Definire “giornalismo” nell’era digitale

24 agosto 2012

di Vincenzo Marino

In settimana Mark Potts - uno dei creatori di WashingtonPost.com - ha pubblicato una lettera datata agosto 1992, firmata dall’allora managing editor Robert Kaiser, e indirizzata all'editore Donald Graham dopo aver preso parte a una conferenza sul futuro dei media digitali. In questa, l'autore prefigura con una certa precisione il ruolo dell'informatica e dei personal computer nella fruizione e nell’offerta di news del futuro prossimo - uno scenario tuttavia ancora benevolo nei confronti del giornalismo su carta. «Qui alla conferenza non c'è nessuno in grado di prevedere la scomparsa dei giornali. Nessuno. Tutti ci vedono ancora centrali», assicura Kaiser. E se le intuizioni suggerite da questo incontro, e riportate nel memo, suonano eccessivamente ottimiste per quanto riguarda l’avvenire della carta stampata, sono comunque le prospettive tecnologiche - e relative evoluzioni nella consultazione e nell'estensione di notizie - ad essere inquadrate con incredibile approssimazione alla realtà di oggi: un nuovo metodo di reperimento, consultazione e archivizione dei contenuti («nel 2000 i PC saranno super computer virtuali, e la trasmissione e archiviazione di grandi quantità di testo, immagini fisse o in movimento, grafica, sarà realtà»), il ruolo sempre maggiore occupato da strumenti informatici post-personal computer, più fruibili e interattivi («avranno il potere di essere largamente più user friendly dei PC di oggi: saranno probabilmente in grado di ricevere istruzioni a voce e leggere comandi scritti a mano attraverso un notepad elettronico, o direttamente dallo schermo»), l'informatizzazione delle news - 'ai confini' della gamification («Il nostro Washington Post elettronico dovrebbe essere pensato non come giornale su schermo, ma - forse - come gioco da computer convertito per scopi più seri»). Un prodotto per computer, tagliato per la pubblicità e il micropagamento. Ciò che non era stato messo in preventivo, ad una lettura completa, sembra essere il fatto che l'apertura della rete internet alla fruizione gratuita e la conseguente evoluzione degli strumenti atti alla creazione facile di user generated content abbiano spinto le testate cartacee, divenute digitali, a competere con altri attori, diversi dai competitori di sempre, in contesti del tutto nuovi. Come nella storia della rana in pentola che non si accorge del lento crescere della temperatura, chiude Kaiser nel memo, così noi dobbiamo evitare di farci bollire vivi mentre fuori la rivoluzione digitale invade e cambia per sempre il nostro scenario. «Siamo più svegli della rana media». Il problema, suggerisce Weissmann su The Atlantic, è che l'acqua ormai bolle.

D'altro canto il ruolo centrale del giornalismo - e del giornalista - nei digital media è evidentemente cambiato: diverso è il pubblico, diverso il linguaggio - si dia un'occhiata a questo articolo di Forbes.com a proposito delle vecchie e nuove parole del giornalismo. E diverse sono le piattaforme di reperimento e consultazione: secondo un'infografica di SocialMediaToday, più del 50% degli americani che vengono a conoscenza di breaking news lo fanno dai social media, strumenti consultati quasi quanto i giornali come fonte primaria di notizie. Qualche tempo fa sul proprio blog l’esperto di giornalismo digitale Stijn Debrouwere faceva notare come molta parte dei servizi offerti dai giornali tradizionali ai propri lettori oggi si possano considerare, in sostanza, come assolti da strumenti ‘estranei’ al corpo giornalistico ma comunque concorrenziali, e nella maggior parte dei casi gratuiti. Alcuni esempi: l'utente interessato può consultare recensioni cinematografiche su Netflix o su IMDB, leggere commenti su un romanzo direttamente da Amazon o Anobii, evitare le critiche musicali di RollingStone puntando su Spotify. O ancora, scoprire la vera vita degli astronauti, per esempio, ‘intervistandoli’ direttamente su Reddit, o ascoltare il parere dell'esperto - senza consultazione di testate specialistiche o ‘angoli della posta’ - su Quora. Per tacere, evidentemente, di Twitter, Facebook, YouTube, gli aggregatori alla BuzzFeed. Nuove abitudini per vecchie necessità, vecchi servizi per nuovi utenti - generalmente giovani. Niente a che vedere col giornalismo, rassicura Debrouwere, «ma sarebbe da ingenui se pensassimo che questi servizi non vengano consumati proprio in luogo delle notizie». Come reagire alla cannibalizzazione? L'autore traccia cinque o sei appunti di sopravvivenza, tutti riconducibili - in sostanza - a qualcosa che questi prodotti non possono replicare: qualità. Ossia, rivendicare il ruolo insindacabile del giornalismo come dispensatore di contenuti inediti e autorevoli, fare leva - anche - sulla firma, la personalità dell'autore, la capacità di racconto (il cosiddetto long-form journalism), non annoiare mai: fare qualcosa di diverso ma coi vecchi valori della professione, prendere «la migliore tradizione del giornalismo e fare qualcosa di interamente nuovo». Perché «qualsiasi cosa stiamo facendo adesso non sta funzionando».

Ma qual è il ruolo del giornalismo in rete, oggi? E come si fa a misurarlo? «Se la democrazia sarebbe più povera senza giornalismo, allora deve esserci qualche effetto. È possibile contabilizzarlo in qualche modo?». È così che esordisce Jonathan Stray in un post sul tema, su NiemanLab. Mentre le news organization già guardano a numeri come pageview e simili per convertirli in denaro, «la professione dovrebbe cominciare a considerare di approntare metriche per misurare il loro vero valore», è la tesi argomentata nell’articolo. Certamente una novità, se si considera che nella storia del giornalismo difficilmente si è potuto constatare il minimo feedback su qualsiasi articolo pubblicato e anche oggi, con strumenti d'analisi come Chartbeat, si tende a fare dei dati delle prede di caccia da presentare agli inserzionisti pubblicitari. Si tratta in sostanza di applicare il modello quantitativo delle pagine viste e dei visitatori unici alle reazioni provocate dalla pubblicazione dei post. E di farlo attraverso i numeri, così da fare dei dati numerici dei campioni comparabili in base temporale. Prendere nota di commenti, reazioni, ripercussioni, sviluppi, interviste correlate, tenere traccia - in parole povere - della discussione che nasce e si sviluppa attorno agli articoli, in modo tutt'altro che impraticabile: «Una redazione potrebbe avere un database integrato in grado di connettere ogni articolo ad indicatori sia qualitativi che quantitativi: note su cosa succede dopo la pubblicazione, commenti, link in entrata, discussioni sui social media e altre reazioni». Ogni testata può, conclude Stray: costa solo qualche dato da inserire su un foglio di calcolo.

La proposta viene commentata qualche giorno dopo da Matthew Ingram su GigaOm. Che muove da alcuni interrogativi: perché misurare? «Lo si fa per gli inserzionisti? O per dimostrare che stiamo facendo qualcosa di utile per la società?». Prima di tutto, suggerisce, c'è da rispondere alla domanda da un milione di dollari: «What is journalism for?». I giornali, spiega, hanno sempre preteso di svolgere un forte ruolo sociale. E nell'approccio allo scenario online - dove tutto è misurabile - può essere legittimo il bisogno di quantificare, come Stray propone, la qualità del feedback che da un determinato post può provenire. Ma lo si può dedurre «dal numero dei lettori, o dalla loro partecipazione (attraverso commenti e tweet)? O guardando al numero di link all'articolo da altre fonti, nel modo in cui lavora il Page Rank di Google?». Ingram cita altri tentativi in proposito, come quello - reputato ancora incompleto - di Aron Pilhofer, capo del data journalism team del New York Times - secondo il quale il problema starebbe nello scegliere quali dati prendere in considerazione e quali ignorare. Il punto, tuttavia, resta sempre la definizione del termine ‘giornalismo’, tema che in rete viene quanto più amplificato. Per esempio, prodotti come il giornalismo investigativo - prosegue Ingram - non sono che una piccola quota dei servizi proposti dalle maggiori testate, «e sono di gran lunga sopraffatti dalle notizie di intrattenimento e dai prodotti di servizio» - e si torna così alla già citata questione tirata in ballo da Debrouwere. «Come fa un soggetto prevalentemente multimediale e digitale - chiosa l'autore - a determinare se si stia avendo un impatto o meno sul pubblico - o quel tipo di impatto sociale che abbiamo imparato ad associare alla nostra definizione di giornalismo? E se non è possibile rispondere a questa domanda, perché ne abbiamo bisogno?»

Il sommario di un post di Sean Anderson su TheKernel cerca di dare, a suo modo, una risposta: «Gli editori hanno bisogno di guardare nel cuore dei lettori per tenere a galla le loro pubblicazioni». I casi d'interesse proposti dall'articolo sono due. È dello scorso aprile il lancio della famigerata applicazione all you can read per tablet Next Issue: forte di un'offerta effettivamente vantaggiosa - meno di 10 sterline al mese per leggere ciò che si desidera in una vasta scelta di magazine - e della joint venture fra pesi massimi dell'editoria mondiale come Condé Nast, Time e News Corporation, che garantiscono l'accesso a numerose testate popolari, questa specie di “Netflix dei magazine” ha però raggiunto finora appena 15 mila abbonati. Anderson cerca di dare una spiegazione: «I 'grandi vecchi' non hanno capito che garantire l'accesso a Elle o Esquire non è probabilmente abbastanza per tentare i lettori e portarli dritti nella 'trappola per orsi' degli abbonamenti. I pescatori di carpe vogliono l'abbonamento a Total Carp Magazine». E Next Issue - è il giudizio senza appello - è uno Spotify per riviste, a pagamento e limitato a dodici artisti da top chart - quasi mai quelli preferiti. Il che definisce degnamente l'assenza di «cuore» e di sensibilità per le abitudini degli utenti digitali nei progetti delle vecchie case editoriali. Ma c'è vita oltre il tablet, e lo dimostrerebbe il secondo caso presentato: in Gran Bretagna, il settimanale satirico Private Eye - testata londinese dalla storia decennale - sta cominciando a navigare stabilmente oltre le 200mila copie vendute - malgrado il sito sembri voler invitare platealmente il lettore in cerca di contenuti free a farsene una ragione e passare dall'edicola. Tre colonne, testi pesanti, vignette in apertura e immagini divertenti sono esattamente ciò che i lettori - molti dei quali orfani del News of The World - vogliono in pagina e che hanno venerato per anni, conclude Anderson. «E non ci sono app sexy di Condé Nast a fermare la tua risata o la tua disperazione mentre ne leggi una copia usata in treno». Anche in questo caso il problema è dare una definizione di ‘giornalismo’.