Donne e media: il diritto a una diversa comunicazione femminile

26 aprile 2012

La questione femminile è centrale nella società, non solo in Italia, e i media possono servire a risvegliare le coscienze, diventando un importante strumento di cambiamento. È quanto emerso dall’incontro Donne e media: il diritto a una diversa comunicazione femminile che si è tenuto durante la prima giornata del Festival Internazione del Giornalismo nella Sala Raffaello dell’Hotel Brufani.

“In un momento storico di forte crisi, noi donne abbiamo un ruolo molto importante – ha introdotto Natascha Fioretti, coordinatrice del settore pari opportunità dell’Associazione Pulitzer – anche se nonostante i molti diritti conquistati in passato da donne, ancora oggi abbiamo difficoltà”.  Un primo segnale del cambiamento può essere visto nella nomina di una donna a direttore del The New York Times, segno che “le donne ce la possono fare a raggiungere le posizioni di potere”.
Questi timidi segnali, tuttavia, subiscono un rallentamento di fronte a quotidiane scene di donne in tv, come nel video di presentazione di Sanremo, andato in onda sulla RAI subito prima del Festival, in cui i conduttori Morandi e Papaleo giocano con la modella Ivana Mrazova, puntando l’attenzione ripetutamente sul suo decolleté. “Un video che suscita rabbia”, ha commentato Giovanna Cosenza, semiologa e docente universitaria a Bologna, confermando quanto già denunciato nel 2009 dal documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo.

I numeri a volte, più delle immagini, possono aiutare a comprendere in maniera oggettiva il peso della questione femminile in Italia. In RAI, ha dichiarato Loredana Lipperini, giornalista de la Repubblica e scrittrice, solo il 33% dei giornalisti è donna e solo due donne ricoprono il ruolo di direttore. La situazione non migliora per la carta stampata, che vede solo due donne dirigere una redazione. La questione femminile, fa presente Lipperini, “non si è dissolta con le dimissioni dell’ex Presidente del Consiglio, anche se ora sembra meno urgente, come se fosse possibile rinviarla dopo aver messo gli altri conti a posto”.

Anche Jane Martinson, women’s editor di The Guardian, ha confermato questa analisi, sottolineando che immagini simili a quelle del trailer del Festival di Sanremo non sarebbero mai state trasmette dalla BBC. Ciononostante, il Regno Unito, come il resto del mondo, non è immune alla questione femminile. Negli USA, infatti, solo il 17% del Congresso è composto da donne, nonostante esse siano la maggioranza della popolazione.

Tema ricorrente è stato l’importanza delle parole, che affida a temi femminili, e non solo, delle definizioni frutto dell’abitudine, ma con un significato troppo importante. Tipico esempio è “delitto passionale”, in cui l’esaltazione di un sentimento sembra quasi giustificare l’accaduto, ma “una donna che viene ammazzata non ha nulla a che vedere con la passione”. La tv in questo non aiuta e produce sempre più spesso canali specifici per il genere femminile – come ha spiegato Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista e scrittrice – “ghettizzando le donne in canali dedicati, a testimonianza dell’incapacità di quelli classici di coprire tematiche che possano interessare anche le donne”. Fondamentale è anche il ruolo della pubblicità, per la quale Cosenza propone la prova di commutazione, suggerendo di invertire uomini e donne nelle immagini per comprenderne l’effetto finale.
Tuttavia, conclude Lipperini, “se non si modificano i modelli culturali non cambia nulla”. A confermarlo, un pubblico composto in larga parte da donne, segno che in Italia gli interlocutori della questione femminile includono solo una minoranza di uomini.

Pasquale Lorusso