Le persone intersex e transgender: oltre gli stereotipi

16 aprile 2018

“Intersex”, “Transgender”, “Non-binary”, “Gender non-conforming”. Queste le keywords su cui si è incentrato l’incontro tenuto oggi pomeriggio nella Sala della Vaccara, in occasione della dodicesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo.
A riflettere sul tema, cercando di andare oltre le narrative stereotipiche, oltre l’interesse morboso e la medicalizzazione, erano presenti Michela Balocchi, ricercatrice e co-fondatrice Intersexioni, Jane Fae, giornalista e attivista per la libertà sessuale, Lilian Capuzzimato, fotografa, Ethan Bonali e Storm Turchi, entrambe attiviste transgender.
Michela Balocchi, che dal 2009 si sta occupando di diritti umani, ha aperto il dibattito chiarendo il termine ‘intersex’, sempre più spesso travisato dai media e dall’opinione pubblica: “La parola ‘intersex’ si riferisce a tutte quelle variazioni congenite che riguardano l’anatomia sessuale, le caratteristiche sessuali secondarie, la struttura ormonale della persona oppure le caratteristiche genetiche, i cosiddetti cromosomi sessuali”.  Continua “Utilizziamo questo termine, invece che DSD (disorder of sex development) non perché non sappiamo di che cosa si parla, ma perché lo riteniamo meno patologizzante”.
Nella seconda metà del secolo scorso sono nati e messi in atto dei protocolli pro medicalizzazione, ossia dei protocolli che prevedevano interventi chirurgici sui neonati e bambini ritenuti intersex. È importante citare, a questo proposito, John Money, psicologo e sessuologo neozelandese, che sosteneva con forza la linea della medicalizzazione, operando entro i 24 mesi di vita del paziente.
Come chiariscono le ospiti “Gli effetti della medicalizzazione precoce e non consensuale sono assolutamente irreversibili, per questo sosteniamo che debbano essere fatti solo al momento in cui la persona coinvolta lo richiederà”. Tra gli effetti di tali interventi è importante e significativo sottolinearne alcuni: irreversibilità dei trattamenti medici, disfunzionalità delle parti operate, dolore cronico, perdita di sensibilità nell’area genitale, problemi di salute e depressioni cronica.
Lilian Capuzzimato condivide con il pubblico la sua esperienza personale: “Il mio essere intersex è limitato alla struttura ormonale, ho subito la medicalizzazione da bambina, a mia insaputa”. Lilian, mostrando numerosi articoli, sottolinea la superficialità dei media nell’affrontare l’argomento e l’odio online che ne consegue.
Jane Fae e Ethan Bonali hanno voluto parlare del rapporto tra media e comunità transgender nel Regno unito e in Italia.  “In Inghilterra stiamo passando dei brutti momenti, c’è una vera guerra tra le persone trans e coloro che le ripudiano” esordisce la Fae “Sono molti i giornali che si sono apertamente schierati contro le comunità transgender: il Times negli ultimi sei mesi ha pubblicato più storie infondate e fuorvianti che sono state utilizzate contro i trans”.
“Il mio intervento è complementare a quello di Jane che ha descritto il panorama nel Regno Unito, io vi parlerò di quello italiano” a parlare Ethan Bonali che con esempi e articoli spiega quali sono i punti chiave su cui si concentrano i media italiani per diffamare le comunità transgender: “Transfobia ed eufemismo, deformazione del pensiero del nemico, in questo caso la persona transgender, cambiando le parole e facendo costantemente leva sulle paure dell’opinione pubblica.”
Concludendo, possiamo dire di trovarci in un momento piuttosto critico, in quanto numerose forze stanno agendo su più livelli ed è importante ribadire che questo tipo di atteggiamento, questo tipo di narrazione su tematiche così delicate uccide.

Virginia Morini