“Adesso fa qualcosa che serva/ che è anche per te se il tuo paese è una merda” cantava Manuel Agnelli con i suoi Afterhours nel febbraio del 2009 al Festival di Sanremo nel brano intitolato Il paese è reale che avrebbe dato poi il titolo a una compilation con il meglio della scena indipendente italiana, dai Calibro 35 a Dente. Ma è fin dal 2001 che Agnelli ha deciso di sporcarsi le mani e combattere una battaglia non solo per sé. Nasce quell'anno il Tora! Tora!, un festival itinerante che andrà avanti fino al 2005 a cui partecipano i Marlene Kuntz ma anche gli Skiantos e Caparezza, Elisa e i Tiromancino nel tentativo di riuscire a creare una breccia nel mondo mediatico. Un mondo che, a differenza di quello che accade nei paesi anglosassoni, invece di parlare dei nuovi fenomeni e della musica di qualità continua imperterrita a raccontare solo di quello che viene da Sanremo e dai talent show. L'ultima battaglia è Hai paura del buio, un altro festival il cui “manifesto” pubblicato su XL, il mensile di Repubblica nel 2013, scuote il mondo underground tra favorevoli e contrari ma stavolta riuscendo a coinvolgere anche le istituzioni, dall'allora ministro della cultura Massimo Bray a Stefano Boeri con una proposta di legge per agevolare la fruizione della musica nei piccoli club e una serie di altre iniziative. Nel testo del Manifesto si diceva “prendiamo posizione e facciamo informazione perché la cultura è il nostro modo di far politica. La cultura è politica”. Dopo la grande attenzione, tutto sembra di nuovo inabissarsi nel silenzio e nell'indifferenza.

Nel maggio 2016 l'annuncio di Manuel Agnelli che avrebbe fatto il giudice nella nuova edizione di X Factor “non ho paura di affrontare cose del genere se posso usarle per qualcosa di importante. Il peso mediatico, lo sappiamo, è forza e la televisione è ancora l'unica che ti può far fare quel salto. Non credo più nella riserva indiana del 'programma di qualità': se ne parla da troppi anni e non succede mai niente. L'alternativa non esiste più: è solo una parola vuota che definisce un genere musicale e non è neppure un genere musicale più libero degli altri. Oggi, anzi, è sempre più spesso vincolato a egoismi e a un'estetizzazione estenuata, è solo moda, non è neanche più un'attitudine. Bisogna andare dove c'è la gente ma naturalmente portando se stessi". 
Poi il successo di massa che porta la tv, Manuel Agnelli che diventano il “cattivo” che tutti adorano e insieme, senza concedere sconti, Folfiri e Folfox, un album molto bello e molto sperimentale, gli alterchi con Fedez e Arisa e il concerto per il sostegno di Forte Prenestino a Roma, simbolo dei centri sociali che tanta importanza hanno avuto nella storia degli Afterhours. Infine, poche settimane fa, una lettera-racconto su Robinson, il settimanale culturale di Repubblica: “Per quelli della mia generazione, nell'ambiente della cosiddetta musica alternativa, Sanremo era il demonio. Per questo decidemmo di andarci con spirito avventuroso pronti a duellare senza quartiere con mignotte ed avventurieri. Eravamo lì a fare promozione a noi e a tutto un ambiente, il nostro, che si è sempre autoghettizzato ma che continuava a sembrarci sottovalutato, nei numeri e nella sostanza.Eravamo lì per usare il festival”. 
Chi usa chi nella società dello Spettacolo? E, soprattutto, che cosa sta cambiando oggi nella società? Quanto contano ancora i media tradizionali? È possibile riuscire a veicolare un messaggio diverso attraverso la tv generalista?