Le redazioni devono capire il potere dei social media e della voglia di partecipazione

20 settembre 2014 english version

Questa settimana in RoundUp: un giornale di Manchester si è inventato una raccolta fondi per un canile distrutto e ha racimolato un bel po' di soldi. Vuol dire qualcosa per il giornalismo? Forse sì: si può muovere l'utente alla lettura e all'azione, specie se gli si offrono soluzioni - e non soltanto problemi. Ma come? Analizzare i lettori - e i loro dati - è fondamentale. Ma chi sa farlo per mestiere (vedi Google e Facebook) parte lievemente avvantaggiato.

di Vincenzo Marino

Informare stimolando all’azione

La settimana scorsa un incendio ha distrutto un canile di Manchester e ucciso decine di cani. Il Manchester Evening News ne ha dato notizia seguendo gli aggiornamenti: la struttura, dalla storia centenaria, è un’istituzione locale che ha tenuto in apprensione molti cittadini. Le visite sul sito del giornale hanno continuato a salire ora dopo ora, e letto l’ennesimo “cosa possiamo fare per renderci utili?” ricevuto sui social, la redazione ha deciso di prendere l’iniziativa e lanciare una raccolta fondi con l’ambizione di raggiungere almeno 5000 sterline da donare alla Manchester Dogs’ Home. Il totale delle donazioni dopo quasi 24 ore è stato di 105 mila aderenti, più di un milione le sterline raccolte. La storia la racconta David Higgerson di Trinity Mirror sul suo blog e, depurata dalla curiosità dell’aneddoto, può raccontare qualcosa del giornalismo moderno. «Le redazioni devono capire il potere dei social media», scrive. Non solo per racimolare visualizzazioni e like, ma «per dare una risposta a ciò che la gente dice sui social». Essere realmente parte di un territorio e di chi lo abita, offrire una soluzione.

È il concetto di comunità (di cui parlavamo la scorsa settimana) applicato alle piattaforme digitali: la dimensione del giornalismo locale continua a restare forte - continua Higgerson, che per Trinity Mirror è responsabile dell’informazione regionale - tanto più sui social media, dove persone in grado di condividere prossimità geografica e preoccupazioni simili può riunirsi attorno a un tema o a un singolo problema e discuterne. Sta al giornalismo cercare di trovare o proporre soluzioni, così com’è puro giornalismo - continua - ‘annusare l’aria’ e capire cosa interessa ai lettori, cosa vorrebbero leggere. Ma non solo: secondo Mathew Ingram, giornalismo è anche renderli partecipi concretamente, non soltanto dal punto di vista informativo. «Non è solo informare le persone», scrive su Gigaom a proposito della storia della Dogs’ Home, «ma è anche aiutarli a partecipare» (take action) e impegnarsi su istanze che possono davvero fare la differenza nella loro vita e per il bene pubblico.

Un “giornalismo delle soluzioni” in grado di arricchire

Secondo uno studio, infatti, gli articoli in grado di fornire soluzioni creerebbero molto più coinvolgimento - e sarebbero molto più condivise sui social - rispetto a quelle che si limitano a raccontarne o esplorarne i problemi. Ne parla questa settimana Catalina Albeanu su Journalism.co.uk, che cita la ricerca di Cathrine Gyldensted, giornalista che insegna alla Denmark’s School for Media. «La tristezza» derivante da notizie basate su problemi irrisolti «rende le persone depresse e inattive». Al contrario, una diversa prospettiva incentrata sulle soluzioni aiuterebbe ad accrescere il senso «di speranza e disponibilità all’azione». Di certo, aggiunge David Bornstein del New York Times, il giornalismo non deve solo servire a stimolare sensazioni precise nei lettori, avendo un ruolo ben più vasto e impegnativo. Ma ciò che comunque non si può ignorare - spiega citando la sua esperienza come esperto del giornalismo “soluzionista” del Times con al sua rubrica “Fixes” - è che bisogna ascoltare il feedback di chi legge, aprirsi alle loro soluzioni, alle loro idee. E che sia un caso o meno, conclude, le sue storie sono spesso fra le più condivise via mail di tutto il sito del NYT.

Uno dei punti di forza di questa proposta al lettore è fornirgli tutti gli strumenti di cui può aver bisogno per inquadrare il contesto, continuare a conoscere, appassionarsi e dunque ‘abituarsi’ all’informazione (e magari affiliarsi al news outlet che gli ha dato gli strumenti). Questa settimana Frédéric Filloux su MondayNote parla proprio di come attribuire un valore aggiunto alle news, slegandole dal valore di semplice commodity. La sua idea è quella di un nuovo tipo di “ipertesto” che non si limiti alle correlazioni per tag e al link delle fonti - molto spesso interne allo stesso sito che le propone - ma di costruire un linguaggio condiviso, comune e codificato (semantic improvements) così da rendere più facile lo scambio di conoscenze da sito a sito (attraverso strumenti come le API, Application Programming Interfaces). Una sorta di «lingua franca» che dovrebbe fare di un semplice articolo, in futuro, un collettore di informazioni multimediali estrapolate da più fonti e aggregate in un pezzo completo di tutti gli elementi utili a contestualizzare la notizia. Compito del giornalista, a quel punto, sarebbe proprio saper indirizzare il lettore verso fonti adeguate e attendibili e veder crescere la propria credibilità, la propria utilità sociale - che è poi lo scopo primigenio della professione. Lo schema che Filloux propone sul suo sito è questo: immagine via

Capire i lettori analizzando i dati (ma forse è troppo tardi)

Tutti questi approcci giornalistici, come visto, non possono però non fare a meno di un’attenta osservazione del comportamento degli utenti, che si tratti di cogliere l’idea di una raccolta fondi per un canile, o di offrire al lettore lo strumento giusto per capire e ragionare. Uno degli esempi da seguire, stando a alla CEO di Webbmedia Amy Webb, sarebbe proprio quello di BuzzFeed: «Potrà non piacervi la sua linea editoriale, ma c’è da imparare dalla sua strategia digitale», incentrata proprio sulla lettura del comportamento dei lettori, da assecondare per quanto possibile nell’offerta giornalistica. L’invito di Amy Webb arriva dall’ASNE-APME Conference, che ha ospitato un suo speech incentrato proprio su questo tema: è necessario prediligere la piattaforma al prodotto, il lettore al suo strumento di lettura. Da qui l’importanza di capire il comportamento degli utenti, e reagire di conseguenza: “chi è il tuo lettore?”, è la domanda che deve assillare autori e redazioni che dovrebbero fare fondo a tutti i dati che possono ottenere per inquadrarlo e coinvolgerlo al meglio («It’s just data science»). Qui trovate le slide della presentazione di Webb, qui sotto una timeline dei tweet coi punti toccati durante l’intervento.


Sul campo di battaglia della raccolta dei dati degli utenti, tuttavia, tiranneggiano indisturbate quelle tech company non (propriamente) giornalistiche che proprio su questo terreno hanno costruito le loro fortune. Società come Facebook e Google, quanto meno dal punto di vista pubblicitario, sanno meglio di chiunque altro come l’utente si comporta in rete, cosa predilige, di che tipo di persona tratta: «quella per gli user data è una guerra che le news company hanno perso», spiega Joshua Benton su NiemanLab. «Le entrate derivanti dalla raccolta pubblicitaria su carta continuano a scendere», ma per molti la raccolta dalle inserzioni online non è mai abbastanza: «i nuovi soldi vanno verso i giganti digitali, non i quotidiani locali». Una prospettiva che il direttore del rinnovato Financial Times Lionel Barber questa settimana cerca di ribaltare. «I giornali sono ancora un asset di valore», spiega al Guardian, e «chiunque dica che la carta è morta dopo l’esplosione di Internet si sbaglia»: la carta gode ancora di un certo valore pubblicitario, e «noi siamo ancora in grado di fare più cose allo stesso tempo: produrre un gran giornale, un gran sito e contenuti buoni per l’epoca mobile».