L’insostenibile vita da freelance: più ricercati, meno pagati

21 giugno 2013

Questa settimana in RoundUp: la questione freelance, nelle parole di Josh Stearns di PBS e la testimonianza di Davis di The Awl; il nuovo giornalismo dei droni, con le relative questioni etiche e regolamentari che solleva; Facebook terza fonte d'informazione nei paesi arabi e il piano del social network per diventare sempre più aggregatore di notizie; e infine, i suggerimenti di Journalism.co.uk: leggere i dati social e saperne trarre una strategia editoriale.

di Vincenzo Marino

Freelance: modello sostenibile?

Questa settimana su PBS Mediashift Josh Stearns affronta un tema spesso trascurato dal dibattito e dalla teoria giornalistica attuale: quello del lavoro da freelance. Con la progressiva riduzione del numero di giornalisti in redazione la figura del freelance è diventata ormai cruciale, consentendo alle testate l’acquisto di lavoro a prezzi più bassi e senza particolari oneri. Sono pochissimi, nota Stearns, i report pubblicati negli ultimi anni che riescono inquadrare la questione, e solo di recente - grazie a casi come quello di Nate Thayer - si è tornati temporaneamente a parlarne. Mal pagati o peggio non retribuiti, il quadro per il futuro di chi è costretto ad avvicinarsi a questa professione in questi termini è "economicamente fosco": “è impossibile farsi una vita da freelance mentre il prezzo dei contenuti crolla", ammette Jay Rosen su Twitter. L’articolo su Mediashift cerca di porre poi l'attenzione sulla sottovalutata questione della sicurezza, sia personale (non godendo di alcun tipo di assistenza) che dei dati e dei sistemi utilizzati (a causa del lavoro su infrastrutture personali, quindi più vulnerabili). "L'atomizzazione non vale solo per i contenuti, ma è una condizione che riguarda un grande numero di giornalisti che hanno dovuto ripensare cosa vuol dire lavorare nelle news", conclude Stearns.

Messaggio che deve essere arrivato chiaro anche ai giornalisti intervistati da Noah Davis su The Awl. In un pezzo dal titolo "Sono stato pagato 12.50$ all'ora per scrivere questo articolo" Davis cerca di sviscerare la condizione attuale del freelance americano, innestandola in un contesto editoriale – soprattutto digitale - estremamente depressivo. Quello descritto è un sistema in continua perdita, che non riesce a retribuire i freelance come meriterebbero e ciononostante, online, non riesce a rendere profittevole questo rapporto economico. Lo spiega bene l'autore: "Presumiamo che un direttore paghi un autore 100$. Un esempio a caso, spendendo 5$ per CPM (ossia ogni mille impressioni, nda) allora sarebbero necessarie 20.000 visualizzazioni uniche per arrivare a quei 100$". Cosa effettivamente difficile, e ancora poco conveniente per entrambe le parti. È uno scenario con sempre meno giornalisti professionisti (-15.000 unità dal ’97), che non premia la qualità, che non garantisce ritorni significativi neppure per i grandi gruppi e che appiattisce il prodotto del professionista a quello amatoriale, sebbene all’apparenza appaia più dinamico di quello italiano. In chiusura, Davis parla di come sia riuscito finora a cavarsela. Il pezzo gli varrà 250$: crede possa valere qualcosa di più, ma ammette che avrebbe accettato anche meno.

Giornalismo coi droni

In tema di cambiamenti, in questi giorni è stata anche pubblicata una ricerca di Digital Journalism dal titolo "New perspectives from the sky - Unmanned aerial vehicles and journalism" (a cura di Tremayne e Clarck dell'Università del Texas). Lo studio analizza i riflessi sulla professione giornalistica dell'utilizzo dei cosiddetti ‘droni’, strumenti diversi da quelli usati in guerra e spionaggio (acquistabili anche su Amazon) che si possono controllare in remoto per catturare immagini o prelevare - per esempio - campioni o reperti spostandosi velocemente fino a centinaia di metri d’altezza. L'utilizzo di questi velivoli - come testimoniato nel paper - è in continua espansione, dimostrandosi un ottimo metodo per riportare panoramiche suggestive o rivelatrici dagli assembramenti di piazza (da Occupy Wall Street a piazza Taksim nei giorni scorsi) o dai disastri naturali. Il suo uso impone comunque alcune questioni di carattere etico, tecnico e professionale.

In un articolo di Rachel McAthy su Journalism.co.uk, che cita il report “Remotely Piloted Aircraft Systems and Journalism” di Robert Picard (Oxford University's Reuters Institute) uno dei primi rilievi fatti è proprio di carattere legale e regolamentare. "Tutto ciò che va in aria finisce sotto la giurisdizione delle regole dell'aviazione", è il giudizio dello studioso, ma il problema è che "gran parte dei media non ne sa assolutamente nulla". Senza dimenticare che mezzi del genere sono in grado di arrivare ovunque, superare limiti e avvicinarsi a persone invadendo privacy e il diritto alla riservatezza. Da considerare anche le questioni riguardanti la sicurezza del reporter, che può comunque essere intercettato e rintracciato dal momento in cui rende palese, seppure a distanza, la sua copertura. In conclusione, spiega il senior editor della l'ABC australiana Mark Corcoran, i droni "non prenderanno il posto dei giornalisti sul campo", ma possono comunque essere utili "a ridurre la nostra esposizione al rischio".

A tal proposito, la “Society of Professional Drone Journalists” - citata da Brian Resnick su National Journal - ha messo su una "Hierarcchy of ethics" alla quale rifarsi: una piramide delle priorità sull’uso di droni nel giornalismo, che vede alla base la necessità del loro impiego (in parole povere: deve valerne davvero la pena), quindi l’osservanza di misure di sicurezza, di regole e spazi pubblici, quella della privacy personale, e infine le norme della tradizionale etica giornalistica.

Facebook e le notizie

Secondo una ricerca pubblicata negli ultimi giorni dalla Northwestern University in Qatar, Facebook sarebbe la terza fonte di notizie più consultata nell'intero mondo arabo. Lo studio, che ha registrato le risposte di più di 10 mila persone dall'Egitto agli Emirati, ha mostrato dati interessanti soprattutto per quanto riguarda i casi di paesi come la Tunisia, nel quale il social network di Palo Alto risulta essere la fonte informativa più accreditata incontrando il 52% delle risposte positive. Facendo una media di tutti i paesi, emerge piuttosto prevedibilmente la supremazia di Al Jazeera, sopra Al Arabiya e lo stesso Facebook. Ma a incuriosire è il dato tunisino, frutto - secondo il professore di giornalismo Justin Martin - di un livello superiore a quello di Stati Uniti e Europa quanto a attività sui social media, di un maggiore scetticismo nei confronti dei media tradizionali, e di una forte critica nei confronti dello status quo - che non a caso negli anni scorsi è sfociato nella cosiddetta Primavera Araba. A tal proposito, da annotare anche il risultato di Twitter, citato - e solo marginalmente - nelle risposte provenienti da Arabia Saudita e Bahrein.

D'altro canto le intenzioni di Facebook ad accreditarsi anche - se non soprattutto - come centro di reperimento di notizie e di aggregazione di feed sta diventando sempre più evidente. Solo in questa settimana la società di Zuckerberg ha lanciato gli hashtag in stile Twitter e la nuova funzionalità video di Instagram, in piena competizione con Vine. Ma non è tutto: si è parlato in questi giorni di un ulteriore progetto, che si innesca proprio in questa strategia: quello del social reader. La corsa alla sostituzione del compianto Google Reader, che cesserà il proprio servizio il primo luglio, ha infatti innescato una vera e propria gara che vede in prima linea Feedly, il reinventato Digg e lo stesso Facebook, interessato a diventare hub di notizie per gli utenti e nuovi dati da vendere agli inserzionisti. Eliza Kern su GigaOm critica però questa opportunità: sui social network - dice - si è ormai abituati a lavorare sulla velocità e non sull'archiviazione di feed dei siti preferiti - la cui lettura, oltretutto, potrebbe diventare pubblica e accessibile alle proprie cerchie sociali. Cosa che non è mai piaciuta troppo agli iscritti, se si considera il fallimento di tool di autoposting come quella del Washington Post.

Saper leggere i dati social

Le redazioni, dal canto loro, si adeguano: mercoledì Rachel McAthy ha pubblicato su Journalism.co.uk una guida a come i giornali possono lavorare con i dati social per indirizzare la loro strategia editoriale, dal momento che riuscire a interpretare questi numeri - secondo Michael Roston del New York Times - aiuta a essere un miglior storyteller più di qualsiasi altra cosa. Proprio la settimana scorsa, peraltro, Twitter ha ‘aperto’ i dati di analytics al pubblico, rendendo più comprensibili le proprie performance online. I prodotti suggeriti dall’articolo non sono pochi (SocialFlow, Sprout, Bitly, Chartbeat), tutti utili a dare un senso della propria presenza online. Ma non basta: a Metro, come spiega social media and community manager Richard Moynihan, si dà un occhio anche al modo in cui gli utenti consultano la pagina, gli scroll, il tempo di permanenza, il comportamento con testi e video, e si dà grande importanza all'aspetto demografico - dati desumibili dalle pagine Facebook, così da sapere sempre cosa, come e quando pubblicare contenuti prodotti sul sito.

Dati sui quali spesso lavora all'ala marketing della redazione o a pochi ‘addetti’, ma che secondo il social media manager di Metro dovrebbero essere resi disponibili a tutti, per garantire una copertura omogenea dei social media dal punto di vista editoriale. Interessanti, peraltro, i suoi suggerimenti sull'essere pazienti ("Bisogna accettare che non tutti i pezzi sono fatti per i social") e il consiglio di Roston del New York Times, che ricorda quanto sia importante il lavoro sulla titolazione: in un ambiente di produzione online ormai orientato alla costruzione di titoli seo-oreinted, Roston ricorda che i lavori concepiti per l'ottimizzazione sui motori di ricerca non sempre funzionano sui social newtork. Bisogna saper essere in grado di adattarsi, essere disposti a leggere e accettare il mood che proviene dalle reti e provare continuamente: non esiste una "formula magica", conclude Amanda Zamorano di ProPublica. Bisogna "sperimentare e capire cosa funziona per te, per i tuoi lettori e - in pratica - per il tuo giornalismo".