Community, “il meglio e il peggio dell’umanità”. E non possiamo farne a meno

10 luglio 2015 english version

di Vincenzo Marino

Perché provare col crowdfunding?

Il crowdfunding negli ultimi anni è diventato lo strumento grazie al quale migliaia di progetti di qualsiasi tipo hanno trovato la loro realizzazione. Ma perché percorrere la strada della raccolta dal basso anche per testate o iniziative di carattere giornalistico? Il tema viene affrontato questa settimana da Damian Radcliffe su The Media Briefing, che cerca di fornire una possibile risposta.

Come riportato infatti dall’ultimo Digital News Report del Reuters Institute (di cui avevamo parlato qui) “il pubblico è ancora molto interessato alle news ma il numero di persone pronte a pagare, online, rimane generalmente molto basso”. Dando quindi per certo il fatto che una formula magica - fra app a pagamento, paywall, modello membership e micropagamento - non sia stata ancora trovata, quella del crowdfunding può quindi facilmente diventare un’alternativa credibile per il livello di coinvolgimento che esercita generalmente sulla community di riferimento, spingendo al supporto attivo.

Ma che tipo di progetto si può supportare, in questo modo? Radcliffe distingue in tre categorie. La prima è quella per i siti da creare da zero, come per gli esempi di Krautreporter e di De Correspondent. Il secondo tipo di progetto è quello che chiede al pubblico di finanziare i propri collaboratori, e quindi la stabilità economica stessa della testata. Il terzo caso, invece, è quello che può essere avvicinabile all’esempio di Spot.US: richiedere investimenti per specifici articoli o specifiche firme, e attivare i propri lettori all’azione: contribuire alla riuscita di un progetto singolo, magari su una storia di interesse, per vederla poi realizzare supportandola sin dall’inizio. Alla base di tutti i modelli, però, c’è la centralità della comunità di riferimento.

Community, “il meglio e il peggio dell’umanità”

Questa settimana, a tal proposito, è stata anche quella del caso della “rivolta” di Reddit, la “frontpage dell’Internet” piombata nel caos dopo il boicottaggio di numerosi moderatori volontari, che hanno bloccato l’accesso di alcune delle principali community della piattaforma in segno di solidarietà nei confronti della rimozione di una delle storiche amministratrici. Le comunità online “attraggono il meglio e il peggio dell’umanità” commenta su Re/Code Gina Bianchini, attuale CEO di Mightbell, memore delle proteste su Ning - una piattaforma simile a Reddit - di qualche anno fa.

“Nella mia esperienza, ho imparato che è quasi impossibile creare un posto per aggregare il meglio dell’umanità, senza aprire un vaso di Pandora del suo peggio”. La sua opinione, comunque, è che non si possa fare a meno di dialogare con la propria comunità, stabilendo regole chiare, lavorando sui modi e sugli strumenti adottati nello scambio, e investendo sulla moderazione.

Quello sui commenti online è uno dei classici del dibattito sui nuovi media, con posizioni che vanno dall’apertura totale nei confronti dello scambio alla chiusura dei form. Questa settimana The Verge ha pubblicato un pezzo dal titolo “We’re turning comment off for a bit”, nel quale si annuncia la chiusura dei commenti sul sito per tutta l’estate. Il rapporto coi nostri lettori è molto, “spesso anche troppo intenso” - spiega Nilay Patel nel post - fino a diventare talvolta “troppo aggressivo e negativo”. Questa presunta corsa verso il basso dei commenti non potrebbe che portare, secondo il sito, a un avviluppamento senza via d’uscita, un “bad feedback loop” infinito al quale porre fine: i forum rimarranno aperti, la conversazione su Facebook e i social accettata e incentivata, ma nel frattempo “prendiamoci tutti un minuto di relax”.

Cosa vuole farci Facebook con tutto questo giornalismo?

Facebook, appunto. Piattaforma sulla quale si legge e si commenta, e che è al centro del dibattito giornalistico online da anni. Questa settimana Jeff Jarvis e Mathew Ingram si sono chiesti se Facebook abbia o no delle responsabilità nei confronti del giornalismo, essendo ormai talmente influente e centrale per il mercato e l’etica dell’informazione per il modo in cui le notizie vengono lette e condivise. In sostanza, il professore americano si chiede se tra le mission di Facebook ci sia per caso anche quella di una società degnamente informata, con tutte le responsabilità pubbliche che comporta.

La risposta è che Facebook non ha probabilmente intenzione di fare di una società informata il centro della propria opera - altrimenti avrebbe provveduto a creare le proprie notizie, con una propria redazione. Dialogare con queste company tecnologiche, però, per Jarvis è un imperativo categorico: Facebook, Google e loro simili - spiega - prima o poi capiranno che le news non sono un contenuto come un altro da far condividere ai propri user, ma che il giornalismo comporta degli obblighi precisi. E allo stesso tempo, il giornalismo capirà che dovrà ricambiare i social col loro stesso interesse: “Facebook, Google, Twitter, Snapchat, Apple, Amazon… Dobbiamo costruire ponti, o resteremo tante isole”.

In questi giorni, per esempio, il New York Times ha lanciato il primo servizio di aggiornamento in diretta su WhatsApp (sul tema del giornalismo e WhatsApp, abbiamo già scritto in precedenza). Il giornale sta infatti seguendo il viaggio del Papa in Sud America aggiornando i lettori - che si sono iscritti mandando un messaggio “POPE” ad un numero predefinito - sulle parole del pontefice e sui suoi spostamenti. Difficile conoscere il numero reale dei lettori, e troppo presto per dire se l’esperimento sia un successo o meno, spiegano dal NYT a Madeline Welsh su NiemanLab, ma il fatto che WhatsApp conti qualcosa come 800 milioni di utenti mensili attivi in tutto il mondo spinge quanto meno a cercare un modo per raggiungerli.

Come sta la TV?

Leggendo i dati sull’utilizzo del mobile, in continua crescita soprattutto rispetto alla consultazione delle news, non può stupire il fatto che una vecchia testata cartacea sperimenti il più possibile con questo tipo di strumenti. Anche perché, secondo ormai numerose indicazioni, quella del mobile sembra essere decisamente la direzione verso la quale gli utenti si stanno spostando, e con loro il futuro dei media: stando a una ricerca di Miner & Co pubblicata questa settimana da AdAge, per esempio, la tv non sarebbe più lo “schermo” preferito dai bambini che hanno accesso a tablet e smartphone. Più del 57% dei genitori raggiunti dal sondaggio, infatti, dichiara di veder preferire il proprio figlio guardare video su uno di questi dispositivi che sulla vecchia televisione.

La ricerca, peraltro, diventa pubblica proprio nella stessa settimana nella quale - secondo il Guardian - la BBC starebbe pensando di spostare il proprio canale di informazione su Internet, chiudendo quello televisivo. “BBC News è il canale all news più guardato in UK, raggiungendo a 8,6 milioni di adulti alla settimana. Ma come per il mercato delle news televisive più in generale, il reach del canale è crollato negli ultimi 3 anni” ha detto il direttore delle news della rete James Harding, spiegando che le nuove tecnologia, e strumenti come i social media, sono da considerare una delle maggiori cause di questa tendenza. “Questa è però un’opportunità eccitante quanto quella del lancio del canale all news nel 1997, e costringerà la rete a pensare a quale sia il modo migliore per raggiungere le persone”.