Micro o wall: il futuro è a pagamento

24 maggio 2013

Questa settimana in RoundUp: il New York Times pretende la rimozione di un video che riproduce il modello "Snow Fall" in un'ora; l'analisi del caso e il CEO del gruppo che definisce il paywall la miglior strategia degli ultimi anni - in consonanza con le critiche al modello free e ad-based di Jaron Lanier; Yahoo compra Tumblr e punta al pubblico giovane; ma i giovani, intanto, cominciano a non sopportare più Facebook.

di Vincenzo Marino

Da “Snow Fall” a “Snow Fail”

Snow fall, il post longread e multimediale del New York Times di cui abbiamo già parlato, ritorna argomento di dibattito online dopo esserlo stato nei primi giorni della sua uscita e nei mesi successivi come spunto per più discussioni sul futuro del giornalismo in rete. In settimana il fondatore di Scroll Kit Cody Brown - una start up di New York specializzata in layout grafici per siti internet – ha lanciato un video con l’intenzione di dimostrare come fosse possibile riprodurre quel tipo di articolo in brevissimo tempo. Il post sul sito dell’azienda di Brown, dal titolo «The NYT spent hundreds of hours hand-coding Snow Fall. We made a replica in an hour» ha catturato l’attenzione della testata newyorkese, che ha contattato l’autore tramite il suo ufficio legale per intimargli di rimuovere il video e, in un secondo momento, di eliminare qualsiasi riferimento al New York Times per questioni di copyright (il video, tuttora offline, conteneva infatti pezzi di Snow Fall necessari alla dimostrazione pratica).

Brown ha raccontato l’intera vicenda su Medium, mettendo in chiaro la sua posizione: il video, ha spiegato, intendeva essere un tributo a quell’esempio di giornalismo che per stessa ammissione dell’Executive Editor del NYT Jill Abramson adesso tutti vorrebbero replicare. Una sorta di omaggio al prodotto, per farne un modello al quale rifarsi. Evidentemente diversa la posizione della gray lady, probabilmente turbata dalla dimostrazione di quanto possa essere semplice riprodurre il suo ultimo ‘gioiello’, così tanto osannato: la forza di Snow Fall - è stata la tesi di tanti - è nella natura stessa della casa madre, il New York Times, un modello-giornale irripetibile con un brand forte e il tempo e il denaro per produrre contenuti simili. Argomento che col video di Cody Brown usciva irrimediabilmente compromesso. Un caso controverso, che mette una testata all’avanguardia per innovazioni editoriale e business model alla prova delle critiche. «Sono più curioso della versione di Snow Fall di Cody Brown di quanto non lo fossi prima del coinvolgimento dei legali del NYT», ammetteva in quelle stesse ore Antony De Rosa, social media editor di Reuters, su Twitter.

I business model del NYT e le critiche al modello free


Una figura ai limiti del ridicolo, ha rincarato la dose su Paid Content Mathew Ingram, che non riesce a spiegarsi la cieca reazione del Times. In uno scambio su Twitter, riportato in uno Storify di Sara Morrison su Columbia Journalism Review («#Pass the Popcorn»), l’Editor in Chief di NSFWcorp Paul Carr ha replicato al blogger di GigaOM difendendo le ragioni del NYT e sottolineando come riprodurre un prodotto altrui - peraltro ovviamente coperto da copyright - per pubblicizzare il proprio brand e i propri prodotti possa suonare come un’operazione scorretta. Su The Awl, in un post dal titolo «Tutti in segreto odiano Snow Fall», Choire Sicha analizza un altro aspetto della vicenda: Snow Fall non è un modello vincente per sé ma semplicemente il risultato di un hype che ha generato contatti, non letture (a riprova, i dodici minuti di permanenza media sul sito, troppo pochi per una lettura completa del pezzo). E che ha oscurato il fenomeno del data journalism di Nate Silver, che in meno tempo e minor risorse ha ottenuti risultati paragonabili. Per favore, aggiunge Sicha: «a tutti noi piace Snow Fall, ma siamo stufi di doverne sentire parlare dibattito dopo dibattito».

Eppure il modello di business del New York Times in questi anni si è caratterizzato soprattutto per la scelta del cosiddetto paywall, che ha portato a risultati soddisfacenti per il gruppo e che abbiamo analizzato qui in RoundUp in più di un’occasione. La novità è che il CEO Mark Thompson ha spiegato pochi giorni fa agli studenti della Columbia che si è trattato di una scelta vincente, rivoluzionaria, addirittura «la più importante e felice decisione presa dal New York Times dal punto di vista del business da molti anni a questa parte». Un «rischio» necessario che trova alcune delle ragioni nell'analisi di Jaron Lanier, intervistato questa settimana da Eric Allen Been su NiemanLab per l'uscita del suo nuovo libro "Who owns the future?". Lanier descrive un sistema economico costretto a trovare nei micropagamenti il paradigma per una sorta di rivoluzione sociale, l'imporsi di una nuova classe media finora distrutta dal modello free. Una freelance economy fondata sul contributo personale - equamente retribuito - alla «humanistic information economy», e nella quale il mercato dei media non può più rincorrere un sistema di raccolta pubblicitaria fallimentare dominato da attori tanto potenti e anomali come Facebook e Google. L'informazione, in sostanza, non può sopravvivere alla gratuità, né alla sussistenza economica ad-based.

Yahoo compra Tumblr


La notizia della settimana, in quel panorama ibrido abitato da web company e media, è comunque l’acquisizione di Tumblr da parte di Yahoo per 1,1 miliardi di dollari. Una cifra ragguardevole, alla quale il CEO della piattaforma di microblogging David Karp non ha potuto non cedere: in un post sul blog ufficiale di Tumblr, Karp ha voluto rassicurare tutti gli iscritti del servizio spiegando che il sito non cambierà («We’re not turning purple») e che il controllo e la gestione rimarranno in mano al vecchio team. In quelle ore infatti sono stati numerosi gli scongiuri di quegli iscritti che hanno temuto, più o meno scherzosamente, che l’arrivo del gigante del web degli anni duemila rappresentasse – così come successo per Geocities e Delicious – la morte del servizio. A tal proposito, la CEO di Yahoo Marissa Mayer ha deciso di replicare utilizzando uno dei linguaggi tipici degli utenti di Tumblr, dando notizia dell’acquisizione sul tumblelog di Yahoo con una GIF (a proposito, questa settimana abbiamo anche scoperto che in inglese “GIF” si pronuncia con la “G” dolce). Un modo per presentarsi cool e calmare le acque.

La coolness smarrita di un portale che da un po’ di tempo non gode della miglior fama è stata proprio uno dei punti chiave di questa operazione commerciale, come fanno notare Peter Kafka e Kara Swisher su AllThingsD. Tumblr è un ibrido fra blogging e social network molto in voga fra i giovani (soprattutto nord americani): come si evince da questa tabella elaborata da Quantcast, l’indice demografico degli utenti di Tumblr mostra un’evidente sproporzione nei confronti dei ragazzi d’età compresa tra i 18 e i 24 anni, facendo della piattaforma un prodotto appetibile per la fetta di mercato giovane e per l’utilizzo che dei loro dati Yahoo può fare per ottimizzare gli altri servizi del gruppo. 300 milioni di ragazzi, mobile user, conquistati in un solo colpo - nota Felix Salmon su Reuters - che rappresentano il futuro dell’utenza internet e un indice dei consumi da utilizzare in chiave commerciale: Tumblr è infatti «la piattaforma perfetta per gli inserzionisti di Yahoo da usare nel caso in cui volessero costruire un rapporto diretto coi consumatori, piuttosto che bombardarli di banner pubblicitari».

Operazione riuscita? Non è detto: secondo Jake Lodwick su PandoDaily, per esempio, «grandi company non sono solo una versione più grande delle piccole» ma altre entità, coi loro ritmi, che finiscono per essere uccise dall’acquirente. E c’è chi sostiene che i 15 milioni all’anno di revenue garantite da Tumblr (dati del 2012) rischiano di non giustificare l’esborso «disperato» della Mayer.

Per i più giovani Facebook è un problema

La porzione del mercato social in mano ai giovani è di certo la più attraente: nuovi consumatori che danno ormai per scontati alcuni servizi online, utilizzandoli come estensione della vita reale. A conferma di questo dato arriva in questi giorni una ricerca del Pew Research Center, che ha analizzato il rapporto tra i giovani dagli 11 ai 19 anni e Facebook. Scorrendo le cifre si scopre che buona parte teenager guardano al social network con preoccupazione: Facebook è vissuto come una sorta di stress più che un’attività distensiva, un prolungamento delle proprie relazioni pubbliche che porta circa al metà dei teen intervistati a cancellare post e commenti, a dosare e scegliere con cautela i contenuti da pubblicare, più per questioni di social reputation che di valutazione dei dati e dei contenuti da condividere con altri su una piattaforma proprietaria. Solo il 9% degli intervistati, infatti, si è detto ‘preoccupato’ dell’eventuale accesso di terze parti ai loro dati personali.

A preoccupare di più, invece, la presenza dei genitori (‘amici’ dei loro figli nel 70% dei casi analizzati), che porta molti di questi giovani utenti a migrare su altri servizi nei quali sentono di potersi esprimere più liberamente. A trarre beneficio da questo passaggio, secondo i dati, sarebbe Twitter: il 24% degli utenti fascia 11-19 anni è infatti iscritto sul social network di San Francisco (contro il 77% attuale di Facebook), con una rilevante crescita dell’8% rispetto all’anno scorso. In sostanza, la vera preoccupazione dei teenager sulla piattaforma di Zuckerberg, riassume la ricerca, starebbe nella crescente presenza di adulti, l’utilizzo incontrollato degli altri utenti e la snervante gestione della propria reputazione ‘pubblica’ (il cosiddetto «Facebook drama») che porterebbe a una perdita di interesse nella piattaforma e all’iscrizione a nuovi servizi (ma non all’abbandono definitivo).