crescita dei like del 44% e delle visite uniche su mobile e desktop seguendo un modello ben preciso e tagliato per la testata. Jay Rosen dice che Facebook ha in mano "tutto il potere".

di Vincenzo Marino

Il problema col data journalism

via BuzzFeed

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 il giornalismo anglosassone ha visto nascere numerose testate orientate al data journalism, alla visualizzazione grafica e testuale di dati e fenomeni complessi - ne abbiamo già parlato ampiamente. Dal più classico giornalismo dei dati si è infatti passati al cosiddetto explanatory journalism, ‘ossessionato’ da cifre e tabelle, che in Vox.com di Ezra Klein, FiveThirtyEight di Nate Silver e The Upshot del New York Times ha trovato gli esemplari più noti (qui e qui trovate materiale di questi giorni sul data journalism applicato alle scuole di giornalismo, qui un post lievemente ironico di BuzzFeed sul tema).

Questa settimana il professore di Information Graphics dell’Università di Miami Alberto Cairo è tornato sull’argomento in modo critico, soppesandone pregi e - soprattutto - difetti. Secondo Cairo al modello del data journalism mancherebbe ancora un certo impianto scientifico in grado di analizzare fenomeni in maniera più precisa e rigorosa. Le criticità inquadrate dall’autore sono quattro:

- Non si può fare data journalism a ‘basso costo’, con un team ristretto, senza perdere in scientificità e rigore;
- Non si può analizzare dati seguendo il flusso martellante delle notizie (o si segue l’agenda o si approfondiscono i numeri, in sostanza);
- Bisogna tenere a mente che i lettori possono saperne più di chi scrive (i dati elaborati spesso sono già pubblici);
- È necessario ricordare sempre il contesto, e non basarsi unicamente sullo studio delle cifre.

In questo senso appaiono esemplari la vignetta di xkcd (sposarsi e passare da 0 a 1 mariti in poche ore non vuol dire seguire un trend che potrebbe portare a dozzine di mariti in un tempo “T”) e quanto sta succedendo in questi giorni con le previsioni di Nate Silver sui mondiali di calcio.

via ESPN

Le capacità ‘predittive’ di Silver sono ben note, e l’hanno portato nei mesi scorsi a lasciare il New York Times per il suo nuovo FiveThirtyEight su ESPN. Per i mondiali di calcio in Brasile il sito ha lanciato una pagina con il bracket delle probabilità che ogni squadra partecipante avrebbe avuto di arrivare alla finale, secondo un modello di calcolo interno che potete trovare qui. Il risultato è che le stime di Silver sono state spesso sconfessate, fino ad arrivare al caso più emblematico di martedì scorso (Brasile dato come vincente fino al 73% che alla fine viene eliminato subendo ben 7 gol in casa). L’episodio è esemplare: stando ai meri dati di fine gara, i padroni di casa sembrerebbero aver tenuto testa alla Germania fino alla fine, con numero di tiri, tiri in porta, fuorigioco, corner, parate e percentuale di possesso palla non dissimile da quello tedesco. La realtà ci ha raccontato un’altra storia.

Com’è potuto succedere? È davvero possibile basare un’analisi soltanto sui dati (facendo dell’esperienza di Silver ai mondiali un monito per il futuro del settore)? Ed è tanto più possibile applicare questo metodo al calcio? Alberto Nardelli, co-founder di Tweetminster e prossimo data editor al Guardian, ha cercato di studiare il caso sul suo blog spiegando quali sono, secondo lui, i fattori che porterebbero a una conclamata difficoltà nel prevedere i risultati calcistici e analizzarne solo i numeri (per fattori come per la fluidità del gioco, i diversi schemi, la possibilità di fermarsi al pareggio - spesso non contemplata né in politica né negli sport ‘americani’ -, il fattore ‘episodi’) e più in generale sull’utilizzo di questa metodologia in termini giornalistici: non esiste un modello statistico in grado di predire con coerenza vincitori e risultati, ”la complicata bellezza del calcio sta nel fatto che la squadra favorita non sempre vince", così come nella vita in genere.

Il problema con gli sponsored content

Altra tendenza di questi mesi - già affrontata su queste pagine - è quella del native advertising, i contenuti pubblicitari simili a quelli giornalistici (per godere delle stesse potenzialità editoriali e ‘virali’) ma debitamente segnalati come inserzioni a pagamento. La novità è che questa settimana una nuova ricerca condotta da Contently dimostra come i lettori non amino troppo questo tipo di prodotti, malgrado abbiano già fatto la fortuna di più di una testata online.

I due terzi degli intervistati infatti ammette di sentirsi “tradito” una volta appurata la natura commerciale del contenuto, e più della metà giurerebbe di non fidarsi di un articolo branded, qualunque sia l’argomento, a tutto discapito di chi lo ospita - secondo il 59% degli intervistati le testate che li pubblicano perdono in credibilità. Stando allo studio, infatti, il termine “sponsored” avrebbe ancora un’accezione del tutto ambigua, finendo con l’essere recepito come indicativo di un articolo compromesso, quando non irrimediabilmente “influenzato” dallo sponsor.

Quasi una sonora bocciatura (il campione è inferiore ai mille utenti), che fa seguito ai dati forniti da Chartbeat a inizio anno, che registravano un disinteresse della platea Internet per i contenuti sponsorizzati (solo il 24% dei lettori scrollerebbe un native ad, contro il 71% dei contenuti editoriali classici): il 57% dei raggiunti preferirebbe il vecchio metodo dei banner agli sponsored content - che paradossalmente sono nati per raggiungere gli utenti, conquistare il loro interesse e puntare sull’engagement - e poco di più (i due terzi degli intervistati) si dice disposto a cliccare su uno di questi.

Il problema con Facebook

E proprio dal feedback dei lettori, e dall’analisi dei contenuti pubblicati, che il sito di Time sta traendo giovamento per la sua ‘seconda vita’ su Facebook: secondo Lucia Moses su Digiday, la pagina Facebook della storica testata sarebbe cresciuta del 44% in tre mesi, fino ai 5 milioni e mezzo attuali. Il risultato appare ancora più significativo se si pensa al fatto che Time è un magazine autorevole dallo stile riconoscibile, che non può permettersi gli eccessi stilistici e editoriali di testate come Huffington Post e BuzzFeed (che in questa corsa al like sono state sorprendentemente distanziate) e che il suo traffico sul sito arriva per il 16% dal social network (altro dato in forte crescita, così come i contatti unici su desktop e mobile). Questi i loro ‘trucchi’, stando a Scott Havens di TimeInc.: pubblicare articoli su Facebook con più frequenza, cercando la lunghezza giusta per lo status da abbinare (possibilmente corto) e lo stile adatto (“the right voice”), per creare curiosità nel lettore senza distanziarsi troppo da quello della testata e non cadere negli eccessi da clickbait. Fondamentale, inoltre, l’allargamento delle competenze del team social - ora definito “audience engagement editor” - e l’analisi settimanale dei risultati.

Sul rapporto critico tra Facebook e il giornalismo è tornato questa settimana Jay Rosen, professore della NYU e advisor di First Look Media. Facebook – spiega - ha ormai quasi tutto il potere sulla produzione (le scelte) e soprattutto sulla distribuzione (la ricezione pubblica) dei contenuti giornalistici, cosa tanto più confermata dalla scoperta dell’esperimento del social network sull’umore dei lettori condizionato in base ai post nel loro news feed. Col suo algoritmo, continua, Facebook crede di decidere meglio di chi pubblica cosa i lettori vogliono e possono vedere, orientando la lettura degli utenti in base alla permanenza di un post sulle bacheche regolata da un meccanismo ancora poco dominabile - quando non alterato, come visto, a scopo di studio. Ma “Il giornalismo dovrebbe informare per far comprendere il mondo e stimolare all’azione, se necessario. Azione e comportamento non sono affatto la stessa cosa: uno è una scelta cosciente, l’altro è una tendenza umana”.