Calcio e robot salveranno il giornalismo?

5 luglio 2014 english version

Questa settimana in RoundUp: i mondiali di calcio - e in generale il racconto degli eventi sportivi - come volano per l'innovazione giornalistica; il robot-journalism è tra noi, insieme a tutto ciò che implica; Brown Moses aprirà un sito investigativo in crowdfunding - che resta una modalità di finanziamento molto utilizzata.

di Vincenzo Marino

Dai mondiali di calcio all’innovazione mediatica

Nel 1898 Guglielmo Marconi presentò la sua nuova invenzione, il telegrafo senza fili, inviando aggiornamenti da una regata al Dublin Daily Express. Un anno dopo, ricorda Sara Morrison sulla Columbia Journalism Review, fu pagato dal New York Herald per trasmettere l’America’s Cup: è il più esemplare caso di innovazione giornalistica, dal punto di vista tecnologico, applicata al racconto degli eventi sportivi ancor prima che al giornalismo ‘in generale’. Stando all’analisi della CJR, infatti, i media sport-focused potrebbero fungere - e in qualche modo lo hanno sempre fatto - da “volano” per la tecnologia redazionale, come avanguardia in grado di sperimentare prima degli altri, per una serie di motivi tecnici e logici che storicamente agevolerebbero queste dinamiche - lo sport, per esempio, ha bisogno di aggiornamenti costanti, di tanto materiale multimediale, ed è ragione di vastissimi dibattiti tra i lettori. In questo senso il racconto sportivo: «Il metabolismo dello sport e quello del web combaciano alla perfezione», spiega Jim Brady, ex executive editor del sito del Washington Post. «Deadline terribili, cambiamenti dell’ultimo minuto: ogni notte nello sport è una election night».

I mondiali di calcio in corso in Brasile sono stati contemporaneamente una gigantesca vetrina e il laboratorio perfetto, fra narrazioni interattive (qui un esempio del New York Times Magazine), elaborazioni tattico-numeriche e GIF in tempo reale (Fusion, per esempio), e all’appello non sono mancati gli explainer di Vox.com e The Upshot, i video del Guardian e le previsioni di Nate Silver su FiveThirtyEight. Il blog Over by Over del Guardian, per esempio, segue i mondiali tramite live blogging dal 2002: un’innovazione piuttosto dirompente per l’epoca e un esperimento che ancora oggi Emily Bell definisce vincente, se è vero - come ha spiegato a Morrison - che durante i mondiali in Corea e Giappone pare abbia generato «the biggest traffic we’d ever had». E d’altro canto basta vedere il modo in cui i pezzi sullo sport nei siti anglofoni sono presentati, e le homepage stesse dei siti, per rendersi conto di quanto il ‘campionato’ in cui militano - rispetto alle testate ‘classiche’ - sembri un altro: Stats Monkey, per esempio, è un software che può utilizzare i numeri delle partite di baseball per scrivere un articolo, completo di titolo, corpo e dati. È il robot-journalism e non è un futuro ipotetico, paranoide o eccessivamente fantasioso: esiste.

“We are the robots”

Una delle notizie della settimana è infatti l’annuncio di Associated Press dell’accordo con Automated Insight, che gli consentirà di produrre e pubblicare articoli scritti da un software. Gli algoritm-generated content, ossia il prodotto finale, saranno per lo più report a carattere finanziario, l’elaborazione di cifre e aggiornamenti in quantità ingenti in grado di lasciare «ai nostri giornalisti il compito di scrivere cosa quei numeri significano» - ha spiegato il managing editor di AP Lou Ferrara. L’idea quindi sarebbe lasciare il ‘lavoro sporco’ ai “robot-journalist” per concedere più tempo agli autori ‘umani’ di elaborare e analizzare i dati. Secondo le stime di AP, il numero degli articoli prodotti dovrebbe passare dai 300 pezzi ‘manuali’ ai 4400 automatici.

La notizia ha scatenato un ovvio dibattito (di cui ha reso conto anche Andrea Iannuzzi la settimana scorsa), e c’è chi teme che una progressiva sostituzione delle macchine all’uomo anche nelle redazioni giornalistiche sia ormai dietro l’angolo. Mathew Ingram su Gigaom tuttavia crede che si debba accogliere positivamente questa innovazione: da un processo di automatizzazione per eventi e notizie come consigli comunali e aggiornamenti sportivi si può trarre beneficio, persino rafforzare la figura del reporter, renderlo indispensabile per il suo apporto ragionato, la capacità d’analisi. Dello stesso avviso Joe Pinsker su The Atlantic, che sottolinea come le preoccupazioni siano da dedicare non tanto alla professione in sé quanto all’industria mediatica in genere, che definisce morente. In rete si trova già qualche esempio - come quelli di Narrative Science, già partner di Forbes - che Harrison Weber su Venture Beat giudica ‘noiosi’: «Aren’t press releases robotic enough?»

A Gawker intanto non sembrano porsi il problema della ‘disumanizzazione’ del giornalismo: a partire da questa settimana la testata pubblicherà le discussioni delle chat interne della redazione - non inerenti alla costruzione editoriale del sito - nel sito verticale “Disputations”, basato sulla piattaforma Kinja, quella che ibrida commenti e contenuti (di cui avevamo già parlato) per arrivare a quello che Caroline O’Donovan su NiemanLab definisce «l’apoteosi del sogno editoriale di Nick Denton», il fondatore della testata: creare un luogo di discussione, e dare dignità alle chiacchiere da bar. Sulla scia dello sfruttamento del materiale interno delle redazioni, da segnalare anche alcuni ‘esperimenti’ di BuzzFeed, come quello in cui hanno chiesto ai propri staff writer di definire i confini canadesi e pubblicare gli esiti del test. Il post ha raggiunto 3 milioni di visite e ispirato Anthony De Rosa di Cir.ca a intraprendere una nuova carriera.

Brown Moses, il crowdfunding e le news “a pedali”

Ciò che è certo è che a date possibilità tecniche, il giornalismo sembra prendere (tra le altre) due strade tecnicamente divergenti: quella dell’automatizzazione - come visto - e quella della produzione ‘dal basso’. Qualche mese fa un utente Internet fomentato da un flame nei commenti sul sito del Guardian ha cominciato a cercare informazioni sulle armi usate nel conflitto siriano, passando in poco tempo dall’essere disoccupato a diventare uno dei citizen journalist più influenti e consultati sul tema. Il suo nome è Elliot Higgins, è inglese e conosciuto come Brown Moses, e ne abbiamo parlato qui e nell’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo, nella quale era ospite. La notizia di questa settimana è che Higgins ha annunciato la prossima apertura di una testata investigativa con l’aiuto di una campagna di crowdfunding che comincerà il 14 luglio. Il sito si chiamerà Bellingcat, si avvarrà dell’aiuto di altri autori e di contenuti amatoriali, e stando al post di lancio si pone due obiettivi specifici: riunire autori e attivisti esperti su piattaforme open source, e diventare un luogo di scambio di fonti e di apprendimento, dove imparare a usare strumenti e tecniche giornalistiche tramite guide e webinar. Higgins aveva già lanciato una campagna di raccolta fondi qualche mese fa, racimolando più di 10 mila dollari in meno di trenta giorni.

In questo video racconta la sua storia a #ijf14

La strada del finanziamento dal basso continua a essere particolarmente battuta (nell’ultima edizione il Festival ha ospitato l’esempio clamoroso di De Correspondent). Questa settimana, per esempio, il sito Contributoria, che basa il suo modello proprio sul crowdfunding, ha lanciato un nuovo modello di paid membership, divisa fra Free, Supporter (fino a 1.99 sterline al mese) e Patron (fino a 5.99) - finora la community è arrivata a contare 2000 membri, secondo i fondatori. A San Francisco un gruppo di giornalisti ha fondato un giornale no profit (sulle testate no profit, in questi giorni, c’è anche l’approfondimento di Joe Pompeo su Capital New York): si chiama San Francisco Public Press, è stampato su carta, viene trasportato in bici (parlano infatti di pedal-powered news) e vuole rendere un servizio pubblico alla comunità locale senza grosse pretese economiche. La raccolta fondi lanciata su Kickstarter viaggia verso i 22mila dollari - ne erano stati chiesti 10mila - ed è già possibile trovare una copia di Public Press in 50 posti diversi nella Bay Area.